RIFORMARE IL SISTEMA ECONOMICO-MONETARIO
Il Movimento Distributista Italiano nasce a Bergamo il 13 novembre 2012 da un gruppo di cittadini sinceramente interessati a rimettere il senso comune, l'adesione al reale e l'uso della retta ragione al centro dell'agire politico, al di là di ogni ideologia e nell'interesse del bene comune. Il Movimento Distributista Italiano affonda le sue radici nel pensiero di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) e Hilaire Belloc (1870-1953).
lunedì 20 febbraio 2017
venerdì 23 dicembre 2016
MULTINAZIONALI FARMACEUTICHE=CRIMINE ORGANIZZATO: LO DICONO GLI SCIENZIATI
"Medicine letali e crimine organizzato": è questo il titolo del libro del prof.Peter Gøtzsche, chimico e medico di fama internazionale, autore di libri scientifici e più di 70 articoli sulle principali riviste mediche, nonché co-fondatore della Cochrane Collaboration, la più importante associazione scientifica che si occupa della valutazione metodologica delle ricerche scientifiche.
Il frutto delle studi del prof.Gøtsche è inequivocabile: le grandi aziende multinazionali del farmaco (Johnson & J
ohnson, Novartis, Roche, Pfizer, Sanofi, Merck, GlaxoSmithKline, AstraZeneca, Bayer, Gilead Sciences, Teva, Amgen, AbbVie, Eli Lilly, BristolMyers Squibb) sono di fatto equiparabili al crimine organizzato.
Il crimine organizzato, infatti, secondo la legislazione americana, è contraddistinto dalla reiterazione di alcuni reati specifici: estorsione, frode, reati contro le leggi federali, corruzione, appropriazione indebita, intralcio alle indagini, intralcio all'applicazione delle leggi, manomissione delle prove, corruzione dei politici.
Ebbene, Il prof.Gøtzsche nel suo libro fornisce prove dettagliate e cirocostanziate che le multinazionali continuano a macchiarsi di questi reati.
Ultima considerazione: se pensiamo che oggi il 98% delle ricerche e la stragrande maggioranza dei congressi e dei momenti formativi medici sono organizzati, o direttamente o indirettamente attraverso lauti finanziamenti, da queste grandi aziende multinazionali, c'è da chiedersi che spazio sia lasciato oggi ai clinici per una formazione ed una ricerca indipendente che metta al primo posto l'interesse dei pazienti.
Le evidenze sembrano quindi delineare uno scenario inquietante ma reale: la nostra salute in mano al crimine organizzato!
Dobbiamo meravigliarci di tutto ciò?
Assolutamente no!
Questo infatti è l'esito inevitabile di un modello economico-sociale in cui il capitale è sempre più concentrato nelle mani di pochi e chi lavora è completamente desautorato di ogni potere reale. Questo modello economico-sociale si chiama capitalismo e, attraverso l'usura o prestito ad interesse, controlla praticamente ogni settore dell'agire umano, a cominciare da quello delle regole economico-monetarie, senza escludere quello della sanità.
Che fare dunque?
Il distributismo, radicato sulla ragionevolezza ed il senso comune, ha la soluzione.
Il primo passo è quello di rigettate il liberal-capitalismo, basato sull'innaturale e perversa separazione tra capitale e lavoro, come pure il social-comunismo, um modello speculare che punta anch'esso alla concentrazione del potere nelle mani di pochi.
La direzione da seguire sarà quindi quella di ridare potere alla gente attraverso:
- l'indipendenza economica della famiglia
- l'unione tra capitale a lavoro e la conseguente massima possibile diffusione della proprietà produttiva
- la restituzione del potere a chi lavora, attraverso la costituzione di associazioni per comparto lavorativo e la fine della partiticrazia
- la restituzione della proprietà della moneta al momento dell'emissione ai cittadini e l'eliminazione dell'usura od interesse sui prestiti.
Sono queste le direttive principali del distributismo in grado di superare i cronici problemi economici-sociali che affliggono il nostro tempo.
Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com
giovedì 22 dicembre 2016
L'idolatria del denaro, il terreno d'incontro di capitalismo e social-comunismo
"'L'universale rispetto del denaro è il solo fatto ottimista della nostra civiltà, è il solo punto sano della nostra coscienza sociale. Il denaro è la cosa più importante del mondo. Rappresenta salute, forza, onore, generosità e bellezza palesemente ed innegabilmente come la mancanza di denaro rappresenta malattia, debolezza, vergogna, viltà e brutezza".
Indovinate un pò chi ha scritto queste note?
David Rochefeller? Mayer Amschel Rothschild, il fondatore di una delle caste finanziarie più importanti al mondo? Gordon Gekko, il finanziere senza scrupoli del film "Wall Street"? No, nessuno di questi personaggi.
Si tratta di George Bernard Shaw, scrittore e drammaturgo inglese, premio nobel per la letteratura, vissuto dal 1856 al 1950, cofondatore nel 1895 della "London School of Economics and Political Science", fervente sostenitore della Russia stalinista ed uno dei primi membri della Fabian Society, famosa ed influente associazione socialista.
Rimane ancora qualche dubbio sull'innegabile convergenza tra liberalismo economico e social-comunismo, cioè tra due modelli che propugnano entrambi risolutamente la concentrazione della proprietà e del potere nelle mani di pochi?
Rimane ancora qualche dubbio sul fatto che tali modelli considerino il denaro come il principale strumento di assoggettazione dell'umanità intera ai propri disegni?
Deificare il denaro ed il prestito ad interesse, come fa George Bernard Shaw, vuol dire deificare i suoi sacerdoti, cioè i banchieri, che detengono ora e detenevano nel 1905, nell'anno in cui scrisse le note sopra riportate, il monopolio totale dell'emissione monetaria.
Deificare il denaro vuol dire mettere ai margini il lavoro, la produttività, la creatività umana e proporre l'avarizia ed il desiderio di lucro come massima virtù umana.
Deificare il denaro vuol dire quindi condannare l'uomo all'inferno, già su questa terra.
Le cose vanno dette chiare: porre il denaro in sè al centro del proprio orizzonte valoriale equivale mettere il nulla. Aristotele lo aveva già chiarito nel IV sec. a.C.: il denaro di per sè è sterile, non produce niente, la sua funzione essenziale è solo quella di essere un facilitatore degli scambi. La denarocrazia o plutocrazia, di fatto sostenuta dall'establishment mass-mediatico/culturale attuale, può produrre solo nichilismo e relativismo, il terreno ideale per far si che quegli stessi banchieri che reggevano le sorti delle nazioni e delle popolazioni ai tempi di George Bernard Shaw continuino a farlo oggi.
Su questo il distributismo non ha dubbi: la prima operazione culturale da compiere è quella di far capire all'opinione pubblica quale sia la funzione naturale del denaro, far capire quale tipo di denaro sia ossigeno per la società e quale invece veleno. Su questo siamo fiduciosi: basta infatti solo fare appello alla ragionevolezza ed al buon senso che albergano, purtroppo spesso inascoltati, dentro di noi.
Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com
sabato 5 novembre 2016
RESTITUIRE IL POTERE ALLA GENTE, OVVERO DELLA NECESSITA' D UNA SVOLTA CORPORATIVA
Ormai è un dato che tutti considerano
scontato: quella in cui viviamo non è una vera democrazia, ma una
democrazia fasulla, in cui il potere reale è ben lungi dall'essere
posseduto dal popolo ma si trova saldamente nelle mani di un
ristretta oligarchia economico-finanziaria.
Questa oligarchia finanziaria non è
una realtà fumosa e vaga ma ha un volto ben preciso: secondo la
rivista Fortune la famiglia Rotschild, per esempio, possiede il
patrimonio di maggioranza delle 500 multinazionali mondiali
(https://www.google.it/search?q=forbese+500+famiglie+controllano&ie=utf-8&oe=utf-8&client=firefox-b&gfe_rd=cr&ei=6xQeWON8sKTzB775jKgM#q=le+famiglie+più+ricche+del+mondo).
Il cittadino medio quindi assiste
impotente ad un processo di cui è vittima sacrificale designata: la
costante perdita di potere sia in termini economici sia in termini
politici.
Impotente, perchè ciò che gli viene
ripetuto come un mantra è che il sistema partitico è il migliore
sistema possibile di rappresentanza, l'unico che possa realizzare una
vera democrazia: altri non ce ne sono.
La realtà è ben diversa. Come avevano
brillantemente fatto notare nel 1913 i distributisti inglesi Hilaire
Belloc e Cecil Chesterton nel libro “Partitocrazia”
(“Partitocrazia”, ed Rubbettino, 2014), il sistema partitico
costituisce invece lo strumento ideale di controllo pressochè totale
della politica da parte della grande finanza.
Il rapporto tra il singolo cittadino ed
il parlamentare eletto è infatti quanto di più elusivo possa
esistere, mentre le illimitate somme di denaro possedute
dall'oligarchia finanziaria si rivelano immancabilmente una forza
corruttiva ed cogente in grado di aprire praticamente ogni porta e di
vincere ogni resistenza.
Basti fare un semplice ragionamento:
ogni campagna elettorale ha un costo. Negli Stati Uniti le grandi
banche internazionali rappresentano il principale donatore di fondi
ai candidati di entrambi i partiti – repubblicani e democratici
(http://www.libreidee.org/2016/01/usa-elezioni-e-soldi-chi-si-compra-il-futuro-presidente/).
Saranno in grado pertanto i candidati, una volta eletti, di tutelare
gli interessi dei cittadini rispetto a quelli delle banche? Ognuno
tragga le debite conclusioni.
Questo spiega perché le legittime
attese di un cambiamento reale negli ultimi 70 anni siano andate
regolarmente deluse.
Che fare dunque?
Un'analisi della situazione basata sul
buon senso e sulla ragionevolezza, al di là di ogni sterile
divisione ideologica, impone la presa di coscienza che quello che non
funziona non è questo o quel partito, questo o quel presidente del
consiglio, questo o quel sistema elettorale ma il sistema partitico
stesso.
Il distributismo
(distributismomovimento.blogspot.com) afferma in maniera molto netta
che è ora di invertire marcia e dar vita ad un sistema in cui i
cittadini, le famiglie ridiventino i principali depositari del potere
reale. Per far questo c'è un unico modo: seguire appunto il senso
comune e la ragionevolezza e mettere da parte le inutili ideologie.
Il senso comune ci dice che ha potere non chi, una volta ogni 5 anni,
infila in un'urna un foglietto bianco con una crocetta, ma chi può
partecipare alle decisioni di tutte le concrete questioni importanti
che riguardano la propria sfera socio-lavorativa; ha potere non chi
dipende per il proprio sostentamento economico da scelte prese da
oscuri burocrati ma chi è in grado di mantenersi da solo, grazie
alla propria capacità lavorativa e d'iniziativa. Questo sistema, che
tutte le persone di buona volontà riconoscono come il più naturale
ed il più confacente al desiderio di libertà della natura umana, si
chiama in un solo nome: sistema corporativo. Il sistema corporativo
si basa su un assunto molto semplice: aggregare le persone per
comparto lavorativo e dare ad esse la massima autonomia e libertà di
gestire nei vari territori la propria vita economico-sociale,
stabilendo regole condivise finalizzate alla stabilità e prosperità
generale. La visione corporativa proposta dal distributismo ha alla
sua radice una visione dell'uomo che non è l“homo hominis lupus”
di hobbesiana memoria. Per il distributismo l'uomo è un essere per
natura sociale e gli scambi e le relazioni virtuose che ha con il
prossimo rappresentano un importantissimo, se non il principale
strumento della sua realizzazione.
Ciò di cui quindi abbiamo
disperatamente bisogno oggi è una decisa e risoluta svolta
corporativa, che incominci a stabilire forti legami solidari nei vari
territori tra persone che condividono gli stessi ambiti lavorativi.
Non importa quale sia il nome di tali aggregazioni: possiamo
chiamarle corporazioni o gilde o sodalizi occupazionali. L'importante
è che esse si costituiscano ed incomincino a ridare al lavoro ed
alla capacità dei singoli quella forza rappresentativa che è andata
persa nei secoli.
Le corporazioni si distinguono dai
sindacati perchè il loro scopo non è la mera rivendicazione di
diritti nei confronti del “padrone” di turno ma l'incontro di
tanti piccoli “padroni” che intendono tenacemente mantenere la
proprietà dei mezzi di produzione e discutere insieme tutti gli
aspetti della loro attività socio-lavorativa: la qualità dei
prodotti o servizi forniti, le questioni deontologiche,
previdenziali, assistenziali, fiscali, formative e quant'altro. La
corporazione non è il luogo di riunione di una classe sociale ma
l'incontro di diverse classi sociali che condividono tra di loro la
stessa funzione lavorativa, se pur con ruoli e responsabilità
diversi. Il legame tra i membri della corporazione non è la mera
rivendicazione settoriale ma la comune partecipazione ad un'opera, ad
un lavoro, ad una funzione sociale. In sintesi: la corporazione è la
strada obbligata da seguire per pervenire insieme ad una piena
umanizzazione dell'attività lavorativa ed al ristabilirsi di un
livello adeguato di giustizia sociale.
Purtroppo oggi nell'immaginario
collettivo il termine “corporazione” viene associato ad una serie
di fenomeni sociali negativi, a circoli chiusi avidamente votati al
perseguimento dell'interesse di casta, siano essi dei corpi
professionali o delle associazioni di multinazionali. La
“corporazione” dal sistema capitalista viene così intesa come il
nemico giurato della libertà economica e d'iniziativa, un residuo di
medioevo da abbattere e sulle cui ceneri costruire le “magnifiche
sorti e progressive dell'umanità”.
Anche qui, niente di più falso. In
realtà il sistema corporativo costituisce la più granitica garanzia
della libertà economica e d'iniziativa, perchè per definizione
previene e combatte la tendenza monopolistica della grande finanza e
del grande business, stabilendo regole e codici comportamentali che
consentano la massima possibile diffusione della proprietà
produttiva e quindi del benessere economico. All'opposto, è proprio
invece il capitalismo, dove per capitalismo si intende quel sistema
che favorisce la separazione tra capitale e lavoro, a sfociare, come
possiamo osservare con i nostri occhi, in un sistema fortemente
monopolistico e squilibrato, in cui la libertà dei singoli non trova
più via di espressione. La mancanza di regole del
liberal-capitalismo non rappresenta altro che l'affermazione della
legge del più forte e la perdita della libertà dei più.
Non a caso i due sistemi che hanno
dominato gli ultimi 70 anni - capitalismo e social-comunismo, lungi
dal contrapporsi, hanno entrambi favorito un modello di società in
cui il potere reale confluisce nelle mani di pochi: l'elite
economico-finaziaria nel caso del capitalismo, l'apparato burocratico
di partito nel caso del social-comunismo. Ultimamente stiamo
assistendo alla perversa alleanza di questi due sistemi: il
capitalismo, attraverso il monopolio assoluto della produzione di
denaro-debito, utilizza lo Stato come braccio armato per la
riscossione dei propri crediti ed in cambio fornisce una lauta
ricompensa alla casta dei burocrati statali.
Belloc e Chesterton, circa un secolo
fa, già profeticamente indicavano nello Stato Servile l'esito ultimo
di capitalismo e social-comunismo.
Per non ripetere gli errori del
passato, si impone quindi, oggi più che mai, una svolta corporativa,
una svolta che consenta di restituire alla gente il potere che gli
spetta.
Tale svolta è assolutamente necessaria
e si integra perfettamente con gli altri tre fondamentali punti della
proposta distributista:
- il ritorno ad una reale indipendenza economica dell'istituzione familiare
- la riunione tra capitale e lavoro
- il ritorno della proprietà del denaro al momento dell'emissione direttamente ai cittadini.
Per informazioni:
distributismomovimento.blogspot.com
venerdì 21 ottobre 2016
IL DENARO, STERCO DEL DEMONIO
Il denaro, sterco del demonio.
Quest'espressione vetusta, che emerge dal passato della tradizione
culturale europea, viene percepita dai più in maniera ambigua e confusa.
Si, forse il denaro è sterco del demonio, ma non sempre, forse solo
quando non lo si ha o li deve come debito a qualcun altro.
La questione è di centrale importanza e merita alcune sintetiche ed essenziali considerazioni.
Il primo passo è chiedersi: che cosa è il denaro ed a cosa serve.
La risposta è semplice ed incontestabile: il denaro è una convenzione umana, uno strumento creato dall'uomo e dipendente in tutto dall'uomo: il denaro senza società, in natura, non esiste.
Secondo passo: qualè il fine del denaro? Il denaro serve a facilitare lo scambio di beni e servizi tra la popolazione, creando una unità di misura condivisa del valore delle cose e degli strumenti per far avvenire gli scambi e quindi facilitare la produzione, evitando il baratto. Il denaro serve alla prosperità economica della comunità civile.
Ne consegue logicamente che se il denaro, invece che venire scambiato, viene accumulato, esso viene meno alla sua funzione principale e naturale, quindi diventa qualcosa di incongruo ed anomalo che produce una grave distorsione economico-sociale.
Ne consegue anche che per definizione il denaro è sterile, non è in grado di produrre di per sé alcun bene, essendo una mera convenzione: trasformarlo in un bene, con un suo prezzo – l'interesse - che si compra e si vende come ogni altro merce, lede e contraddice quindi gravemente la sua natura, rendendolo non più in grado di assolvere la sua funzione.
La tendenza ad accaparrare denaro, l'interesse sul denaro stesso e la sua mercificazione – che oggi vengono accettati come un dogma indiscutibile imposto dai sacerdoti della finanza – trasformano la moneta da strumento al servizio del bene comune in mezzo di dominio di pochi – quelli che lo producono e la emettono gratis come debito verso altri – sulla maggioranza della popolazione.
Questa è la situazione in cui viviamo, queste sono le radici profonde della crisi economico-sociale attuale, irrisolvibile finchè non verrà restituita al denaro la sua funzione autentica.
La questione è di centrale importanza e merita alcune sintetiche ed essenziali considerazioni.
Il primo passo è chiedersi: che cosa è il denaro ed a cosa serve.
La risposta è semplice ed incontestabile: il denaro è una convenzione umana, uno strumento creato dall'uomo e dipendente in tutto dall'uomo: il denaro senza società, in natura, non esiste.
Secondo passo: qualè il fine del denaro? Il denaro serve a facilitare lo scambio di beni e servizi tra la popolazione, creando una unità di misura condivisa del valore delle cose e degli strumenti per far avvenire gli scambi e quindi facilitare la produzione, evitando il baratto. Il denaro serve alla prosperità economica della comunità civile.
Ne consegue logicamente che se il denaro, invece che venire scambiato, viene accumulato, esso viene meno alla sua funzione principale e naturale, quindi diventa qualcosa di incongruo ed anomalo che produce una grave distorsione economico-sociale.
Ne consegue anche che per definizione il denaro è sterile, non è in grado di produrre di per sé alcun bene, essendo una mera convenzione: trasformarlo in un bene, con un suo prezzo – l'interesse - che si compra e si vende come ogni altro merce, lede e contraddice quindi gravemente la sua natura, rendendolo non più in grado di assolvere la sua funzione.
La tendenza ad accaparrare denaro, l'interesse sul denaro stesso e la sua mercificazione – che oggi vengono accettati come un dogma indiscutibile imposto dai sacerdoti della finanza – trasformano la moneta da strumento al servizio del bene comune in mezzo di dominio di pochi – quelli che lo producono e la emettono gratis come debito verso altri – sulla maggioranza della popolazione.
Questa è la situazione in cui viviamo, queste sono le radici profonde della crisi economico-sociale attuale, irrisolvibile finchè non verrà restituita al denaro la sua funzione autentica.
Queste sono le ragioni per cui i nostri antichi, essendo lucidamente
consapevoli di tutto ciò, chiamavano il denaro “sterco del demonio” ed
avevano giustamente chiamato “usura” anche il più minimo interesse sul
prestito. Il denaro attira l'uomo con le sue lusinghe di potere e
felicità e nel momento in cui l'uomo cede lo condanna all'inferno,
quello quotidiano che viviamo tutti i giorni, con la disoccupazione, il
debito senza fine, l'ingiustizia e la sperequazione sociale, lo
svilimento del lavoro e della dignità umana stessa.
Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com
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mercoledì 12 ottobre 2016
USURA È PRESTARE DENARO AD INTERESSE, QUALSIASI ESSO SIA
C'è una guerra in corso, da cui dipende il destino nostro e dei nostri figli: quella delle parole.
La parola "usura", da che uomo è uomo, evoca una reazione di ferma e decisa condanna morale. L'usura è ingiusta e riprovevole e va condannata senza se e senza ma.
Si, certo, ma cosa si intende con "usura"?
Dall'alba dei tempi fino all'inizio del XVI sec. non vi è mai stato alcun dubbio: "usura" era il prestito di denaro con un interesse, qualunque esso fosse. Il pensiero classico, esposto con chiarezza da Aristotele, motiva questa posizione sulla base della ragionevolezza e del senso comune: il denaro di per se è sterile, non puó produrre nulla, serve solo come mezzo di scambio. Farlo diventare arbitrariamente produttivo, con l'usura, è pertanto contro natura e profondamente ingiusto: l'interesse sul denaro viene pertanto considerato come un furto ed una gravissima minaccia alla prosperità ed all'equilibrio economico-sociale. Cicerone qualche secolo dopo ribadisce gli stessi concetti. Il cattolicesimo accoglie in pieno questo pensiero, fatto proprio in maniera esplicita anche dall'antico testamento, e per 1500 anni gli insegnamenti degli apostoli, dei padri della Chiesa, dei teologi, dei concilii, dei papi e le autorità civili di Stati e nazioni reiterano in varie forme questa posizione, fortemente sentita e supportata anche dalla popolazione più semplice. Dobbiamo aspettare il 1515, con il papa "mediceo" Leone X, per assistere alle prime deroghe, da parte della Chiesa Cattolica, a quella che precedentemente era stata una linea fermissima. Da li in poi, attraverso un processo graduale, si è arrivati fino alla definizione attuale di "usura", edulcorata e svuotata di ogni reale incidenza economico-sociale: la richiesta di un interesse sul prestito superiore ai termini fissati per legge. Così quella che San Gregorio di Nissa, nel trattato "Contro gli usurai" del 379 d.C. definiva "un altro tipo di furto e spargimento di sangue", "un serpente velenoso" ed "un profitto disonesto", diventa per l'uomo del XXI secolo un'attività legittima. Quella che papa Innocenzo IV (1200-1254) definí "causa di tutti i mali", viene accettata dai cattolici di oggi come un attività normale. Tutto ciò mentre gli studiosi seri della moneta (Fantacci, "La moneta. Storia di un'istituzione mancata", ed Marsilio, 2005), al di là di ogni scelta confessionale, giungono alla conclusione che effettivamente la mercificazione della moneta, cioè l'interesse sul prestito, mina alla radice l'efficienza della moneta stessa.
Che fare dunque?
Come minimo sarebbe opportuno riaprire la discussione sul significato più appropriato della parola "usura", rimettendo in discussione la moralità dell'atto di prestare denaro ad interesse, in un sforzo multidisciplinare che metta insieme i contributi dei moralisti, dei teologi, degli economisti e degli storici.
La questione non è da poco e riguarda il presente ed il futuro di tutti noi.
Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com
mercoledì 5 ottobre 2016
LA VERA DEMOCRAZIA E LA SUA PARODIA
Gli italiani non hanno più alcun potere: il singolo cittadino non può decidere nulla sul proprio lavoro, nulla sul modo in cui viene creato il denaro, nulla sulla sua previdenza sociale e sulla sua pensione, nulla sul prezzo di beni e servizi, nulla su chi entra e chi esce dalle proprie frontiere. Può solo decidere, una volta ogni 5 anni, che segno mettere su una scheda bianca: tutto questo qualcuno insiste a chiamarlo democrazia, senza accorgersi che ne è invece soltanto una grottesca parodia.
La vera democrazia consiste infatti nell'esercitare direttamente tutti quei poteri reali che il sistema partitocratico impedisce di principio. Il sistema dei partiti non è altro che "l'instrumentum regni" dell'oligarchia economico-finanziaria che oggi detiene il potere reale.
Non vi è infatti autentica democrazia senza una corrispondente equa distribuzione della proprietà produttiva e del potere decisionale tra i vari comparti lavorativi, non vi è vera autentica democrazia senza distributismo.
Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com
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