lunedì 20 febbraio 2017

RIFORMARE IL SISTEMA ECONOMICO-MONETARIO

Si è tenuta a Bergamo, dal 20 al 29 gennaio 2017, presso la Sala Esposizioni in via Quarenghi 23, la mostra "RIFORMARE IL SISTEMA ECONOMICO-MONETARIO",  a cui ha partecipato anche il MOVIMENTO DISTRIBUTISTA ITALIANO, sezione di Bergamo, insieme ad altre associazioni locali.

Riportiamo di seguito una breve intervista al vice-presidente nazionale MODIT dr.ssa Ela Arpaia, in occasione dell'inaugurazione della mostra.





venerdì 23 dicembre 2016

MULTINAZIONALI FARMACEUTICHE=CRIMINE ORGANIZZATO: LO DICONO GLI SCIENZIATI



"Medicine letali e crimine organizzato": è questo il titolo del libro del prof.Peter Gøtzsche, chimico e medico di fama internazionale, autore di libri scientifici e più di 70 articoli sulle principali riviste mediche, nonché co-fondatore della Cochrane Collaboration, la più importante associazione scientifica che si occupa della valutazione metodologica delle ricerche scientifiche.

Il frutto delle studi del prof.Gøtsche è inequivocabile: le grandi aziende multinazionali del farmaco (Johnson & J

ohnson, Novartis, Roche, Pfizer, Sanofi, Merck, GlaxoSmithKline, AstraZeneca, Bayer, Gilead Sciences, Teva, Amgen, AbbVie,  Eli Lilly, BristolMyers Squibb) sono di fatto equiparabili al crimine organizzato.

Il crimine organizzato, infatti, secondo la legislazione americana, è contraddistinto dalla reiterazione di alcuni reati specifici: estorsione, frode, reati contro le leggi federali, corruzione, appropriazione indebita, intralcio alle indagini, intralcio all'applicazione delle leggi, manomissione delle prove, corruzione dei politici.
Ebbene, Il prof.Gøtzsche nel suo libro fornisce prove dettagliate e cirocostanziate che le multinazionali continuano a macchiarsi di questi reati.
Ultima considerazione: se pensiamo che oggi il 98% delle ricerche e la stragrande maggioranza dei congressi e dei momenti formativi medici sono organizzati, o direttamente o indirettamente attraverso lauti finanziamenti, da queste grandi aziende multinazionali, c'è da chiedersi che spazio sia lasciato oggi ai clinici per una formazione ed una ricerca indipendente che metta al primo posto l'interesse dei pazienti.

Le evidenze sembrano quindi delineare uno scenario inquietante ma reale: la nostra salute in mano al crimine organizzato!

Dobbiamo meravigliarci di tutto ciò?
Assolutamente no!
Questo infatti è l'esito inevitabile di un modello economico-sociale in cui il capitale è sempre più concentrato nelle mani di pochi e chi lavora è completamente desautorato di ogni potere reale. Questo modello economico-sociale si chiama capitalismo e, attraverso l'usura o prestito ad interesse, controlla praticamente ogni settore dell'agire umano, a cominciare da quello delle regole economico-monetarie, senza escludere quello della sanità.
Che fare dunque?
Il distributismo, radicato sulla ragionevolezza ed il senso comune, ha la soluzione.

Il primo passo è quello di rigettate il liberal-capitalismo, basato sull'innaturale e perversa separazione tra capitale e lavoro, come pure il social-comunismo, um modello speculare che punta anch'esso alla concentrazione del potere nelle mani di pochi.
La direzione da seguire sarà quindi quella di ridare potere alla gente attraverso:
- l'indipendenza economica della famiglia
- l'unione tra capitale a lavoro e la conseguente massima possibile diffusione della proprietà produttiva
- la restituzione del potere a chi lavora, attraverso la costituzione di associazioni per comparto lavorativo e la fine della partiticrazia
- la restituzione della proprietà della moneta al momento dell'emissione ai cittadini e l'eliminazione dell'usura od interesse sui prestiti.

Sono queste le direttive principali del distributismo in grado di superare i cronici problemi economici-sociali che affliggono il nostro tempo.

Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com

giovedì 22 dicembre 2016

L'idolatria del denaro, il terreno d'incontro di capitalismo e social-comunismo



"'L'universale rispetto del denaro è il solo fatto ottimista della nostra civiltà, è il solo punto sano della nostra coscienza sociale. Il denaro è la cosa più importante del mondo. Rappresenta salute, forza, onore, generosità e bellezza palesemente ed innegabilmente come la mancanza di denaro rappresenta malattia, debolezza, vergogna, viltà e brutezza".

Indovinate un pò chi ha scritto queste note?
David Rochefeller? Mayer Amschel Rothschild, il fondatore di una delle caste finanziarie più importanti al mondo? Gordon Gekko, il finanziere senza scrupoli del film "Wall Street"? No, nessuno di questi personaggi.
Si tratta di George Bernard Shaw, scrittore e drammaturgo inglese, premio nobel per la letteratura, vissuto dal 1856 al 1950, cofondatore nel 1895 della "London School of Economics and Political Science", fervente sostenitore della Russia stalinista ed uno dei primi membri della Fabian Society, famosa ed influente associazione socialista.

Rimane ancora qualche dubbio sull'innegabile convergenza tra liberalismo economico e social-comunismo, cioè tra due modelli che propugnano entrambi risolutamente la concentrazione della proprietà e del potere nelle mani di pochi?
Rimane ancora qualche dubbio sul fatto che tali modelli considerino il denaro come il principale strumento di assoggettazione dell'umanità intera ai propri disegni?

Deificare il denaro ed il prestito ad interesse, come fa George Bernard Shaw, vuol dire deificare i suoi sacerdoti, cioè i banchieri, che detengono ora e detenevano nel 1905, nell'anno in cui scrisse le note sopra riportate, il monopolio totale dell'emissione monetaria.

Deificare il denaro vuol dire mettere ai margini il lavoro, la produttività, la creatività umana e proporre l'avarizia ed il desiderio di lucro come massima virtù umana.
Deificare il denaro vuol dire quindi condannare l'uomo all'inferno, già su questa terra.

Le cose vanno dette chiare: porre il denaro in sè al centro del proprio orizzonte valoriale equivale mettere il nulla. Aristotele lo aveva già chiarito nel IV sec. a.C.: il denaro di per sè è sterile, non produce niente, la sua funzione essenziale è solo quella di essere un facilitatore degli scambi. La denarocrazia o plutocrazia, di fatto sostenuta dall'establishment mass-mediatico/culturale attuale, può produrre solo nichilismo e relativismo, il terreno ideale per far si che quegli stessi banchieri che reggevano le sorti delle nazioni e delle popolazioni ai tempi di George Bernard Shaw continuino a farlo oggi.

Su questo il distributismo non ha dubbi: la prima operazione culturale da compiere è quella di far capire all'opinione pubblica quale sia la funzione naturale del denaro, far capire quale tipo di denaro sia ossigeno per la società e quale invece veleno. Su questo siamo fiduciosi: basta infatti solo fare appello alla ragionevolezza ed al buon senso che albergano, purtroppo spesso inascoltati, dentro di noi.

Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com

sabato 5 novembre 2016

RESTITUIRE IL POTERE ALLA GENTE, OVVERO DELLA NECESSITA' D UNA SVOLTA CORPORATIVA




Ormai è un dato che tutti considerano scontato: quella in cui viviamo non è una vera democrazia, ma una democrazia fasulla, in cui il potere reale è ben lungi dall'essere posseduto dal popolo ma si trova saldamente nelle mani di un ristretta oligarchia economico-finanziaria.
Questa oligarchia finanziaria non è una realtà fumosa e vaga ma ha un volto ben preciso: secondo la rivista Fortune la famiglia Rotschild, per esempio, possiede il patrimonio di maggioranza delle 500 multinazionali mondiali (https://www.google.it/search?q=forbese+500+famiglie+controllano&ie=utf-8&oe=utf-8&client=firefox-b&gfe_rd=cr&ei=6xQeWON8sKTzB775jKgM#q=le+famiglie+più+ricche+del+mondo).

Il cittadino medio quindi assiste impotente ad un processo di cui è vittima sacrificale designata: la costante perdita di potere sia in termini economici sia in termini politici.

Impotente, perchè ciò che gli viene ripetuto come un mantra è che il sistema partitico è il migliore sistema possibile di rappresentanza, l'unico che possa realizzare una vera democrazia: altri non ce ne sono.
La realtà è ben diversa. Come avevano brillantemente fatto notare nel 1913 i distributisti inglesi Hilaire Belloc e Cecil Chesterton nel libro “Partitocrazia” (“Partitocrazia”, ed Rubbettino, 2014), il sistema partitico costituisce invece lo strumento ideale di controllo pressochè totale della politica da parte della grande finanza.
Il rapporto tra il singolo cittadino ed il parlamentare eletto è infatti quanto di più elusivo possa esistere, mentre le illimitate somme di denaro possedute dall'oligarchia finanziaria si rivelano immancabilmente una forza corruttiva ed cogente in grado di aprire praticamente ogni porta e di vincere ogni resistenza.

Basti fare un semplice ragionamento: ogni campagna elettorale ha un costo. Negli Stati Uniti le grandi banche internazionali rappresentano il principale donatore di fondi ai candidati di entrambi i partiti – repubblicani e democratici (http://www.libreidee.org/2016/01/usa-elezioni-e-soldi-chi-si-compra-il-futuro-presidente/). Saranno in grado pertanto i candidati, una volta eletti, di tutelare gli interessi dei cittadini rispetto a quelli delle banche? Ognuno tragga le debite conclusioni.

Questo spiega perché le legittime attese di un cambiamento reale negli ultimi 70 anni siano andate regolarmente deluse.
Che fare dunque?
Un'analisi della situazione basata sul buon senso e sulla ragionevolezza, al di là di ogni sterile divisione ideologica, impone la presa di coscienza che quello che non funziona non è questo o quel partito, questo o quel presidente del consiglio, questo o quel sistema elettorale ma il sistema partitico stesso.
Il distributismo (distributismomovimento.blogspot.com) afferma in maniera molto netta che è ora di invertire marcia e dar vita ad un sistema in cui i cittadini, le famiglie ridiventino i principali depositari del potere reale. Per far questo c'è un unico modo: seguire appunto il senso comune e la ragionevolezza e mettere da parte le inutili ideologie. Il senso comune ci dice che ha potere non chi, una volta ogni 5 anni, infila in un'urna un foglietto bianco con una crocetta, ma chi può partecipare alle decisioni di tutte le concrete questioni importanti che riguardano la propria sfera socio-lavorativa; ha potere non chi dipende per il proprio sostentamento economico da scelte prese da oscuri burocrati ma chi è in grado di mantenersi da solo, grazie alla propria capacità lavorativa e d'iniziativa. Questo sistema, che tutte le persone di buona volontà riconoscono come il più naturale ed il più confacente al desiderio di libertà della natura umana, si chiama in un solo nome: sistema corporativo. Il sistema corporativo si basa su un assunto molto semplice: aggregare le persone per comparto lavorativo e dare ad esse la massima autonomia e libertà di gestire nei vari territori la propria vita economico-sociale, stabilendo regole condivise finalizzate alla stabilità e prosperità generale. La visione corporativa proposta dal distributismo ha alla sua radice una visione dell'uomo che non è l“homo hominis lupus” di hobbesiana memoria. Per il distributismo l'uomo è un essere per natura sociale e gli scambi e le relazioni virtuose che ha con il prossimo rappresentano un importantissimo, se non il principale strumento della sua realizzazione.

Ciò di cui quindi abbiamo disperatamente bisogno oggi è una decisa e risoluta svolta corporativa, che incominci a stabilire forti legami solidari nei vari territori tra persone che condividono gli stessi ambiti lavorativi. Non importa quale sia il nome di tali aggregazioni: possiamo chiamarle corporazioni o gilde o sodalizi occupazionali. L'importante è che esse si costituiscano ed incomincino a ridare al lavoro ed alla capacità dei singoli quella forza rappresentativa che è andata persa nei secoli.
Le corporazioni si distinguono dai sindacati perchè il loro scopo non è la mera rivendicazione di diritti nei confronti del “padrone” di turno ma l'incontro di tanti piccoli “padroni” che intendono tenacemente mantenere la proprietà dei mezzi di produzione e discutere insieme tutti gli aspetti della loro attività socio-lavorativa: la qualità dei prodotti o servizi forniti, le questioni deontologiche, previdenziali, assistenziali, fiscali, formative e quant'altro. La corporazione non è il luogo di riunione di una classe sociale ma l'incontro di diverse classi sociali che condividono tra di loro la stessa funzione lavorativa, se pur con ruoli e responsabilità diversi. Il legame tra i membri della corporazione non è la mera rivendicazione settoriale ma la comune partecipazione ad un'opera, ad un lavoro, ad una funzione sociale. In sintesi: la corporazione è la strada obbligata da seguire per pervenire insieme ad una piena umanizzazione dell'attività lavorativa ed al ristabilirsi di un livello adeguato di giustizia sociale.

Purtroppo oggi nell'immaginario collettivo il termine “corporazione” viene associato ad una serie di fenomeni sociali negativi, a circoli chiusi avidamente votati al perseguimento dell'interesse di casta, siano essi dei corpi professionali o delle associazioni di multinazionali. La “corporazione” dal sistema capitalista viene così intesa come il nemico giurato della libertà economica e d'iniziativa, un residuo di medioevo da abbattere e sulle cui ceneri costruire le “magnifiche sorti e progressive dell'umanità”.
Anche qui, niente di più falso. In realtà il sistema corporativo costituisce la più granitica garanzia della libertà economica e d'iniziativa, perchè per definizione previene e combatte la tendenza monopolistica della grande finanza e del grande business, stabilendo regole e codici comportamentali che consentano la massima possibile diffusione della proprietà produttiva e quindi del benessere economico. All'opposto, è proprio invece il capitalismo, dove per capitalismo si intende quel sistema che favorisce la separazione tra capitale e lavoro, a sfociare, come possiamo osservare con i nostri occhi, in un sistema fortemente monopolistico e squilibrato, in cui la libertà dei singoli non trova più via di espressione. La mancanza di regole del liberal-capitalismo non rappresenta altro che l'affermazione della legge del più forte e la perdita della libertà dei più.
Non a caso i due sistemi che hanno dominato gli ultimi 70 anni - capitalismo e social-comunismo, lungi dal contrapporsi, hanno entrambi favorito un modello di società in cui il potere reale confluisce nelle mani di pochi: l'elite economico-finaziaria nel caso del capitalismo, l'apparato burocratico di partito nel caso del social-comunismo. Ultimamente stiamo assistendo alla perversa alleanza di questi due sistemi: il capitalismo, attraverso il monopolio assoluto della produzione di denaro-debito, utilizza lo Stato come braccio armato per la riscossione dei propri crediti ed in cambio fornisce una lauta ricompensa alla casta dei burocrati statali.
Belloc e Chesterton, circa un secolo fa, già profeticamente indicavano nello Stato Servile l'esito ultimo di capitalismo e social-comunismo.

Per non ripetere gli errori del passato, si impone quindi, oggi più che mai, una svolta corporativa, una svolta che consenta di restituire alla gente il potere che gli spetta.

Tale svolta è assolutamente necessaria e si integra perfettamente con gli altri tre fondamentali punti della proposta distributista:
  • il ritorno ad una reale indipendenza economica dell'istituzione familiare
  • la riunione tra capitale e lavoro
  • il ritorno della proprietà del denaro al momento dell'emissione direttamente ai cittadini.

Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com

venerdì 21 ottobre 2016

IL DENARO, STERCO DEL DEMONIO


Il denaro, sterco del demonio. Quest'espressione vetusta, che emerge dal passato della tradizione culturale europea, viene percepita dai più in maniera ambigua e confusa. Si, forse il denaro è sterco del demonio, ma non sempre, forse solo quando non lo si ha o li deve come debito a qualcun altro.
La questione è di centrale importanza e merita alcune sintetiche ed essenziali considerazioni.
Il primo passo è chiedersi: che cosa è il denaro ed a cosa serve.
La risposta è semplice ed incontestabile: il denaro è una convenzione umana, uno strumento creato dall'uomo e dipendente in tutto dall'uomo: il denaro senza società, in natura, non esiste.
Secondo passo: qualè il fine del denaro? Il denaro serve a facilitare lo scambio di beni e servizi tra la popolazione, creando una unità di misura condivisa del valore delle cose e degli strumenti per far avvenire gli scambi e quindi facilitare la produzione, evitando il baratto. Il denaro serve alla prosperità economica della comunità civile.
Ne consegue logicamente che se il denaro, invece che venire scambiato, viene accumulato, esso viene meno alla sua funzione principale e naturale, quindi diventa qualcosa di incongruo ed anomalo che produce una grave distorsione economico-sociale.
Ne consegue anche che per definizione il denaro è sterile, non è in grado di produrre di per sé alcun bene, essendo una mera convenzione: trasformarlo in un bene, con un suo prezzo – l'interesse - che si compra e si vende come ogni altro merce, lede e contraddice quindi gravemente la sua natura, rendendolo non più in grado di assolvere la sua funzione.
La tendenza ad accaparrare denaro, l'interesse sul denaro stesso e la sua mercificazione – che oggi vengono accettati come un dogma indiscutibile imposto dai sacerdoti della finanza – trasformano la moneta da strumento al servizio del bene comune in mezzo di dominio di pochi – quelli che lo producono e la emettono gratis come debito verso altri – sulla maggioranza della popolazione.
Questa è la situazione in cui viviamo, queste sono le radici profonde della crisi economico-sociale attuale, irrisolvibile finchè non verrà restituita al denaro la sua funzione autentica.
Queste sono le ragioni per cui i nostri antichi, essendo lucidamente consapevoli di tutto ciò, chiamavano il denaro “sterco del demonio” ed avevano giustamente chiamato “usura” anche il più minimo interesse sul prestito. Il denaro attira l'uomo con le sue lusinghe di potere e felicità e nel momento in cui l'uomo cede lo condanna all'inferno, quello quotidiano che viviamo tutti i giorni, con la disoccupazione, il debito senza fine, l'ingiustizia e la sperequazione sociale, lo svilimento del lavoro e della dignità umana stessa.
Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com

mercoledì 12 ottobre 2016

USURA È PRESTARE DENARO AD INTERESSE, QUALSIASI ESSO SIA


C'è una guerra in corso, da cui dipende il destino nostro e dei nostri figli: quella delle parole.
La parola "usura", da che uomo è uomo, evoca una reazione di ferma e decisa condanna morale. L'usura è ingiusta e riprovevole e va condannata senza se e senza ma.
Si, certo, ma cosa si intende con "usura"?
Dall'alba dei tempi fino all'inizio del XVI sec. non vi è mai stato alcun dubbio:  "usura" era il prestito di denaro con un interesse, qualunque esso fosse. Il pensiero classico, esposto con chiarezza da Aristotele, motiva questa posizione sulla base della ragionevolezza e del senso comune: il denaro di per se è sterile, non puó produrre nulla, serve solo come mezzo di scambio. Farlo diventare arbitrariamente produttivo, con l'usura, è pertanto contro natura e profondamente ingiusto: l'interesse sul denaro viene pertanto considerato come un furto ed una gravissima minaccia alla prosperità ed all'equilibrio economico-sociale. Cicerone qualche secolo dopo ribadisce gli stessi concetti. Il cattolicesimo accoglie in pieno questo pensiero, fatto proprio in maniera esplicita anche dall'antico testamento, e per 1500 anni gli insegnamenti degli apostoli, dei padri della Chiesa, dei teologi, dei concilii, dei papi e le autorità civili di Stati e nazioni reiterano in varie forme questa posizione, fortemente sentita e supportata anche dalla popolazione più semplice. Dobbiamo aspettare il 1515, con il papa "mediceo" Leone X, per assistere alle prime deroghe, da parte della Chiesa Cattolica, a quella che precedentemente era stata una linea fermissima. Da li in poi, attraverso un processo graduale, si è arrivati fino alla definizione attuale di "usura", edulcorata e svuotata di ogni reale incidenza economico-sociale: la richiesta di un interesse sul prestito superiore ai termini fissati per legge. Così quella che San Gregorio di Nissa, nel trattato "Contro gli usurai" del 379 d.C. definiva "un altro tipo di furto e spargimento di sangue", "un serpente velenoso" ed "un profitto disonesto", diventa per l'uomo del XXI secolo un'attività legittima. Quella che papa Innocenzo IV (1200-1254) definí "causa di tutti i mali", viene accettata dai cattolici di oggi come un attività normale. Tutto ciò mentre gli studiosi seri della moneta (Fantacci, "La moneta. Storia di un'istituzione mancata", ed Marsilio, 2005), al di là di ogni scelta confessionale, giungono alla conclusione che effettivamente la mercificazione della moneta, cioè l'interesse sul prestito, mina alla radice l'efficienza della moneta stessa.
Che fare dunque?
Come minimo sarebbe opportuno riaprire la discussione sul significato più appropriato della parola "usura", rimettendo in discussione la moralità dell'atto di prestare denaro ad interesse, in un sforzo multidisciplinare che metta insieme i contributi dei moralisti, dei teologi, degli economisti e degli storici.
La questione non è da poco e riguarda il presente ed il futuro di tutti noi.

Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com

mercoledì 5 ottobre 2016

LA VERA DEMOCRAZIA E LA SUA PARODIA


Gli italiani non hanno più alcun potere: il singolo cittadino non può decidere nulla sul proprio lavoro, nulla sul modo in cui viene creato il denaro, nulla sulla sua previdenza sociale e sulla sua pensione, nulla sul prezzo di beni e servizi, nulla su chi entra e chi esce dalle proprie frontiere. Può solo decidere, una volta ogni 5 anni, che segno mettere su una scheda bianca: tutto questo qualcuno insiste a chiamarlo democrazia, senza accorgersi che ne è invece soltanto una grottesca parodia.
La vera democrazia consiste infatti nell'esercitare direttamente tutti quei poteri reali che il sistema partitocratico impedisce di principio. Il sistema dei partiti non è altro che "l'instrumentum regni" dell'oligarchia economico-finanziaria che oggi detiene il potere reale.
Non vi è infatti autentica democrazia senza una corrispondente equa distribuzione della proprietà produttiva e del potere decisionale tra i vari comparti lavorativi, non vi è vera autentica democrazia senza distributismo.

Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com