Di
fronte alla crisi, strutturale e sistemica, del modello
economico-sociale-politico e monetario in cui viviamo, modello che
correttamente si può definire liberal-capitalista, è sorta una sana reazione
dal basso, che, come tutti i fenomeni spontanei, ha la caratteristica di essere
inizialmente confusa e poco organizzata. Si tratta di un numero elevatissimo di
piccole associazioni di liberi cittadini, radicate sul territorio, che si
occupano dei settori più vari e diversi del vivere civile: si va dalla moneta,
all’agricoltura, al commercio, alla piccola produzione locale, alla salute,
alla cultura, per finire con l’educazione dei figli, i problemi della terza età e degli invalidi. Questa vasta galassia di
piccole associazioni hanno tutte un carattere in comune: il tentativo di
riappropriazione da parte della gente di spazi sovranità. Per questo il sistema
li ha raggruppati con il termine di “sovranismo”.
Il
sovranismo rappresenta quindi un a reazione tendenzialmente caotica e poco
organizzata, al suo opposto, cioè alla
privazione di sovranità popolare operata dal modello imperante, appunto il
liberal-capitalismo.
Il
fronte sovranista appare quindi oggi come un fronte frammentato, ed
effettivamente lo è.
Il
sovranismo potrebbe essere infatti definito come il fascismo del XXI secolo. Il
fascismo fu un fenomeno storico che, di fronte al precedente fallimento
sistemico del liberal-capitalismo, quello avvenuto nei primi decenni del secolo
scorso, mise insieme apporti culturali tra loro diversi ed eterogenei (socialismo
e capitalismo, nazionalismo ed attenzione ai territori, cattolicesimo e
naturalismo massonico), appunto in un “fascio” nuovo ed originale, creando un
unicum storico ed una visione apparentemente forte e compatta in grado di
opporsi al liberal-capitalismo. La sconfitta sui campi di battaglia e la sua
intrinseca ambiguità e fragilità contenutista ne decretarono la scomparsa dalla
storia.
Il
sovranismo di oggi a mio parere non sta facendo altro che ripetere gli errori
commessi dal fascismo nel XX sec.. Nel sovranismo infatti convergono le
ideologie separatiste e federaliste leghiste, lo statalismo di ritorno del
keynesismo, la dittatura del proletariato delle sinistre radicali, lo stato
etico delle destre radicali, il naturalismo filosofico relativista della
massoneria, il primato della società civile sull’apparato statale proposto dal
mondo cattolico.
E’
chiaro che un fronte del genere non potrà mai trovare una sintesi coerente e
coesa, in grado di proporsi come modello chiaro e compatto al prevalente liberal-capitalismo.
L’esempio
più eclatante è quello della moneta: sono ormai numerosissimi i gruppi –
piccoli, medi o grandi – che hanno acquisito la consapevolezza che il sistema
monetario attuale, basato sulla frode del denaro-debito, è pernicioso e deleterio
per il corpo sociale.
Tutti questi gruppi però non riescono a
ritrovarsi intorno ad una visione dell’economia, della socialità e della
politica sufficientemente univoca da rendere poi le differenze tecniche sulla
soluzione monetaria da attuare di secondaria importanza.
Che
fare dunque?
Due
sono le strade da seguire: una è quella di assumere un atteggiamento
relativistico ed hegeliano – il famoso processo di tesi, sintesi, antitesi – e
di lavorare per una sintesi di tipo “fascista” di tutte le componenti culturali
che oggi si trovano nel sovranismo, con il rischio di costruire però un fronte
intrinsecamente debole e fragile dal punto di vista dei contenuti ed incapace,
come accadde al fascismo storico, di reggere l’urto del liberal-capitalismo.
Non dimentichiamoci inoltre che socialismo, mondo cattolico e naturalismo
massonico al momento opportuno si distanziarono dal fascismo, decretandone la
fine e riconsegnandoci alla falsa bipolarità capitalismo-socialcomunismo.
L’altra
soluzione è invece quella di proporre una visone sufficientemente ampia che
accolga gli spunti positivi degli altri orientamenti, integrandoli e
superandoli in una sintesi superiore.
Questa
è la strada che intende percorrere il distributismo.
Il
distributismo non nega la necessità di un decentramento del potere proposto dal
leghismo ma lo porta a compimento proponendo la redistribuzione del potere
reale tra la gente per comparto lavorativo (principio corporativo). Il
distributismo non nega le esigenze di tutela dei più deboli e dei più poveri
proposti dal social-comunismo ma porta a compimento questa posizione puntando
alla redistribuzione di proprietà e poteri reali attraverso l’unione di
capitale e lavoro e la costituzione di associazioni territoriali per comparto
lavorativo (prinicipio corporativo). Il distributismo non nega le esigenze di
dare alla libera iniziativa ed al mercato il massimo sviluppo possibile ma
ritiene che tale sviluppo, per essere vero, debba basarsi su insieme di regole
economiche e di comportamenti stabiliti dagli stessi attori della vita
economica, riuniti in associazioni di categoria secondo un principio di
partecipazione democratica e di rispetto delle competenze. Il distributismo non
nega la necessità della presenza di uno Stato che debba fare rispettare il bene
comune, ma ritiene che tale Stato non possa pretendere di plasmare a sua
immagine e somiglianza la società bensì debba rispettarne le caratteristiche
naturali e portarle al loro massimo compimento. Il distributismo infine, e qui
si impone la presa di coscienza della sua totale incompatibilità con il naturalismo
relativista massonico, non ritiene che la società possa conformarsi nel modo
più vario e fantasioso, inseguendo le
ondivaghe fluttuazioni delle masse, facilmente condizionabili dai mass-media
saldamente detenuti nella mani di pochi. Il distributismo ritiene invece che la
politica debba essere guidata dalla retta ragione ed dal senso comune, che nel
corso dei secoli ci hanno condotto alla scoperta di alcuni principi di
giustizia, equità ed equilibrio che non possono essere più negoziabili, a patto
di pervertire il naturale ordine sociale ed economico, producendo i tanti mali
che oggi possiamo osservare.
Secondo
il distributismo tali principi sono fondamentalmente quattro:
-
la centralità, anche e soprattutto
economico-sociale, della famiglia basata sul matrimonio e sulla procreazione responsabile.
-
la necessità di unire capitale e lavoro,
mettendo chi lo voglia nelle condizioni di diventare proprietario dei mezzi di
produzione e favorendo la massima possibile diffusione della proprietà
produttiva
-
la necessità di dare alla gente il massimo
potere possibile, attraverso la creazione di aggregazioni per comparto
socio-lavorativo e funzione sociale svolta (principio corporativo)
-
la necessità di ridare alla moneta la sua
funzione primigenia di strumento al servizio degli scambi e dell’economia reale, ridando ai cittadini
ed alle istituzioni pubbliche la proprietà del denaro al momento dell’emissione
e sottraendolo al sistema bancario.
La
visione distributista in questo senso sposa appieno quelli che sono i principi
della Dottrina Sociale della Chiesa, pur non proponendosi come una mera
proposta confessionale ma rivolgendosi sempre e comunque a tutti gli uomini di
buona volontà.
Historia
magistra vitae: non è creando ibridi o temporanei compromessi tra correnti di
pensiero eterogenee e contradditorie che si può sperare di uscire dalla
terribile situazione in cui ci troviamo ma aprendoci con animo schietto e
trasparente alle verità del senso comune e della ragionevolezza insite nel
cuore di ogni uomo. Questa è in sintesi la proposta del distributismo per
costruire un fronte forte, saldo e compatto che superi definitivamente il
liberal-capitalismo ed il social-comunismo e ristabilisca quel minimo di ordine,
prosperità e giustizia che rende la vita umana degna di essere vissuta.
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