mercoledì 22 marzo 2017

IL DOVERE DI RIBELLARSI CONTRO LA SCHIAVITU' DELL'USURA BANCARIA




Che le cose non vadano ormai è chiaro a tutti, almeno al 98% della popolazione italiana, cioè a quei molto di più di 56 milioni di persone che nella nostra nazione dipendono per la propria esistenza sul lavoro proprio o dei propri famigliari e non su rendite patrimoniali o finanziarie o sull’occupazione di poltrone politiche ad amministrative in grado assicurare favori e privilegi.
Le cose non vanno perché tutti i dati micro e macroeconomici convergono inesorabilmente nel supportare l’esperienza individuale e collettiva di operai, artigiani, agricoltori, piccole e medie imprese, liberi professionisti, impiegati privati e pubblici: il lavoro “normale” non basta più a mantenere dignitosamente la famiglia e mettere qualcosa da parte per il futuro.
Questa verità viene sperimentata da tutti ma, quasi fosse un tabù di cui vergognarsi, tenuta rigorosamente segreta.
C’è di più. Questo dato di fatto non ha solo conseguenze economiche – la famiglia media deve ridurre le spese e tagliare il superfluo stenta ad arrivare alla fine del mese – ma anche gravissime conseguenze sul piano morale: se il lavoro – e quindi l’operosità, il merito, l’impegno, la dedizione, tutte queste positive qualità umane – non pagano più, non vengono più riconosciute come strumenti privilegiati per creare valore, allora cosa ha valore?
Possiamo ancora dire che esiste in questa società una vera giustizia sociale, cioè un criterio efficace ed operativo per cui viene dato a ciascuno secondo quanto gli spetta? Certamente no?
Ecco dunque la diffusione endemica di una sorta di pervasiva depressione sociale, particolarmente forte tra la gioventù, caratterizzata da un cocktail perverso ed sterile di rabbia e scoramento.
Alla rabbia ed allo scoramento si aggiunge poi un senso di impotenza, perché il corpo sociale viene lasciato nel limbo rispetto alle vere cause di questa condizione e quindi rispetto alle prospettive realistiche di un superamento di questa crisi.
Un’analisi attenta della situazione, che non si faccia distrarre dal frastuono del bombardamento mass-mediatico di notizie, è in grado di svelare senza ombra di dubbio la radice ultima di questa crisi permanente: l’usura.
Per usura intendiamo non il prestito ad interesse a due cifre dello strozzino all’angolo della strada ma ogni prestito ad interesse, quello che ogni istituto bancario privato applica ai suoi clienti, nel momento in cui crea il denaro dal nulla sotto forma di debito.  Per usura intendiamo cioè quel meccanismo che universalmente tutte le culture della storia – a partire da quella mesopotamica - hanno riconosciuto come la radice ultima di ogni male sociale ed economico, il meccanismo per cui il denaro, di per sé sterile ed incapace di produrre alcunchè, viene magicamente – sarebbe più appropriato dire cabalisticamente – trasformato in qualcosa di fecondo, in grado cioè di produrre cioè altro denaro. Questo meccanismo è come un virus che, una volta lasciato libero di svilupparsi nel tessuto sociale, ne corrode ogni aspetto ed ogni settore, impoverendo progressivamente ed inesorabilmente le categorie produttrici e facendo arricchire artificialmente i prestatori di denaro. Contro l’usura, contro il prestito ad interesse, si sono schierati i padri fondatori della nostra civiltà, a partire da Aristotele, Cicerone, Seneca, Socrate, per proseguire poi nel medioevo con tutti i padri della Chiesa e poi San Tommaso d’Aquino, San Bernardino da Siena.  L’usura o prestito ad interesse, durante tutta la Cristianità medioevale, fu considerato peccato mortale e chi lo praticava veniva messo al bando dalla società. Questo consentì quel grande periodo di sviluppo economico-sociale-culturale e demografico che caratterizzò l’Europa a partire dal 1000 e fino al XIV secolo.  Quando i costumi riguardo all’usura si rilassarono, nella Firenze medicea del XIV, il prestito ad interesse ritornò in auge e si iniziò così quel processo contro-natura di progressiva spoliazione della dignità e del ruolo del lavoro rispetto alla dimensione finanziaria, giungendo infine al paradosso attuale per cui il denaro, da strumento al servizio dell’uomo e dell’economia, si è trasformato in mezzo di oppressione e dominio di una minoranza – i banchieri – sulla popolazione.
Che fare dunque?
Il primo passo ovviamente è la presa di coscienza, il secondo è l’azione.
Il distributismo, in un periodo di drammatico disorientamento politico, offre una prospettiva ampia ed articolata, una valida “pars costruens” a cui far riferimento.
Messo da parte il denaro-debito bancario, il prestito ad interesse od usura, si tratta di ripartire ponendo il buon senso e la ragionevolezza alla base di ogni iniziativa.
Il buon senso ci dice una serie di cose, semplici e chiare:
-       senza famiglia basata sull’unione stabile di un uomo ed una donna, il piccolo uomo e futuro cittadino non ha uno spazio naturale in cui sviluppare i propri talenti. La famiglia va quindi rilanciata nella sua libertà ed autonomia, e non esiste libertà ed autonomia senza capacità di autosostentamento. Bisogna quindi puntare alla libertà economica della famiglia.
-       Il lavoro costituisce la dimensione principale attraverso cui l’uomo realizza se stesso. Va quindi aumentata la libertà dell’attività produttiva e per farlo è necessario diffondere al massimo la proprietà produttiva e puntare all’unione tra capitale e lavoro.
-       L’uomo è un essere per natura sociale e deve essere libero di aggregarsi con le persone che con cui condivide l’attività lavorativa per discutere e decidere tutte le questioni importanti che riguardano la propria dimensione sociale e lavorativa. Va quindi favorita la creazione di aggregazioni territoriali per comparto lavorativo dotate di significativo potere decisionale. Il potere deve tornare alla gente che lavora e va sottratto ai partiti. Va rilanciato quindi il principio corporativo.
-       Il denaro deve tornare ad essere uno strumento al servizio dell’uomo e dell’economia: l’usura, od interesse sul prestito, va abolita e la proprietà della moneta all’atto dell’emissione va tolta ad una minoranza – i banchieri – e restituita all’intera popolazione ed allo Stato.

Solo seguendo queste quattro direttive principali, in tutti i contesti legislativi possibili – comunali, provinciali, regionali, statali, internazionali – sarà possibile invertire radicalmente marcia ed incominciare a ridare dignità al lavoro, cioè a ridare dignità all’uomo, mettendo definitivamente al bando quel veicolo di corruzione e disgregazione sociale ed economica che sta infestando la nostra società e che va chiamata, al di la di ogni reticenza, con il suo proprio nome: usura.
In questo senso la ribellione contro l’usura non è un diritto ma un dovere di tutti quei cittadini che si dicono ancora animati dall’amore per il bene comune.

venerdì 17 marzo 2017

IL DISTRIBUTISMO: CONTRO L'USURA E PER UN LAVORO A MISURA D'UOMO




L’opinione pubblica nel frangente attuale ondeggia tra una serie di stati d’animi, tutti purtroppo negativi: confusione, rabbia, mancanza di fiducia nella politica, impotenza.
La disperazione dovuta ad un’oggettiva difficile condizione socio-economica porta inevitabilmente a fidarsi ciecamente del primo venuto, in Italia per esempio figure come Renzi o Beppe Grillo, negli Stati Uniti Obama o Trump; figure intercambiabili, presentate necessariamente come l’una l’opposto delle altre, per dare l’impressione di un cambiamento vero, radicale, per generare sterili polemiche e superficiali contrapposizioni ma in realtà accumunate da un granitico elemento in comune: il non mettere in discussione il sistema di gestione e spartizione del potere attuale, basato sulla truffa del denaro-debito, ed anzi consolidarlo, senza mai osare anche solo mettere in discussione i suoi dogmi.
Il sistema del denaro-debito non è un’opinione, è un fatto. Consiste in un meccanismo di creazione della moneta. Oggi, per convenzione frutto di mercanteggiamenti plurisecolari, il denaro nasce solo ed esclusivamente di proprietà del sistema bancario privato, come debito di cittadini e Stati verso il sistema bancario stesso.
Conseguenza ineluttabile: l’indebitamento esponenziale ed inesorabile di tutto il corpo sociale – Stati e comunità civile – verso il sistema bancario stesso. Il debitore poi, si sa, si trova sempre in una condizione di subalternità e dipendenza rispetto al creditore, che ne condiziona e limita significativamente gli spazi di libertà.
Come possiamo constatare, infatti, oggi le politiche economiche non vengono più decise dai politici ma dai governatori delle banche centrali, che agiscono per legge in piena e totale autonomia rispetto al corpo elettorale ed ai governi stessi.
Non solo. Come fa il sistema bancario ad imporre alla popolazione di pagare l’immenso ed artificiale fardello debitorio creato dal denaro-debito? Semplice: si serve dello Stato, che di fatto rappresenta il principale agente di riscossione debiti per conto del sistema bancario stesso.
Il meccanismo nasce in Inghilterra nel 1694 e da allora è stato sempre portato avanti con successo, ovviamente nell’ombra e contando sull’ignoranza dell’opinione pubblica.
Il re Guglielmo III  d’Orange, che aveva bisogni di prestiti per le varie guerre che stava conducendo, concesse ai banchieri privati londinesi e delle Fiandre, prevalentemente ebrei, in cambio di un prestito di 1 milione di sterline in oro all’8%, di creare pezzi di carta dal valore intrinseco quasi zero chiamate banconote  – la sterlina appunto –, accettando tale “moneta” come valuta legale del regno. Le sterline sarebbero state di proprietà dei banchieri ed imprestate, con tanto di interessi, allo Stato ed ai cittadini. Il re contemporaneamente si impegnò ad imporre ai propri sudditi una serie di tasse sulla proprietà e sul commercio – prima inesistenti – per assicurare i banchieri che il debito sarebbe stato ripagato.
In realtà successe che il re non riuscì mai a ripagare il debito originario, perché tale debito, con l’interesse composto e la necessità di altre spese, crebbe in maniera vertiginosa, come in maniera vertiginosa crebbero le somme che il re dovette continuamente restituire ai banchieri per pagare gli interessi. Si incrementò così sempre più l’imposizione fiscale, pur senza riuscire a liberare mai lo Stato dalla schiavitù del debito. Fu l’inizio del debito pubblico e della schiavitù dei popoli.
Vi ricorda qualcosa? Vi aiuta questo a capire come mai, pur versando oggi i cittadini il 70% di tasse complessive, lo Stato è sempre indebitato e deve sempre più limitare le risorse per i servizi pubblici?
Il denaro-debito non è un’astrazione concettuale ma un reale meccanismo di produzione monetaria che arriva direttamente nelle vostre tasche, a sottrarvi, attraverso lo Stato, quando avete onestamente guadagnato.
Si può pertanto affermare senza tema di smentita che viviamo nel peggiore dei sistemi schiavisti, quello dell’usurocrazia, cioè del potere dell’usura, dove per usura si intende il prestito a qualsiasi interesse, anche minimo; un’usurocrazia saldamente detenuta nelle mani di un elite economico-finanziaria che, con i possenti mezzi a sua disposizione (giornali, radio, TV, stampa) ci vuole invece convincere, malgrado tutte le evidenze, che viviamo in un regime di piena democrazia, cioè di potere detenuto dal popolo.
La vera lotta che si sta compiendo davanti ai nostri occhi non è quindi quella tra destra, sinistra, centro, né quella tra progressisti e conservatori, ma quella tra il lavoro e l’usura.
Di cosa si tratta? Presto detto.
Si tratta di due visione opposte ed incompatibile dell’economia e del vivere civile in generale.
Chi è per il lavoro sostiene che il lavoro stesso, cioè la produzione umana di beni e servizi, secondo le competenze e le capacità dei singoli e dei gruppi, debba essere il fattore centrale e fondante dell’economia, in funzione del quale si articoli tutto il resto del comparto sociale. La qualità e quantità del lavoro svolto dovrebbe essere la principale fonte di guadagno e di reddito, mettendo al bando ogni forma speculativa finanziaria. Lo sviluppo del lavoro è a costo zero, nel senso che non richiede, per esplicarsi, altro che la disponibilità umana del singolo soggetto ad incrementare al massimo, entro i limiti di una qualità della vita accettabile, le sue capacità produttive.  Il lavoro non è solo quantità ma anche qualità, essendo il prodotto della persona, e quindi dovrebbe essere regolato, nei suoi multiformi aspetti, attraverso un processo decisionale democratico e basato sulle competenze. In funzione dello sviluppo e del mantenimento della dimensione umane del lavoro andrebbero impostate tutte le politiche monetarie e fiscali.
Chi è per l’usura, all’opposto, ritiene invece che il fattore centrale dell’economia debba essere il denaro ed il prestito ad interesse, per cui è buono e giusto che la moneta, di per sé sterile, produca altra moneta. In virtù di questo principio fondante, di per sé contro-natura, cioè il rendere fecondo artificialmente ciò che di per sé non lo è, si producono una serie di conseguenze altrettanto contro-natura: il lavoro viene subordinato al denaro, l’economia reale viene subordinata alla finanza, con il risultato finale di un di un sostanziale impoverimento ed abbassamento qualitativo dell’attività lavorativa ed il parallelo crescere esponenziale di un mondo virtuale, quello appunto della finanza, che controlla e dirige il mondo reale.
Si giunge quindi al paradosso, che fa parte della nostra cronaca quotidiana, che un elite di banchieri privati, proprietari delle banche centrali e commerciali, siano in grado di controllare pressochè tutte le attività umane, condizionando in maniera sostanziale e decisiva ogni scelta politica.
Si giunge al paradosso che il lavoro non è più lo strumento privilegiato attraverso cui l’uomo realizza se stesso, mantiene dignitosamente la propria famiglia e contribuisce al bene comune ma diventa un mero mezzo di sopravvivenza, un’attività servile svolta per conto ed a profitto di altri.

Che fare dunque?
Il distributismo non ha dubbi e propone una visione economico-sociale-politica coerente, articolata, sensata ed attuabile che ha alla sua base il concetto di porre il denaro al servizio del lavoro, di restituire il potere reale ai cittadini organizzati per comparto lavorativo, di diffondere al massimo la proprietà produttiva, di tutelare la famiglia come elemento cardine insostituibile della società.
Uscire dalla crisi quindi si può, anche in maniera rapida. Basta avere le idee chiare su come farlo, agendo a tutti i livelli – comunale, ragionale, statale, europei – attraverso appropriati strumenti legislativi.
Bisogno solo avere il coraggio di dire le cose come stanno, di opporsi risolutamente al dogma dell’usura e del denaro-debito, di dare a tutte le persone di buona volontà che hanno risolutamente deciso di non mettere il proprio cervello al macero e di rimanere invece fedeli al reale, una prospettiva comune e costruttiva: il distributismo.

Per informazioni ed adesioni: distributismomovimento.blogspot.com

mercoledì 22 febbraio 2017

Questione tassisti: la folle libertà liberal-capitalista contro la libertà vera, quella distributista.




I tassisti si ribellano contro la libertà.
Sembra essere questo il tema dominante, e paradossale, delle recenti vicende che hanno visto una vera e propria ribellione del popolo dei tassisti, ribellione forte e vigorosa, spontanea, motivata dall’impellente necessità di difendere il proprio lavoro e la propria vita.
Sullo stesso piede di guerra, in Italia e nel mondo, ci trovano praticamente tutte le altre categorie di lavoratori, che per adesso incassano passivamente i colpi che gli vengono da una tassazione sempre più alta, da una precarietà lavorativa e da debiti sempre più alti e dalla cronica perdita del potere d’acquisto.
Incassano, finchè la misura sarà colma, finchè non vedranno minacciate, come i tassisti, le loro priorità vitali.
Per che cosa e contro che cosa i tassisti sono scesi in piazza?
La richiesta, appunto paradossale ma reale, è di una restrizione delle libertà e di un aumento dei vincoli normativi che devono regolare la loro attività. In assenza di tali vincoli si è infatti sperimentato che il libero mercato produce una solo cosa: miseria, prevalenza del più forte sul più debole e concentrazione della proprietà nelle mani di pochi.
La quesitone è di centrale importanza perché mina alla radice il concetto di libertà su cui si basa il liberal-capitalismo. Tale libertà infatti, a ben guardare, è una libertà utopica, cioè letteralmente un “non luogo”, dal greco “ouv”=non e “topos”=luogo. E’ cioè la stessa libertà che hanno le cellule cancerogene di proliferare senza più ordine e misura, producendo una grande massa di cellule non più legate da vincoli funzionali se non quelli appunto della massima crescita, con la conseguenza delle morte del tessuto ospitante ed, infine, del tumore stesso. Dal punto di vista sociale ciò corrisponde alla morte del tessuto sociale con la formazione di una massa di “dipenenti”, cioè di persone che hanno perso la proprietà dei mezzi di produzione e sono ridotti ad una condizione servile.
I limiti invece è proprio ciò che i tassisti stanno chiedendo disperatamente ai nostri governanti, i quali, da bravi camerieri dei banchieri, continuano invece imperterriti sulla strada del liberismo selvaggio, una strada imposta loro dalle grandi centrali economico-finanziarie che detengono oggi saldamente il potere reale.
L’esperienza ci insegna infatti che la libertà vera, sia sul piano personale sia sul piano socio-economico, non è quella condizione in cui rinunciamo ad ogni vincolo ma, all’opposto, quella in cui scegliamo liberamente e consapevolmente dei vincoli che ci aiutano a sviluppare al massimo le potenzialità disponibili.
Questa è il tipo di lbertà che il distributismo propone.
Tornando ai tassisti: il distributismo ritiene che sia buono e giusto che siano i tassisti stessi, organizzati territorialmente, a discutere e proporre democraticamente tutti gli aspetti che riguardano il loro contesto socio-lavorativo, comprese le norme che devono regolare il loro agire. Ciò non dovrebbe essere un evento una tantum ma la norma. Essi, sulla base di questa sacrosanta spinta dal basso, dovrebbero quindi costituirsi in una gilda permanente ed appropriarsi una volta per tutte della libertà vera, quella di poter decidere sulle questioni concrete che riguardano la vita socio- lavorativa quotidiana.
Ciò implica una presa di distanza netta e risoluta dal concetto di libertà assoluta –  e quindi falso e mortifero – del liberal-capitalismo, che propone una democrazia – altrettanto falsa e mortifera – che si esaurisce nel voto partitocratico e che esita inevitabilmente nella dittatura del più forte, cioè di un’elite ristretta che detiene il potere economico-finanziario.
Come Movimento Distributista Italiano rivolgiamo pertanto un appello chiaro ai tassisti:
non accontentatevi delle false promesse dei politicanti di turno, prendete coscienza della forza e vitalità della vostra categoria, costituitevi in una gilda dei tassisti, al di là di ogni divisione ideologica, partitica, sindacale, confessionale,  una gilda che diventi il luogo permanente in cui poter sperimentare e vivere la vera libertà, quella a cui ogni uomo ha diritto.
Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com