mercoledì 16 agosto 2017

LA VERA RIVOLTA MORALE: QUELLA DEL DISTRIBUTISMO CONTRO IL CAPITALISMO

La natura umana - ce ne rendiamo conto ogni giorno - è fatta in maniera tale che ripugna in maniera netta l'ingiustizia, la sopraffazione del più forte sul più debole, la prevaricazione del potente sul bisognoso. In sintesi, la natura umana, nella sua libertà, è essenzialmente morale: persegue le azioni buoni e rigetta quelle cattive.

Esistono invece due sistemi economici, il capitalismo ed il social-comunismo, che si fondano sulla pretesa contro-natura, e quindi assurda, di eliminare la dimensione morale della scelta dall'agire economico.
Il capitalismo, al pari del social-comunismo, nega infatti che ogni azione che l'uomo compie in ambito economico possa essere buona o cattiva per sè, per la propria famiglia, per gli altri cittadini, imponendo, paradossalmente, una propria morale, quella dell'utile. Così, nello stabilire il prezzo di beni e servizi o le caratteristiche di un contratto di lavoro, le persone che vi si impegnano, seguendo il capitalismo, non saranno più orientate all'individuazione di prezzi e contratti giusti ma ciascuno al raggiungimento del proprio massimo profitto. Grazie al liberalismo - presupposto fondamentale del capitalismo- , che appunto ci vuole liberare dall'ingombrante presenza della morale in economia, il parametro ultimo in base al quale verranno fissati prezzi e contratti sarà quello basato sulla forza e sull'anonimità del numero.  Non solo: la liberazione dalla morale ha portato al via libera di pratiche economiche, quali  per esempio il denaro-debito, che attraverso l'inganno sistematico operato dal sistema bancario nei confronti della popoIazione, ha sottomesso totalmente il lavoro alla finanza, i cittadini ai banchieri. Si tratta di una vera e propria usura, cioè della creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario ai danni del resto del corpo sociale . Il tutto, paradossalmente e diabolicamente - se è vero che il diavolo è il padre della menzogna - attraverso l'introduzione di una falsa morale, quella per cui il rispetto delle norme contrattuali diventa criterio morale assoluto, indipendentemente dal fatto che questi contratti siano stati stilati in assenza e quindi in opposizione ad ogni basilare principio di morale sociale, di cui si vuole negare l'esistenza e la validità. Per esempio, se i salari vengono fissati solo in relazione alle forze di mercato, è chiaro che il padrone si troverà sempre in una posizione di vantaggio rispetto al lavoratore che rischierà la fame se non dovesse accettare l'offerta. Il risultato del capitalismo - cioè dell'abbandono di una morale in ambito economico e di un'autorità in grado di farla rispettare -è stato inevitabile: la concentrazione di beni e risorse nelle mani di pochi, i più furbi, i più avidi, i più scaltri, non certo i più competenti od intraprendenti.

  • Di fronte a questo scenario il distributismo si appella a tutti gli uomini di buona volontà, indipendentemente dalla loro appartenenza ideologica o confessionale: non possiamo continuare ad assistere indifferenti a questo vero e proprio massacro degli innocenti che il capitalismo ed i suoi sostenitori compiono sotto i nostri occhi. È quanto mai impellente oggi una vera e propria rivolta morale che rimetta i basilari principi della giustizia e dell'equità al centro della vite economico-sociale, mettendo definitivamente da parte il mostro ideologico del capitalismo e tutti i suoi nefasti derivati (cronica instabilità economica, impoverimento dei cittadini e degli Stati, predominio della finanza sul lavoro) ed aprendo la strada ad un ordine economico-sociale più prospero, naturale ed umano, che si chiama distributismo.
  • Questa rivolta morale non può essere né di destra né di sinistra né di centro ma deve essere ferma e risoluta perchè dal suo successo dipenderà il futuro della nostra libertà, quella vera, e quindi della nostra civiltà.

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domenica 13 agosto 2017

IL CAPITALISMO È CONTRO L'UOMO, COME IL SOCIAL-COMUNISMO


L'essenza del capitalismo, la sua definizione più appropriata non è quella di un sistema che favorisce la libera iniziativa, lo sviluppo di un mercato prospero e stabile e la proprietà privata. Tutt'altro. Direi quasi l'opposto. L'essenza del capitalismo infatti è la separazione tra capitale e lavoro, con la mercificazione, e quindi lo snaturamento, di entrambi. Se per capitale si intende denaro, è noto che già Aristotele aveva scoperto che il denaro perde immediatamente la sua funzione primordiale di facilitatore degli scambi di beni e servizi nel momento in cui diviene una merce, con un suo prezzo di acquisto, l'interesse. Aristotele è categorico: nessuna economia può sopravvivere al prestito ad interesse od usura, tanto più se, come accade oggi, la creazione di tale danaro usuraio diventa monopolio assoluto di una casta ristretta di persone, i banchieri. Il lavoro segue lo stesso destino. Finalizzato per natura all'uomo, esso, nel momento in cui viene cosificato e diventa un mero oggetto di scambio con un suo prezzo - il salario - viene privato della sua essenziale connotazione umana, con il risultato che diventa strumento di oppressione e sfruttamento invece che mezzo per sviluppare tutte le potenzialità degli individui. Questa duplice follia non rimane senza conseguenze.
È inutile continuare a lamentarsi per il debito pubblico e privato, per la perenne instabilità economica, per la disoccupazione, l'impoverimento progressivo della popolazione e la perdita del potere di acquisto dei salari, per poi incensare paradossalmente il sistema che è l'ineluttabile causa di tutto ciò, il capitalismo.
Il distributismo a questo proposito non ha dubbi: non si riuscirà mai a costruire un'economia ed una società dal volto umano, equa e prospera finché la gente non avrà colto l'intrinseca natura perversa del capitalismo e del suo apparente rivale - il socialcomunismo - che è basato sullo stesso principio: l'odio inveterato per l'unione tra capitale e lavoro.
Cosa deve succedere ancora perché ci si renda finalmente conto che il capitalismo è contro l'uomo?

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venerdì 11 agosto 2017

L'INCOMPABILITÀ TRA LIBERALISMO E LIBERTÀ


Al mondo d'oggi la parola "liberale" ha assunto una connotazione positiva. Nell'immaginario collettivo quando una persona si definisce "liberale" il pensiero corre subito al concetto di saggezza, moderatismo, equilibrata tolleranza, grande senso civico. "Con "liberale" si intende un individuo che apprezza e rispetta gli altri e soprattutto la loro libertà. Per approfondire la questione dobbiamo prendere atto che la parola "liberale" è l'aggettivo derivato dal sostantivo "liberalismo". Che cosa è dunque il liberalismo?
Il liberalismo è una dottrina politico-filosofica che sostiene:
- l'indipendenza assoluta della ragione umana da Dio e dalle Sue leggi
- l'indipendenza assoluta della società da Dio e dalle Sue leggi.

Filosoficamente esso è un prodotto del razionalismo, quella corrente di pensiero che sostiene che la ragione umana trova in se stessa il fondamento ultimo della realtà, fino a negare l'esistenza del reale od a farlo coincidere con la ragione, ponendosi così come un precursore del nichilismo.

Sulla base di queste premesse, il liberalismo insegue quindi un tipo particolare di libertà umana, non quella che si compie e si realizza nell'adesione a ciò che esiste ma quella che si dovrebbe attuare in opposizione al reale stesso, al quale non si riconosce uno statuto fondante. Le conseguenze pratiche di tale visione sono immense:
se la ragione umana è fondamento ultimo assoluto di tutte le cose, non esiste nessun ordine morale o sociale oggettivo a cui l'uomo debba conformarsi, per cui, in linea di principio, tutto è possibile, dal punto di vista della morale personale e sociale. Concetti universali quali giustizia ed equità vengono abbandonati e "liberalisticamente" interpretati secondo le convenienze del potente di turno. Il concetto di virtù morale viene travolto dall'ondata relativistica - è buono e giusto ciò che la mia mente mi dice sia buono e giusto e poiché ognuno ha una testa diversa dagli altri possono esistere tante moralità quanti sono gli individui.

In sintesi: si può sostenere senza tema di smentita che il liberalismo tanto in voga e tanto osannato sia alla radici di due fenomeni importanti della società d'oggi:
Il relativismo morale e quello politico-economico-sociale.
Entrambi costituiscono purtroppo il terreno più fertile per lo sviluppo di uno dei più grandi mali del momento presente: l'oscuramento del concetto di verità - cioè appunto di adesione al reale - con il conseguente ritorno alla legge del più forte, sia esso il più danaroso o il più influente numericamente. Si tratta di una deriva autoritaria e dittatoriale e della negazione della libertà umana, quella vera.

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giovedì 10 agosto 2017

TASSE, DEBITO PUBBLICO E DENARO-DEBITO



I soldi delle tasse vengono prelevate dallo Stato e dalle casse dello Stato finiscono nelle banche, molte delle quali straniere, le quali, creando denaro dal nulla, acquistano i titoli di Stato. Questi sono fatti, non teorie, flussi reali di capitale, non speculazioni ipotetiche. Il fatto che questi dati sono tenuti nascosti e che siamo l'applicazione di una logica contorta che ripugna all'intelletto umano - questa è la magia cabalistica! - non li rende meno reali. Nel 2016 (https://www.google.it/amp/amp.ilsole24ore.com/pagina/ADzhSC9B) i titoli di Stato erano posseduti per il 20%, circa 400 miliardi, da banche italiane, per l'11% dalla Banca d'Italia, per il 35% (!) da un'istituzione straniera, la Banca Centrale Europea: quindi il 77% del debito è direttamente in mano alle banche. Il resto, il 17%, è di proprietà di agenzie assicurative. Solo il 6% è posseduto da cittadini italiani! I titoli di Stato, oltre ad essere onerati dal pagamento degli interessi, alla scadenza devono essere ripagati al titolare. Dove troverà mai lo Stato italiano i soldi per pagare interessi e capitale? Semplicissimo, si rivolgerà alle banche, centrali e non,  che hanno il monopolio totale dell'emissione monetaria, le quali creeranno dal nulla altro denaro, cioè altro debito per lo Stato, comprando altri titoli di Stato, arricchendo se stesse ed inpoverendo tutti gli altri, in una spirale esponenziale che è destinata matematicamente ad incrementarsi e rispetto alla quale i sacrifici a cui il popolo italiano è stato artificialmente costretto rappresentano degli ininfluenti palliativi. Qual'è la causa di questo meccanismo perverso? Una semplice convenzione, che si chiama denaro-debito, e che fu ingegnata dalle menti anch'esse perverse dei banchieri londinesi della fine del XVII sec. È l'usura, cioè la produzione di denaro da altro denaro, che Chesterton, insieme a tutti gli uomini di retta ragione, ha sempre risolutamente condannato. Tutti ciò rappresenta incontestabilmente uno grave ingiustizia o, per chi è cattolico, un male sociale che grida vendetta al cospetto di Dio.


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martedì 1 agosto 2017

IL DENARO-DEBITO O DELLA DESTITUZIONE DELLA RETTA RAGIONE

IL DENARO-DEBITO, O DELLA DESTITUZIONE DELLA RETTA RAGIONE

Nel nostro vivere quotidiano diamo per scontato una serie di fattori che in realtà non lo sono affatto. Uno di questi è il concetto di ragione. Tutti noi pensiamo che esistano due uniche grandi categorie: i matti, privi di ragione, chiusi in qualche remota struttura di cura, ed i sani, cioè tutti gli altri. Non è così.
Gia G.K.Chesterton, uno dei più grandi scrittori e pensatori del secolo scorso, ci ammoniva che la pazzia non è privazione di ragione ma ciò che rimane quando una persona perde tutto meno la ragione. Ciò apre al non scontato argomento del rapporto tra ragione e realtà, cioè al concetto di verità. Nel momento in cui la ragione umana nega che esista qualcosa la fuori di per sé – e molte correnti filosofiche oggi lo fanno – rischia di imboccare una strada senza ritorno, quella dell’annichilimento e della follia. Va quindi definito il concetto di retta ragione, quella ragione cioè che presuppone, come dato di fondo e di partenza, l’esistenza della realtà. Si parla in questo caso di metafisica, di un ambito della realtà che va oltre l’apparenza ed i fenomeni e si relaziona con l’essere delle cose, più che con i loro vari attributi.
Cosa c’entra questo con il denaro-debito?
C’entra eccome.
Infatti siamo tutti d’accordo che la ragione -  la retta ragione - debba essere applicata alle questioni più importanti della nostra vita, se vogliamo vivere in maniera umana e civile.
Quale questione più importante del denaro quindi?
Come rimarreste se scopriste che in realtà le cose non stanno così, che, per quanto riguarda il denaro, la retta ragione non solo non viene applicata ma viene rigettata totalmente?
Eppure questo è, purtroppo, ciò che accade, con tutte le conseguenze del caso.
Non ci credete?
Basta che mi seguiate un attimo e lo capirete voi stessi.

Se vi ritrovaste su un’isola deserta con 100 persone, ed una di queste vi proponesse di accettare come denaro per gli scambi delle conchiglie, voi cosa fareste?
Probabilmente accettereste. Qual è il problema infatti? Uno strumento al servizio degli scambi di beni e servizi è necessario in qualsiasi comunità. Se questa stessa persona però – così afferrata in maniera monetaria – vi proponesse poi di accettare come denaro unicamente le conchiglie che lui ha raccolto a costo zero sulla spiaggia e di accettare anche che solo lui possa “emettere” le conchiglie come moneta, esclusivamente come debito, da ripagare con interessi, verso le altre 99 persone presenti sull’isola, tra cui voi, lo guardereste molto probabilmente con un misto di costernazione e divertito sbigottimento, gli dareste una fraterna pacca sulla spalla, dicendogli con uno sguardo sorridente: “Bello lo scherzo, adesso però parliamo di cose serie!”.

Ebbene, l’esempio appena fatto rappresenta, “mutatis mutandi”, esattamente ciò che avviene oggi con la creazione di denaro.
Esiste un gruppo molto limitato di persone – i banchieri – che hanno acquisito, attraverso un lungo e documentabile percorso – il monopolio assoluto della creazione monetaria e sono riusciti a fare legalizzare il seguente meccanismo:
il denaro viene prodotto dal nulla, senza riserva di alcun tipo, , sotto di forma di banconote o denaro scritturale virtuale, e quindi con costi irrisori, solo dal sistema bancario e viene immesso in circolo, solo ed esclusivamente come debito di Stati, imprese e cittadini – cioè di tutto il corpo sociale – verso il sistema bancario stesso. Conseguenza: tutto il mondo si trova affossato sotto una montagna d’inevitabili ed ineluttabili debiti, la cui causa prima è esclusivamente di natura convenzionale e quindi artificiale.
Tale meccanismo è privo di qualsiasi fondamento ragionevole: rappresenta ipso facto la destituzione totale della retta ragione in ambito monetario.  La destituzione della retta ragione non implica però che non vi sia una logica, cioè un senso, dietro tale fenomeno.  Il problema è che, persa la via della retta ragione, del principio di non contraddizione e di adesione al reale, tutti elementi caratteristici del pensiero greco-aristotelico-tomista in contrapposizione al pensiero magico della cabala di origine ebraico-mesopotamica, questa logica non può altro che essere di natura perversa e contraria all’ordine naturale.
Si tratta, nè più ne meno, di una logica finalizzata all’acquisizione da parte di una minoranza – scaltra, furba e cinica -  dell’unico vero supremo potere, quello tante volte perseguito nei secoli con l’immagine della pietra filosofale: il potere appunto di trasformare la materia inerte in oro, cioè in denaro. appropriandosene e sottomettendo a se tutti gli altri uomini, relegati al ruolo di servi-lavoratori. Mantenere il segreto è facilissimo, basta ammantare il tutto di un’aurea sacra, iniziatica: “voi non preoccupatevi di indagare come nasce il denaro, lasciate queste questioni misteriose alla casta di sacerdoti laici costituiti dai banchieri e vedrete che arriverete alla salvezza” – sembra essere il mantra veicolato dai mass-media. Si chiede in sostanza un atto di fede, senza rendersi conto che la religione di cui si tratta non è quella che mette al centro il Cristo salvatore ma Mammona, una religione cioè decisamente luciferina.

Esagerato? Assolutamente no! Il meccanismo di creazione del denaro-debito –  sconosciuto ai più ma accessibile da tutti sui testi economici facilmente consultabili su internet – è un dato di fatto, una macchina che, silenziosamente ma inesorabilmente, continua a produrre a tamburo battente debito per i cittadini ed arricchimento per il sistema bancario. Il fatto che l’opinione pubblica non ne sia al corrente rappresenta un vero “misterium iniquitatis”, di cui i principali responsabili  sono i nostri politici, giornalisti ed intellettuali, che, invece di fare il loro mestiere, sono troppo impegnati a conquistarsi l’amicizia e l’appoggio del sistema bancario stesso.
Ci rimane quindi una sola speranza: non fare morire la retta ragione, cioè la caratteristica principale che distingue l’uomo dall’animale e che ha costituito il centro di tutte le civiltà degne di questo nome, ed applicare poi tale retta ragione ai vari ambiti umani, denaro in primis. Una volta sepolta la retta ragione infatti verrà sepolta anche l’umanità, sotto il gioco del Vitello d’Oro e dei tanti idoli che non sono altro che il volto multiforme ed informe del nulla.

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domenica 2 luglio 2017

IL DISTRIBUTISMO: CONTRO LE OLIGARCHIE FINANZIARIE E PARTITOCRATICHE, PER UNA VERA DEMOCRAZIA

Il Distributismo: contro le oligarchie finanziarie e partitocratiche, per una vera democrazia.

Nel 1911 i fondatori del distributismo, C.E.Chesterton e  H.Belloc pubblicarono un libro profetico intitolato “The Party System”, letteralmente il “Sistema dei Partiti”, recentemente (2014) riedito in lingua italiana dalla casa editrice Rubettino con il titolo “Partitocrazia”.
Non si tratta di un libello di qualche populista estremista ma della pacata e riflessiva analisi di uomini di cultura seri e rispettati che, ponendo il senso comune e la ragionevolezza al centro del loro modo di pensare ed agire, seppero dare una visione obiettiva e disincantata di quanto accadeva politicamente nell'Inghilterra dell'inizio del secolo scorso. In sintesi: si erano accorti che il sistema dei partiti, lungi dal rappresentare gli interessi del bene comune e della popolazione, in realtà tutelava primariamente solo due fasce molto ristrette della società: i politici stessi ed i detentori del potere economico-finanziario. Nel loro libro quindi non fecero altro che circostanziare, con dovizia di particolari ed esempi concreti, tratti dalla vita politico-parlamentare di allora, come il sistema dei partiti fosse in realtà un regime che tutelava gli interessi di pochi, in poche parole, una oligarchia mascherata da democrazia.
La tesi di Chesterton e Belloc rimane a mio parere altrettanto valida anche oggi: cambiano i contenuti ma il contenitore rimane sempre quello, cioè un sistema, il sistema dei partiti appunto, totalmente incapace di garantire una vera democrazia.
Non si tratta di un incidente di percorso, di una imperfezione emendabile con qualche lieve riforma: si tratta proprio di un deficit strutturale, connaturato all'essenza del sistema dei partiti stessi.
La logica sottostante tale sistema è infatti che la massima possibile libertà politica dei cittadini si esprima essenzialmente attraverso il voto e la possibilità di aggregarsi per dare vita ad una formazione politica che si possa presentare alle elezioni. Tutto il resto, cioè la possibilità di partecipare direttamente alla discussione e decisione delle questioni importanti che attengono alla vita sociale e lavorativa quotidiana, non trova alcuno spazio. I cittadini con il sistema dei partiti vengono di fatto espropriati di questo diritto fondamentale e tutte le associazioni professionali e lavorative intermedie, che non abbiano una specifica coloritura partitica, vengono di fatte progressivamente svuotate di ogni potere. Il sistema dei partiti anzi ha un obiettivo specifico, di fatto in fase di avanzata realizzazione nella storia recente: eliminarle.
Nel momento stesso in cui il cittadino si vede privato dei questi spazi di libertà reali e concreti e diventa depositario di una libertà astratta, quella di voto, e perde di fatto il potere reale di incidere sulla propria vita, affidando tale potere a qualcun altro: dalla democrazia si passa all'oligarchia.
Da chi è costituita nel dettaglio tale oligarchia?
Per scoprirlo basta osservare quanto accaduto dal 1945 ad oggi in Italia e nel mondo.
Nel 1913 negli Stati Uniti viene fondata la Federal Reserve, la banca centrale americana. La bozza del progetto venne formulata da un cartello delle principali famiglie bancarie internazionali – i Rothschild, i Morgan i Rockefeller, Kuhn&Lobb, solo per citarne qualcuna. Il loro obiettivo era semplice: ottenere il monopolio assoluto della sovranità monetaria in America, il diritto cioè di creare denaro dal nulla a costo zero e di imprestare poi questo denaro a Stati e cittadini, lucrando sui relativi interessi. Primo firmatario e dirigente della commissione governativa che si occupò della questione fu il senatore repubblicano Nelson W. Aldrich, guarda caso marito di un'esponente importante della famiglia Rockefeller (https://en.wikipedia.org/wiki/Nelson_W._Aldrich). Tale cartello bancario mise a disposizione somme enormi per “sensibilizzare” i parlamentari di entrambi gli schieramenti - democratici e repubblicani - ed i mass-media, la maggior parte dei quali erano comunque già di loro proprietà. Questo è stato il processo democratico attraverso cui i rappresentanti del popolo americano alla fine votarono in favore dell'istituzione della Federal Reserve.
Alla fine della II guerra mondiale tale cartello di famiglie bancarie si trovarono ad essere dalla parte dei vincitori, semplicemente per il fatto che avevano finanziato durante la guerra entrambi gli schieramenti, traendone immensi profitti. E' documentato inoltre che anche la rivoluzione bolscevica in Russia fu finanziata principalmente dalle banche di Wall Street, in funzione anti-zarista. Non dimentichiamoci infatti che lo Zar di Russia era l'unico “grande” d'Europa che ancora intendeva rimanere indipendente dall'indebitamento con la grande finanza internazionale.

Alla fine della II guerra mondiale l'Italia si trovò quindi stretta tra due colossi, entrambi vincitori, entrambi finanziati dalla stessa fonte: il modello liberal-capitalista americano e quello social-comunista sovietico.
Due modelli apparentemente in antitesi ma in realtà accomunati da almeno due importanti fattori in comune: l'essere finanziati dalla stesso fonte – la grande finanza internazionale con sede a Londra e Wall Street – ed un modello politico di tipo oligarchico.
Nel liberal-capitalismo infatti l'oligarchia si esprime attraverso il dominio sostanziale delle poche famiglie che detengono la maggioranza delle risorse economico-finanziarie della nazione ed utilizzano la partitocrazia quale loro strumento di controllo. Nel modello social-comunista l'oligarchia si esprime attraverso l'apparto dirigente del partito, una vera e propria casta che detiene il privilegio di decidere tutte le questioni importanti. In ambedue i modelli la popolazione viene esautorata di ogni potere reale, in ambedue i modelli si punta all'eliminazione delle aggregazioni professionali e sociali di cittadini che per secoli avevano garantito ai cittadini stessi la gestione di fette importanti del potere effettivo; in ambedue i modelli l'ideale di società è quello in cui l'individuo si trova solo ed impotente di fronte all'apparato statale, slegato da ogni vincolo solidale con i  propri vicini sul territorio. Ambedue i modelli, secondo quanto già lucidamente osservato dai distributisti inglesi nel corso del secolo scorso, puntano quindi inesorabilmente alla società servile, in cui il potere politico ed economico viene sempre più concentrato nelle mani di pochi e la maggioranza dei cittadini vengono progressivamente privati di tutti i poteri, a partire di quello che deriva dal possedere la proprietà privata ed i mezzi di produzione della propria attività lavorativa.

Gli ultimi 75 anni di vita politica italiana non sono quindi stati altro che il riflesso di quanto avveniva nel resto del mondo: una falsa e solo superficiale opposizione tra liberal-capitalismo e social-comunismo, nelle varie forme – piu o meno estreme od edulcorate -  in cui questi si sono presentati, esitata alla fine – e questa è storia recente – nella loro perversa alleanza: il grande Stato che si allea alla grande finanza. Mario Monti è forse l'incarnazione di questa fase esiziale del sistema politico italiano: presidente europeo della Commissione Trilaterale, associazione fondata nel 1973 dai Rockefeller, membro del Comitato Direttivo del Gruppo Bilderberg, “international advisor” per la banca internazionale Goldman Sachs e della Coca Cola Company, senza mai essere eletto, diventa improvvisamente presidente del Consiglio nel 2011 e vara un programma di lacrime e sangue,  che riesce a realizzare grazie all'utilizzo della macchina statale.
Ancora: se andiamo a vedere i programmi di tutti quei partiti e movimenti che riescono ad avere finanziamenti tali da poter arrivare all'attenzione dell'opinione pubblica, possiamo notare che nessuno di questi ha proposto o propone una reale alternativa al sistema dei partiti.
La I Republica ha infatti rappresentato il dominio pressochè assoluto dei partiti sulla società civile, il periodo berlusconiano l'irrompere sulla scena di un protagonista assoluto, un principe macchiavellico supportato prevalentemente dalle proprie possibilità economiche; Prodi ed il renzismo tentativi più o meno espliciti di alleanza tra la grande finanza e l'apparato statale; il grillismo una deriva demagogica che vorrebbe porre la rete – strumento facilmente controllabile dal guru di turno – quale totem dominante a cui sacrificare qualsiasi altro valore, in vista di una società nuova e millenarista, secondo i dettami delle centrali finanziarie internazionali (globalizzazione, multiculturalismo, relativismo), con il reddito di cittadinanza quale elemosina da consegnare ai cittadini-schiavi per la loro mera sopravvivenza.
Di fronte a questi tetri scenari, il Movimento Distributista Italiano fa una proposta molto semplice e lineare: il ritorno al senso comune ed alla ragionevolezza.
La concretizzazione politica del senso comune e della ragionevolezza oggi significa quattro cose principali:
1) Rimettere l’autosostentamento della famiglia al centro di ogni azione politico-economica
2) Ritornare all’unione di capitale e lavoro, nelle stesse persone, per operare la massima possibile diffusione della proprietà produttiva e quindi produrre la vera stabilità e prosperità economica
3) Ripudiare la partitocrazia, e ridare potere alle organizzazioni dei lavoratori-proprietari, divisi per comparto lavorativo
4) Ripudiare il denaro-debito bancario e creare una moneta che nasca di proprietà dei cittadini e dello Stato.

Sono queste le direttive da seguire, in ogni contesto politico-istituzionale – comune, regione, Stato – per incominciare a rimettere a posto le cose, lasciando da parte ogni cesarismo o personalismo.
Sono queste le direttive da seguire, contro ogni demagogia da “partito degli onesti”, che lascia poi inalterate o rafforzate le strutture di potere dell’usura bancaria (denaro-debito, burocrazia statale e partitocrazia), principali ostacoli alla realizzazione di quel minimo di equità e giustizia sociale che è indispensabile alla vita di ogni società che possa dirsi veramente civile.
Sono queste le direttive da seguire, per ovviare allo scoramento, alla disillusione ed alla rassegnazione che ormai ha pervaso il cuori di molti italiani veramente onesti.

Con queste direttive in mente, ci rivolgiamo quindi a tutte le persone di buona volontà, al di là ed oltre ogni schieramento ideologico o confessionale: che sia la forza dei nostri contenuti a sconfiggere l’arroganza delle oligarchie finanziarie e partitocratiche, per un sano ritorno al reale.

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LA FRAMMENTAZIONE DEL FRONTE SOVRANISTA E LA PROPOSTA DISTRIBUTISTA



Di fronte alla crisi, strutturale e sistemica, del modello economico-sociale-politico e monetario in cui viviamo, modello che correttamente si può definire liberal-capitalista, è sorta una sana reazione dal basso, che, come tutti i fenomeni spontanei, ha la caratteristica di essere inizialmente confusa e poco organizzata. Si tratta di un numero elevatissimo di piccole associazioni di liberi cittadini, radicate sul territorio, che si occupano dei settori più vari e diversi del vivere civile: si va dalla moneta, all’agricoltura, al commercio, alla piccola produzione locale, alla salute, alla cultura, per finire con l’educazione dei figli, i problemi della terza  età e degli invalidi. Questa vasta galassia di piccole associazioni hanno tutte un carattere in comune: il tentativo di riappropriazione da parte della gente di spazi sovranità. Per questo il sistema li ha raggruppati con il termine di “sovranismo”.
Il sovranismo rappresenta quindi un a reazione tendenzialmente caotica e poco organizzata, al suo opposto, cioè  alla privazione di sovranità popolare operata dal modello imperante, appunto il liberal-capitalismo.
Il fronte sovranista appare quindi oggi come un fronte frammentato, ed effettivamente lo è.
Il sovranismo potrebbe essere infatti definito come il fascismo del XXI secolo. Il fascismo fu un fenomeno storico che, di fronte al precedente fallimento sistemico del liberal-capitalismo, quello avvenuto nei primi decenni del secolo scorso, mise insieme apporti culturali tra loro diversi ed eterogenei (socialismo e capitalismo, nazionalismo ed attenzione ai territori, cattolicesimo e naturalismo massonico), appunto in un “fascio” nuovo ed originale, creando un unicum storico ed una visione apparentemente forte e compatta in grado di opporsi al liberal-capitalismo. La sconfitta sui campi di battaglia e la sua intrinseca ambiguità e fragilità contenutista ne decretarono la scomparsa dalla storia.
Il sovranismo di oggi a mio parere non sta facendo altro che ripetere gli errori commessi dal fascismo nel XX sec.. Nel sovranismo infatti convergono le ideologie separatiste e federaliste leghiste, lo statalismo di ritorno del keynesismo, la dittatura del proletariato delle sinistre radicali, lo stato etico delle destre radicali, il naturalismo filosofico relativista della massoneria, il primato della società civile sull’apparato statale proposto dal mondo cattolico.

E’ chiaro che un fronte del genere non potrà mai trovare una sintesi coerente e coesa, in grado di proporsi come modello chiaro e compatto al prevalente liberal-capitalismo.

L’esempio più eclatante è quello della moneta: sono ormai numerosissimi i gruppi – piccoli, medi o grandi – che hanno acquisito la consapevolezza che il sistema monetario attuale, basato sulla frode del denaro-debito, è pernicioso e deleterio per il corpo sociale.
 Tutti questi gruppi però non riescono a ritrovarsi intorno ad una visione dell’economia, della socialità e della politica sufficientemente univoca da rendere poi le differenze tecniche sulla soluzione monetaria da attuare di secondaria importanza.

Che fare dunque?
Due sono le strade da seguire: una è quella di assumere un atteggiamento relativistico ed hegeliano – il famoso processo di tesi, sintesi, antitesi – e di lavorare per una sintesi di tipo “fascista” di tutte le componenti culturali che oggi si trovano nel sovranismo, con il rischio di costruire però un fronte intrinsecamente debole e fragile dal punto di vista dei contenuti ed incapace, come accadde al fascismo storico, di reggere l’urto del liberal-capitalismo. Non dimentichiamoci inoltre che socialismo, mondo cattolico e naturalismo massonico al momento opportuno si distanziarono dal fascismo, decretandone la fine e riconsegnandoci alla falsa bipolarità capitalismo-socialcomunismo.
L’altra soluzione è invece quella di proporre una visone sufficientemente ampia che accolga gli spunti positivi degli altri orientamenti, integrandoli e superandoli in una sintesi superiore.
Questa è la strada che intende percorrere il distributismo.
Il distributismo non nega la necessità di un decentramento del potere proposto dal leghismo ma lo porta a compimento proponendo la redistribuzione del potere reale tra la gente per comparto lavorativo (principio corporativo). Il distributismo non nega le esigenze di tutela dei più deboli e dei più poveri proposti dal social-comunismo ma porta a compimento questa posizione puntando alla redistribuzione di proprietà e poteri reali attraverso l’unione di capitale e lavoro e la costituzione di associazioni territoriali per comparto lavorativo (prinicipio corporativo). Il distributismo non nega le esigenze di dare alla libera iniziativa ed al mercato il massimo sviluppo possibile ma ritiene che tale sviluppo, per essere vero, debba basarsi su insieme di regole economiche e di comportamenti stabiliti dagli stessi attori della vita economica, riuniti in associazioni di categoria secondo un principio di partecipazione democratica e di rispetto delle competenze. Il distributismo non nega la necessità della presenza di uno Stato che debba fare rispettare il bene comune, ma ritiene che tale Stato non possa pretendere di plasmare a sua immagine e somiglianza la società bensì debba rispettarne le caratteristiche naturali e portarle al loro massimo compimento. Il distributismo infine, e qui si impone la presa di coscienza della sua totale incompatibilità con il naturalismo relativista massonico, non ritiene che la società possa conformarsi nel modo più vario e fantasioso,  inseguendo le ondivaghe fluttuazioni delle masse, facilmente condizionabili dai mass-media saldamente detenuti nella mani di pochi. Il distributismo ritiene invece che la politica debba essere guidata dalla retta ragione ed dal senso comune, che nel corso dei secoli ci hanno condotto alla scoperta di alcuni principi di giustizia, equità ed equilibrio che non possono essere più negoziabili, a patto di pervertire il naturale ordine sociale ed economico, producendo i tanti mali che oggi possiamo osservare.
Secondo il distributismo tali principi sono fondamentalmente quattro:
-       la centralità, anche e soprattutto economico-sociale, della famiglia basata sul matrimonio e sulla  procreazione responsabile.
-       la necessità di unire capitale e lavoro, mettendo chi lo voglia nelle condizioni di diventare proprietario dei mezzi di produzione e favorendo la massima possibile diffusione della proprietà produttiva
-       la necessità di dare alla gente il massimo potere possibile, attraverso la creazione di aggregazioni per comparto socio-lavorativo e funzione sociale svolta (principio corporativo)
-       la necessità di ridare alla moneta la sua funzione primigenia di strumento al servizio degli scambi  e dell’economia reale, ridando ai cittadini ed alle istituzioni pubbliche la proprietà del denaro al momento dell’emissione e sottraendolo al sistema bancario.


La visione distributista in questo senso sposa appieno quelli che sono i principi della Dottrina Sociale della Chiesa, pur non proponendosi come una mera proposta confessionale ma rivolgendosi sempre e comunque a tutti gli uomini di buona volontà.

Historia magistra vitae: non è creando ibridi o temporanei compromessi tra correnti di pensiero eterogenee e contradditorie che si può sperare di uscire dalla terribile situazione in cui ci troviamo ma aprendoci con animo schietto e trasparente alle verità del senso comune e della ragionevolezza insite nel cuore di ogni uomo. Questa è in sintesi la proposta del distributismo per costruire un fronte forte, saldo e compatto che superi definitivamente il liberal-capitalismo ed il social-comunismo e ristabilisca quel minimo di ordine, prosperità e giustizia che rende la vita umana degna di essere vissuta.