Il Distributismo: contro le oligarchie finanziarie e partitocratiche, per una vera democrazia.
Nel 1911 i fondatori del distributismo, C.E.Chesterton e H.Belloc pubblicarono un libro profetico intitolato “The Party System”, letteralmente il “Sistema dei Partiti”, recentemente (2014) riedito in lingua italiana dalla casa editrice Rubettino con il titolo “Partitocrazia”.
Non si tratta di un libello di qualche populista estremista ma della pacata e riflessiva analisi di uomini di cultura seri e rispettati che, ponendo il senso comune e la ragionevolezza al centro del loro modo di pensare ed agire, seppero dare una visione obiettiva e disincantata di quanto accadeva politicamente nell'Inghilterra dell'inizio del secolo scorso. In sintesi: si erano accorti che il sistema dei partiti, lungi dal rappresentare gli interessi del bene comune e della popolazione, in realtà tutelava primariamente solo due fasce molto ristrette della società: i politici stessi ed i detentori del potere economico-finanziario. Nel loro libro quindi non fecero altro che circostanziare, con dovizia di particolari ed esempi concreti, tratti dalla vita politico-parlamentare di allora, come il sistema dei partiti fosse in realtà un regime che tutelava gli interessi di pochi, in poche parole, una oligarchia mascherata da democrazia.
La tesi di Chesterton e Belloc rimane a mio parere altrettanto valida anche oggi: cambiano i contenuti ma il contenitore rimane sempre quello, cioè un sistema, il sistema dei partiti appunto, totalmente incapace di garantire una vera democrazia.
Non si tratta di un incidente di percorso, di una imperfezione emendabile con qualche lieve riforma: si tratta proprio di un deficit strutturale, connaturato all'essenza del sistema dei partiti stessi.
La logica sottostante tale sistema è infatti che la massima possibile libertà politica dei cittadini si esprima essenzialmente attraverso il voto e la possibilità di aggregarsi per dare vita ad una formazione politica che si possa presentare alle elezioni. Tutto il resto, cioè la possibilità di partecipare direttamente alla discussione e decisione delle questioni importanti che attengono alla vita sociale e lavorativa quotidiana, non trova alcuno spazio. I cittadini con il sistema dei partiti vengono di fatto espropriati di questo diritto fondamentale e tutte le associazioni professionali e lavorative intermedie, che non abbiano una specifica coloritura partitica, vengono di fatte progressivamente svuotate di ogni potere. Il sistema dei partiti anzi ha un obiettivo specifico, di fatto in fase di avanzata realizzazione nella storia recente: eliminarle.
Nel momento stesso in cui il cittadino si vede privato dei questi spazi di libertà reali e concreti e diventa depositario di una libertà astratta, quella di voto, e perde di fatto il potere reale di incidere sulla propria vita, affidando tale potere a qualcun altro: dalla democrazia si passa all'oligarchia.
Da chi è costituita nel dettaglio tale oligarchia?
Per scoprirlo basta osservare quanto accaduto dal 1945 ad oggi in Italia e nel mondo.
Nel 1913 negli Stati Uniti viene fondata la Federal Reserve, la banca centrale americana. La bozza del progetto venne formulata da un cartello delle principali famiglie bancarie internazionali – i Rothschild, i Morgan i Rockefeller, Kuhn&Lobb, solo per citarne qualcuna. Il loro obiettivo era semplice: ottenere il monopolio assoluto della sovranità monetaria in America, il diritto cioè di creare denaro dal nulla a costo zero e di imprestare poi questo denaro a Stati e cittadini, lucrando sui relativi interessi. Primo firmatario e dirigente della commissione governativa che si occupò della questione fu il senatore repubblicano Nelson W. Aldrich, guarda caso marito di un'esponente importante della famiglia Rockefeller (https://en.wikipedia.org/wiki/Nelson_W._Aldrich). Tale cartello bancario mise a disposizione somme enormi per “sensibilizzare” i parlamentari di entrambi gli schieramenti - democratici e repubblicani - ed i mass-media, la maggior parte dei quali erano comunque già di loro proprietà. Questo è stato il processo democratico attraverso cui i rappresentanti del popolo americano alla fine votarono in favore dell'istituzione della Federal Reserve.
Alla fine della II guerra mondiale tale cartello di famiglie bancarie si trovarono ad essere dalla parte dei vincitori, semplicemente per il fatto che avevano finanziato durante la guerra entrambi gli schieramenti, traendone immensi profitti. E' documentato inoltre che anche la rivoluzione bolscevica in Russia fu finanziata principalmente dalle banche di Wall Street, in funzione anti-zarista. Non dimentichiamoci infatti che lo Zar di Russia era l'unico “grande” d'Europa che ancora intendeva rimanere indipendente dall'indebitamento con la grande finanza internazionale.
Alla fine della II guerra mondiale l'Italia si trovò quindi stretta tra due colossi, entrambi vincitori, entrambi finanziati dalla stessa fonte: il modello liberal-capitalista americano e quello social-comunista sovietico.
Due modelli apparentemente in antitesi ma in realtà accomunati da almeno due importanti fattori in comune: l'essere finanziati dalla stesso fonte – la grande finanza internazionale con sede a Londra e Wall Street – ed un modello politico di tipo oligarchico.
Nel liberal-capitalismo infatti l'oligarchia si esprime attraverso il dominio sostanziale delle poche famiglie che detengono la maggioranza delle risorse economico-finanziarie della nazione ed utilizzano la partitocrazia quale loro strumento di controllo. Nel modello social-comunista l'oligarchia si esprime attraverso l'apparto dirigente del partito, una vera e propria casta che detiene il privilegio di decidere tutte le questioni importanti. In ambedue i modelli la popolazione viene esautorata di ogni potere reale, in ambedue i modelli si punta all'eliminazione delle aggregazioni professionali e sociali di cittadini che per secoli avevano garantito ai cittadini stessi la gestione di fette importanti del potere effettivo; in ambedue i modelli l'ideale di società è quello in cui l'individuo si trova solo ed impotente di fronte all'apparato statale, slegato da ogni vincolo solidale con i propri vicini sul territorio. Ambedue i modelli, secondo quanto già lucidamente osservato dai distributisti inglesi nel corso del secolo scorso, puntano quindi inesorabilmente alla società servile, in cui il potere politico ed economico viene sempre più concentrato nelle mani di pochi e la maggioranza dei cittadini vengono progressivamente privati di tutti i poteri, a partire di quello che deriva dal possedere la proprietà privata ed i mezzi di produzione della propria attività lavorativa.
Gli ultimi 75 anni di vita politica italiana non sono quindi stati altro che il riflesso di quanto avveniva nel resto del mondo: una falsa e solo superficiale opposizione tra liberal-capitalismo e social-comunismo, nelle varie forme – piu o meno estreme od edulcorate - in cui questi si sono presentati, esitata alla fine – e questa è storia recente – nella loro perversa alleanza: il grande Stato che si allea alla grande finanza. Mario Monti è forse l'incarnazione di questa fase esiziale del sistema politico italiano: presidente europeo della Commissione Trilaterale, associazione fondata nel 1973 dai Rockefeller, membro del Comitato Direttivo del Gruppo Bilderberg, “international advisor” per la banca internazionale Goldman Sachs e della Coca Cola Company, senza mai essere eletto, diventa improvvisamente presidente del Consiglio nel 2011 e vara un programma di lacrime e sangue, che riesce a realizzare grazie all'utilizzo della macchina statale.
Ancora: se andiamo a vedere i programmi di tutti quei partiti e movimenti che riescono ad avere finanziamenti tali da poter arrivare all'attenzione dell'opinione pubblica, possiamo notare che nessuno di questi ha proposto o propone una reale alternativa al sistema dei partiti.
La I Republica ha infatti rappresentato il dominio pressochè assoluto dei partiti sulla società civile, il periodo berlusconiano l'irrompere sulla scena di un protagonista assoluto, un principe macchiavellico supportato prevalentemente dalle proprie possibilità economiche; Prodi ed il renzismo tentativi più o meno espliciti di alleanza tra la grande finanza e l'apparato statale; il grillismo una deriva demagogica che vorrebbe porre la rete – strumento facilmente controllabile dal guru di turno – quale totem dominante a cui sacrificare qualsiasi altro valore, in vista di una società nuova e millenarista, secondo i dettami delle centrali finanziarie internazionali (globalizzazione, multiculturalismo, relativismo), con il reddito di cittadinanza quale elemosina da consegnare ai cittadini-schiavi per la loro mera sopravvivenza.
Di fronte a questi tetri scenari, il Movimento Distributista Italiano fa una proposta molto semplice e lineare: il ritorno al senso comune ed alla ragionevolezza.
La concretizzazione politica del senso comune e della ragionevolezza oggi significa quattro cose principali:
1) Rimettere l’autosostentamento della famiglia al centro di ogni azione politico-economica
2) Ritornare all’unione di capitale e lavoro, nelle stesse persone, per operare la massima possibile diffusione della proprietà produttiva e quindi produrre la vera stabilità e prosperità economica
3) Ripudiare la partitocrazia, e ridare potere alle organizzazioni dei lavoratori-proprietari, divisi per comparto lavorativo
4) Ripudiare il denaro-debito bancario e creare una moneta che nasca di proprietà dei cittadini e dello Stato.
Sono queste le direttive da seguire, in ogni contesto politico-istituzionale – comune, regione, Stato – per incominciare a rimettere a posto le cose, lasciando da parte ogni cesarismo o personalismo.
Sono queste le direttive da seguire, contro ogni demagogia da “partito degli onesti”, che lascia poi inalterate o rafforzate le strutture di potere dell’usura bancaria (denaro-debito, burocrazia statale e partitocrazia), principali ostacoli alla realizzazione di quel minimo di equità e giustizia sociale che è indispensabile alla vita di ogni società che possa dirsi veramente civile.
Sono queste le direttive da seguire, per ovviare allo scoramento, alla disillusione ed alla rassegnazione che ormai ha pervaso il cuori di molti italiani veramente onesti.
Con queste direttive in mente, ci rivolgiamo quindi a tutte le persone di buona volontà, al di là ed oltre ogni schieramento ideologico o confessionale: che sia la forza dei nostri contenuti a sconfiggere l’arroganza delle oligarchie finanziarie e partitocratiche, per un sano ritorno al reale.
Per informazioni ed adesioni: distributismomovimento.blogspot.com
Il Movimento Distributista Italiano nasce a Bergamo il 13 novembre 2012 da un gruppo di cittadini sinceramente interessati a rimettere il senso comune, l'adesione al reale e l'uso della retta ragione al centro dell'agire politico, al di là di ogni ideologia e nell'interesse del bene comune. Il Movimento Distributista Italiano affonda le sue radici nel pensiero di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) e Hilaire Belloc (1870-1953).
domenica 2 luglio 2017
LA FRAMMENTAZIONE DEL FRONTE SOVRANISTA E LA PROPOSTA DISTRIBUTISTA
Di
fronte alla crisi, strutturale e sistemica, del modello
economico-sociale-politico e monetario in cui viviamo, modello che
correttamente si può definire liberal-capitalista, è sorta una sana reazione
dal basso, che, come tutti i fenomeni spontanei, ha la caratteristica di essere
inizialmente confusa e poco organizzata. Si tratta di un numero elevatissimo di
piccole associazioni di liberi cittadini, radicate sul territorio, che si
occupano dei settori più vari e diversi del vivere civile: si va dalla moneta,
all’agricoltura, al commercio, alla piccola produzione locale, alla salute,
alla cultura, per finire con l’educazione dei figli, i problemi della terza età e degli invalidi. Questa vasta galassia di
piccole associazioni hanno tutte un carattere in comune: il tentativo di
riappropriazione da parte della gente di spazi sovranità. Per questo il sistema
li ha raggruppati con il termine di “sovranismo”.
Il
sovranismo rappresenta quindi un a reazione tendenzialmente caotica e poco
organizzata, al suo opposto, cioè alla
privazione di sovranità popolare operata dal modello imperante, appunto il
liberal-capitalismo.
Il
fronte sovranista appare quindi oggi come un fronte frammentato, ed
effettivamente lo è.
Il
sovranismo potrebbe essere infatti definito come il fascismo del XXI secolo. Il
fascismo fu un fenomeno storico che, di fronte al precedente fallimento
sistemico del liberal-capitalismo, quello avvenuto nei primi decenni del secolo
scorso, mise insieme apporti culturali tra loro diversi ed eterogenei (socialismo
e capitalismo, nazionalismo ed attenzione ai territori, cattolicesimo e
naturalismo massonico), appunto in un “fascio” nuovo ed originale, creando un
unicum storico ed una visione apparentemente forte e compatta in grado di
opporsi al liberal-capitalismo. La sconfitta sui campi di battaglia e la sua
intrinseca ambiguità e fragilità contenutista ne decretarono la scomparsa dalla
storia.
Il
sovranismo di oggi a mio parere non sta facendo altro che ripetere gli errori
commessi dal fascismo nel XX sec.. Nel sovranismo infatti convergono le
ideologie separatiste e federaliste leghiste, lo statalismo di ritorno del
keynesismo, la dittatura del proletariato delle sinistre radicali, lo stato
etico delle destre radicali, il naturalismo filosofico relativista della
massoneria, il primato della società civile sull’apparato statale proposto dal
mondo cattolico.
E’
chiaro che un fronte del genere non potrà mai trovare una sintesi coerente e
coesa, in grado di proporsi come modello chiaro e compatto al prevalente liberal-capitalismo.
L’esempio
più eclatante è quello della moneta: sono ormai numerosissimi i gruppi –
piccoli, medi o grandi – che hanno acquisito la consapevolezza che il sistema
monetario attuale, basato sulla frode del denaro-debito, è pernicioso e deleterio
per il corpo sociale.
Tutti questi gruppi però non riescono a
ritrovarsi intorno ad una visione dell’economia, della socialità e della
politica sufficientemente univoca da rendere poi le differenze tecniche sulla
soluzione monetaria da attuare di secondaria importanza.
Che
fare dunque?
Due
sono le strade da seguire: una è quella di assumere un atteggiamento
relativistico ed hegeliano – il famoso processo di tesi, sintesi, antitesi – e
di lavorare per una sintesi di tipo “fascista” di tutte le componenti culturali
che oggi si trovano nel sovranismo, con il rischio di costruire però un fronte
intrinsecamente debole e fragile dal punto di vista dei contenuti ed incapace,
come accadde al fascismo storico, di reggere l’urto del liberal-capitalismo.
Non dimentichiamoci inoltre che socialismo, mondo cattolico e naturalismo
massonico al momento opportuno si distanziarono dal fascismo, decretandone la
fine e riconsegnandoci alla falsa bipolarità capitalismo-socialcomunismo.
L’altra
soluzione è invece quella di proporre una visone sufficientemente ampia che
accolga gli spunti positivi degli altri orientamenti, integrandoli e
superandoli in una sintesi superiore.
Questa
è la strada che intende percorrere il distributismo.
Il
distributismo non nega la necessità di un decentramento del potere proposto dal
leghismo ma lo porta a compimento proponendo la redistribuzione del potere
reale tra la gente per comparto lavorativo (principio corporativo). Il
distributismo non nega le esigenze di tutela dei più deboli e dei più poveri
proposti dal social-comunismo ma porta a compimento questa posizione puntando
alla redistribuzione di proprietà e poteri reali attraverso l’unione di
capitale e lavoro e la costituzione di associazioni territoriali per comparto
lavorativo (prinicipio corporativo). Il distributismo non nega le esigenze di
dare alla libera iniziativa ed al mercato il massimo sviluppo possibile ma
ritiene che tale sviluppo, per essere vero, debba basarsi su insieme di regole
economiche e di comportamenti stabiliti dagli stessi attori della vita
economica, riuniti in associazioni di categoria secondo un principio di
partecipazione democratica e di rispetto delle competenze. Il distributismo non
nega la necessità della presenza di uno Stato che debba fare rispettare il bene
comune, ma ritiene che tale Stato non possa pretendere di plasmare a sua
immagine e somiglianza la società bensì debba rispettarne le caratteristiche
naturali e portarle al loro massimo compimento. Il distributismo infine, e qui
si impone la presa di coscienza della sua totale incompatibilità con il naturalismo
relativista massonico, non ritiene che la società possa conformarsi nel modo
più vario e fantasioso, inseguendo le
ondivaghe fluttuazioni delle masse, facilmente condizionabili dai mass-media
saldamente detenuti nella mani di pochi. Il distributismo ritiene invece che la
politica debba essere guidata dalla retta ragione ed dal senso comune, che nel
corso dei secoli ci hanno condotto alla scoperta di alcuni principi di
giustizia, equità ed equilibrio che non possono essere più negoziabili, a patto
di pervertire il naturale ordine sociale ed economico, producendo i tanti mali
che oggi possiamo osservare.
Secondo
il distributismo tali principi sono fondamentalmente quattro:
-
la centralità, anche e soprattutto
economico-sociale, della famiglia basata sul matrimonio e sulla procreazione responsabile.
-
la necessità di unire capitale e lavoro,
mettendo chi lo voglia nelle condizioni di diventare proprietario dei mezzi di
produzione e favorendo la massima possibile diffusione della proprietà
produttiva
-
la necessità di dare alla gente il massimo
potere possibile, attraverso la creazione di aggregazioni per comparto
socio-lavorativo e funzione sociale svolta (principio corporativo)
-
la necessità di ridare alla moneta la sua
funzione primigenia di strumento al servizio degli scambi e dell’economia reale, ridando ai cittadini
ed alle istituzioni pubbliche la proprietà del denaro al momento dell’emissione
e sottraendolo al sistema bancario.
La
visione distributista in questo senso sposa appieno quelli che sono i principi
della Dottrina Sociale della Chiesa, pur non proponendosi come una mera
proposta confessionale ma rivolgendosi sempre e comunque a tutti gli uomini di
buona volontà.
Historia
magistra vitae: non è creando ibridi o temporanei compromessi tra correnti di
pensiero eterogenee e contradditorie che si può sperare di uscire dalla
terribile situazione in cui ci troviamo ma aprendoci con animo schietto e
trasparente alle verità del senso comune e della ragionevolezza insite nel
cuore di ogni uomo. Questa è in sintesi la proposta del distributismo per
costruire un fronte forte, saldo e compatto che superi definitivamente il
liberal-capitalismo ed il social-comunismo e ristabilisca quel minimo di ordine,
prosperità e giustizia che rende la vita umana degna di essere vissuta.
lunedì 26 giugno 2017
DISTRIBUTISMO: E' GIUNTA L'ORA DI SCENDERE IN CAMPO
Le recenti amministrative ci
mostrano quanto sia desolante il quadro politico italiano.
Il PD della grande alleanza tra
statalismo e banche, in evidente crisi d’identità, viene bocciato dagli
elettori.
Il centro-destra, che mi risulta
sia stato al potere con ben 4 governi, l’ultimo il famoso Berlusconi IV che ha
poco dignitosamente abdicato in favore del governo Monti il 16 novembre 2011,
sembra essere stato resuscitato dalle catacombe durante il recente turno amministrativo
ma è indubitabile che abbia già avuto parecchie occasioni per dimostrare la
validità della propria proposta, fallendo ogni volta miseramente nei fatti.
Credere ancora nello stesso centro-destra vorrebbe dire condannarci ad una
sterile coazione a ripetere.
C’è poi il nuovo che avanza, i 5
Stelle. Si tratta di un movimento fondato da un comico, piuttosto frustrato
dall’essere stato estromesso dalla TV di Stato, e da un grande amico della
finanza internazionale, tale Giancarlo Casaleggio, che, passando recentemente a
miglior vita, ha dato in eredità la sua creazione al figlio. Casaleggio era una
sorta di guru new-age, che vagheggiava che l’umanità fosse alle soglie di una
nuova era, nella quale il supremo strumento di redenzione sarebbe stata la Rete,
proprio l’opposto di quanto il senso comune indicherebbe: se mai dovrebbe
essere l’umanità a redimere la Rete e non viceversa.
I 5 Stelle stanno inoltre
dimostrando nei fatti di essere quello che ciascuno avrebbe potuto prevedere da
queste premesse: un movimento centralistico, privo di una vera e propria
democrazia interna e soprattutto di una visione coesa e ragionevole in grado di
risolvere davvero i gravi problemi che ci affliggono. Alla fine ha mostrato il
suo vero volto, allineandosi con i dettami del mondialismo internazionale
finanziario e non (non parlano più di uscita dall’euro, di rinegoziazione dei
trattati europei, di riforma seria del sistema monetario, di alternative
praticabili al sistema dei partiti, di tutela dell’identità culturale dei territori).
Sullo sfondo emerge poi il
partito dei sindaci, capitalizzando sul successo di singole individualità che,
sganciandosi dal moloch “partitI” e dalle loro ideologie alla deriva, sono
risusciti effettivamente a migliorare un po’ le cose nelle loro città.
Tuttavia, senza una visione generale condivisa e condivisibile su cui basarsi,
questi tentativi sono piuttosto destinati a fare da specchi per le allodole per
il tentativo di riciclaggio dei vecchi matusa di periferia della politica
nostrana, che subodorano il crollo del carrozzone su cui si trovano e cercano
disperatamente alloggio su carri più vincenti.
Di fronte a questa tetra
situazione, il distributismo propone una cosa molto semplice: il ritorno al
senso comune.
Centro-sinistra e centro-destra
hanno fallito non perché i suoi esponenti siano tutti brutti, sporchi e
cattivi, o perché siano tutti moralmente corrotti – potremmo parlare in questo
caso di una qualificata maggioranza relativa - ma semplicemente perché i
contenuti che hanno tentato di realizzare non sono stati in grado di
intercettare il reale.
Entrambi infatti hanno lasciato
del tutto invariati i mali strutturali che continuano a produrre malessere
economico-sociale. Questi mali secondo il distributismo sono:
-
Una politica economica che ha perso di vista la
centralità della famiglia e si è supinamente piegata al diktat
capitalistico-statalista secondo cui il fine ultimo dell’economia non è appunto
il benessere della famiglia ma la massimizzazione dei profitti all’interno di
un generale “laissez faire”.
-
Una politica economica che ancora una volta si è
piegata al diktat capitalistico-statalista secondo cui è buono e giusto che
capitale e lavoro siano separati. Non importa se il capitale sia nelle mani di
pochi capitalisti privati o dell’apparato burocratico dello Stato, l’importante
è che non sia nelle mani dei lavoratori, che la proprietà produttiva non sia
diffusa: questo sembra essere il dogma che unisce la destra e la sinistra di
oggi.
-
Il sostegno pervicace all’assioma secondo cui il
sistema dei partiti è il migliore dei sistemi di rappresentanza esistenti per
affermare la democrazia, la continua ed inesorabile a sottrazione di poteri
reali ai cittadini, negando ogni spazio significativo di azione ai tanti corpi
intermedi che nascono spontaneamente sul territorio.
-
L’accettazione passiva del sistema monetario del
denaro-debito, che sta letteralmente consumando di debito il corpo sociale ed
soffocando le sane risorse e le iniziative economico-imprenditoriali dei
territori, attraverso i mali del tutto artificiali delle tasse esose, del
debito pubblico e del debito privato.
Di fronte a
questo stato di fatto, il distributismo non pretende di avere soluzioni
miracolistiche e millenaristiche, tantomeno di poter realizzare il paradiso in
terra, pretende solamente di applicare seriamente il senso comune ed
incominciare fin da ora a cambiare marcia, attraverso l’attuazione, ai vari
livelli istituzionali, di quattro direttive principali:
-
Rimettere al centro dell’economia la famiglia,
basata sull’unione matrimoniale tra un uomo ed una donna aperti alla
procreazione responsabile. Una sana economia non si misura solo dai numeri del
PIL ma soprattutto dal grado di benessere, autonomia e capacità di
autosostentamento della famiglia. Tutte le leggi e normative economiche
dovranno pertanto perseguire tale obiettivo.
-
Puntare all’unione di capitale e lavoro, creando
le condizioni per cui tutti coloro che lo vogliano e ne abbiano le capacità
diventino proprietari dei mezzi di produzione. In questo modo si potrà diffondere
al massimo la proprietà produttiva e si creeranno i presupposti per un
equilibrio ed una vera prosperità economico-sociale
-
Puntare alla riacquisizione di potere reale da
parte dei cittadini, aggregandoli sui territori non in base alla classe od
all’ideologia di appartenenza ma in base alla funzione sociale svolta
(principio corporativo). Per esempio, per quanto riguarda la salute mentale, si
potrà creare una Gilda della Salute Mentale che comprenderà tutti gli operatori
ed i cittadini a vario titolo coinvolti in questo settore. Tali aggregazioni,
funzionanti secondo un principio interno democratico, dovranno essere dotate
del potere di discutere ed decidere le questioni economico-sociali più
importanti legate al proprio proprio ambito.
-
Liberare il denaro dal debito, ridando alle
istituzioni pubbliche – Stato, regione, comune – e direttamente ai cittadini la
proprietà della moneta al momento dell’emissione, in modo da mettere
definitivamente fine alle piaghe del debito pubblico e privato ed alle tasse
esose e restituire la moneta alla sua funziona primigenia di strumento volto
all’incremento degli scambi e quindi al massimo sviluppo delle potenzialità
produttive del territorio.
In sintesi
quindi sono queste le quattro colonne portanti del distribustismo: famiglia,
unione tra capitale e lavoro, il principio corporativo contro la partitocrazia
ed un denaro libero da debito.
Riteniamo
quindi che oggi più che mai sia giunta l’ora, per tutti coloro che credono
convintamente nei principi distributisti, di uscire dal proprio guscio e
scendere in campo, partecipando alla discussione politica e cercando di
incanalare il consenso degli italiani. Non è più il momento delle discussioni
da salotto, è il momento di confrontarsi con la realtà e cercare di incidere
profondamente e positivamente su di essa.
Per questo è
stato creato, da un gruppo di liberi cittadini, il Movimento Distributista
Italiano (distributismomovimento.blogspot.com).
Il nostro è
uno sforzo immane, una battaglia dove le nostre forze appaiono al momento minoritarie,
ma siamo convinti che il senso comune, radicato nel cuore di ogni uomo, una
volta stimolato, possa produrre frutti insperati; in altre parole, siamo
convinti che esista ancora quella famosa maggioranza silenziosa, stufa di
essere trascinata qui e là da una minoranza molto attiva ma poco aderente al
reale, e che tale maggioranza silenziosa sia pronta invece a dare il proprio
consenso a proposte basate sulla retta ragione.
Chiediamo
pertanto a soci, amici e simpatizzanti di sostenerci in maniera concreta. Le
forme per farlo sono tante: chi vuole si può iscrivere al Movimento
Distributista Italiano (costa solo 20 euro all’anno, 1,6 euro al mese!), fare
una donazione o creare un gruppo MODIT (bastano solo tre persone) sul proprio
territorio.
La battaglia è
appena iniziata e il suo esito dipende solo dalla nostra tenacia e
perseveranza!
Non sappiamo
se vinceremo ma certamente che continueremo a dare la nostra testimonianza di
verità.
Per ulteriori
informazioni:
distributismomovimento.blogspot.com
lunedì 19 giugno 2017
PARTITO DEI SINDACI E LISTE CIVICHE: OCCASIONE O COAZIONE A RIPETERE? IL PUNTO DI VISTA DEL MOVIMENTO DISTRIBUTISTA ITALIANO
Proprio ieri,
su un articolo in prima pagina del giornale La Sicilia, Leoluca
Orlando, neo-eletto sindaco di Palermo con una maggioranza di
sinistra-centro de 46,6%, ha rilanciato in maniera esplicita il “Partito
dei Sindaci” come soluzione ai mali della Sicilia e dell'Italia.
Orlando parla apertamente di crisi dell'istituzione “partito”. I partiti, dice Orlando, sono lontani dalla gente, dagli interessi concreti del territorio. In alternativa a tale modello, Orlando propone quindi un modello “civico”, che riecheggia da vicino l'idea dell'”economia civile” proposta dal professore Stefano Zamagni, ex presidente della Facoltà di Economia dell'Università di Bologna, nominato nel 2007 dal governo Prodi presidente dell'Agenzia per le Onlus e nel 2013 da papa Francesco membro ordinario della Pontifica Accademia delle Scienza.
Sulla stessa scia, molti personaggi politici che hanno fatto parte dell'apparato dei partiti sia di centro-sinistra sia di centro-destra stanno abbandonando il loro ovile originario per riciclarsi con liste civiche dai nomi fantasiosi ma sempre attinenti ad alti valori etici, ripresentandosi così con abiti diversi agli stessi cittadini.
Tutto ciò inoltre avviene nel bel mezzo della crisi di quelle ampie e coerenti visioni che sono state in grado di trascinare dietro di sé milioni di persone nel corso del secolo scorso: il capitalismo, il social-comunismo. Una crisi causata essenzialmente dal fallimento pratico di tali visioni, cioè dalla loro sostanziale incapacità di incontrare il reale e migliorarlo.
Il ritorno al civismo comunale quindi può essere interpretato in due modi principali:
di fronte alla caduta di ogni paradigma ideologico generale ci si rifugia nel concreto e nel “particulare”, perdendo di vista una visione generale dell'economia e del bene comune nelle sue dimensioni macro-sistemiche. Una sorta di empirismo a dimensione locale, che neghi la possibilità di cogliere gli universali che dovrebbero dettare i principi di ogni retto e prospero ordine economico-sociale. Lo slogan di questa posizione potrebbe essere: “non vogliamo cambiare il mondo, vogliamo cambiare il nostro comune”.
L'altro modo di interpretare il ritorno al civismo comunale consiste invece nell'affrontare senza complessi di inferiorità le grandi questioni ed asserire senza se e senza ma il fallimento radicale delle narrazioni capitalista e social-comunista, nelle loro varie declinazioni, proponendone invece un'altra, in grado di intercettare il reale e consentire il massimo sviluppo possibile delle risorse umane concrete delle persone. Questa è la strada che ha intrapreso il distributismo.
Se il ritorno al civismo comunale rappresenta una battaglia minimalistica di retroguardia, priva di una chiara visione dei principi fondanti che devono caratterizzare i vari aspetti della vita civile, questa battaglia è persa in partenza, di fronte allo schieramento di forze finanziarie messe in campo dal sistema statalista-capitalista attuale, in grado di controllare e gestire a piacimento i mass-media.
Il distributismo a questo riguardo non ha dubbi. Il confronto con capitalismo e social-comunismo va affrontato in campo aperto. Va detto in maniera esplicita che prima viene la società naturale, così come si costituisce sui vari territori, e poi lo Stato, che di questa società deve essere espressione naturale e non strumento di controllo e di artificiale plasmazione. Va quindi detto in maniera esplicita che la famiglia naturale basata sull'unione di un uomo ed una donna aperti alla procreazione responsabile è la prima “societas” che deve essere lasciata libera di esprimere tutte le sue potenzialità, che questa libertà oggi è gravemente minacciata ed inibita e va invece supportata in con una legislazione adeguata. Va detto in maniera esplicita che il sistema dei partiti non ha rappresentato fino ad ora altro che un meccanismo di progressiva espropriazione di potere nei riguardi dei cittadini e dei corpi sociali intermedi e di accumulazione di proprietà e potere nelle mani di un numero ristretto di persone, siano esse i grandi capitalisti od i burocrati di Stato, e che devono essere al più presto attivate forme di partecipazione e rappresentanza democratica più efficaci e concrete, basate sull'appartenenza e la condivisione di una stessa funzione socio-lavorativa piuttosto che sulla comune adesione ad una ideologia (principio corporativo). Va detto in maniera esplicita che finchè viene accettato il dogma condiviso da capitalismo e social-comunismo, secondo cui è buono e giusto che capitale e lavoro e lavoro siano separati, ogni possibilità di uno sviluppo equo e prospero dell'economia e della realtà sociale sarà impossibile: vanno perciò emanate leggi ad ogni livello istituzionale che mettano chi lo desidera nelle condizioni di diventare proprietario dei mezzi di produzione. Infine, va detto in maniera esplicita che ogni tentativo riformista di migliorare le cose sarà destinato inesorabilmente a fallire se la cittadinanza non assume la piena consapevolezza che lo strumento monetario che oggi utilizziamo costituisce un mezzo di asservimento debitorio, gestito in regime di totale monopolio dal sistema bancario privato. Vanno pertanto intraprese fin da subito tutte quelle iniziative legislative e sociali, a vario livello, in grado di porre un rimedio a questo grave problema.
Su queste basi riteniamo che un ritorno ad un sano civismo comunale possa rappresentare il punto di partenza per un cambiamento sostanziale del modo di intendere la vita economico-finanziaria e sociale e contribuire significativamente al bene comune generale e non “particulare”.
A nulla vale quindi presentare liste civiche animate da lodevoli intenti se è i programmi di tali liste non mettono nero su bianco questi punti fondamentali, in modo che il vincolo che leghi tutti coloro che vi aderiscono non sia la fiducia cieca nel salvatore di turno ma la consapevolezza di un programma chiaro da attuare, indipendentemente dalle persone concrete che se ne fanno interpreti.
Orlando parla apertamente di crisi dell'istituzione “partito”. I partiti, dice Orlando, sono lontani dalla gente, dagli interessi concreti del territorio. In alternativa a tale modello, Orlando propone quindi un modello “civico”, che riecheggia da vicino l'idea dell'”economia civile” proposta dal professore Stefano Zamagni, ex presidente della Facoltà di Economia dell'Università di Bologna, nominato nel 2007 dal governo Prodi presidente dell'Agenzia per le Onlus e nel 2013 da papa Francesco membro ordinario della Pontifica Accademia delle Scienza.
Sulla stessa scia, molti personaggi politici che hanno fatto parte dell'apparato dei partiti sia di centro-sinistra sia di centro-destra stanno abbandonando il loro ovile originario per riciclarsi con liste civiche dai nomi fantasiosi ma sempre attinenti ad alti valori etici, ripresentandosi così con abiti diversi agli stessi cittadini.
Tutto ciò inoltre avviene nel bel mezzo della crisi di quelle ampie e coerenti visioni che sono state in grado di trascinare dietro di sé milioni di persone nel corso del secolo scorso: il capitalismo, il social-comunismo. Una crisi causata essenzialmente dal fallimento pratico di tali visioni, cioè dalla loro sostanziale incapacità di incontrare il reale e migliorarlo.
Il ritorno al civismo comunale quindi può essere interpretato in due modi principali:
di fronte alla caduta di ogni paradigma ideologico generale ci si rifugia nel concreto e nel “particulare”, perdendo di vista una visione generale dell'economia e del bene comune nelle sue dimensioni macro-sistemiche. Una sorta di empirismo a dimensione locale, che neghi la possibilità di cogliere gli universali che dovrebbero dettare i principi di ogni retto e prospero ordine economico-sociale. Lo slogan di questa posizione potrebbe essere: “non vogliamo cambiare il mondo, vogliamo cambiare il nostro comune”.
L'altro modo di interpretare il ritorno al civismo comunale consiste invece nell'affrontare senza complessi di inferiorità le grandi questioni ed asserire senza se e senza ma il fallimento radicale delle narrazioni capitalista e social-comunista, nelle loro varie declinazioni, proponendone invece un'altra, in grado di intercettare il reale e consentire il massimo sviluppo possibile delle risorse umane concrete delle persone. Questa è la strada che ha intrapreso il distributismo.
Se il ritorno al civismo comunale rappresenta una battaglia minimalistica di retroguardia, priva di una chiara visione dei principi fondanti che devono caratterizzare i vari aspetti della vita civile, questa battaglia è persa in partenza, di fronte allo schieramento di forze finanziarie messe in campo dal sistema statalista-capitalista attuale, in grado di controllare e gestire a piacimento i mass-media.
Il distributismo a questo riguardo non ha dubbi. Il confronto con capitalismo e social-comunismo va affrontato in campo aperto. Va detto in maniera esplicita che prima viene la società naturale, così come si costituisce sui vari territori, e poi lo Stato, che di questa società deve essere espressione naturale e non strumento di controllo e di artificiale plasmazione. Va quindi detto in maniera esplicita che la famiglia naturale basata sull'unione di un uomo ed una donna aperti alla procreazione responsabile è la prima “societas” che deve essere lasciata libera di esprimere tutte le sue potenzialità, che questa libertà oggi è gravemente minacciata ed inibita e va invece supportata in con una legislazione adeguata. Va detto in maniera esplicita che il sistema dei partiti non ha rappresentato fino ad ora altro che un meccanismo di progressiva espropriazione di potere nei riguardi dei cittadini e dei corpi sociali intermedi e di accumulazione di proprietà e potere nelle mani di un numero ristretto di persone, siano esse i grandi capitalisti od i burocrati di Stato, e che devono essere al più presto attivate forme di partecipazione e rappresentanza democratica più efficaci e concrete, basate sull'appartenenza e la condivisione di una stessa funzione socio-lavorativa piuttosto che sulla comune adesione ad una ideologia (principio corporativo). Va detto in maniera esplicita che finchè viene accettato il dogma condiviso da capitalismo e social-comunismo, secondo cui è buono e giusto che capitale e lavoro e lavoro siano separati, ogni possibilità di uno sviluppo equo e prospero dell'economia e della realtà sociale sarà impossibile: vanno perciò emanate leggi ad ogni livello istituzionale che mettano chi lo desidera nelle condizioni di diventare proprietario dei mezzi di produzione. Infine, va detto in maniera esplicita che ogni tentativo riformista di migliorare le cose sarà destinato inesorabilmente a fallire se la cittadinanza non assume la piena consapevolezza che lo strumento monetario che oggi utilizziamo costituisce un mezzo di asservimento debitorio, gestito in regime di totale monopolio dal sistema bancario privato. Vanno pertanto intraprese fin da subito tutte quelle iniziative legislative e sociali, a vario livello, in grado di porre un rimedio a questo grave problema.
Su queste basi riteniamo che un ritorno ad un sano civismo comunale possa rappresentare il punto di partenza per un cambiamento sostanziale del modo di intendere la vita economico-finanziaria e sociale e contribuire significativamente al bene comune generale e non “particulare”.
A nulla vale quindi presentare liste civiche animate da lodevoli intenti se è i programmi di tali liste non mettono nero su bianco questi punti fondamentali, in modo che il vincolo che leghi tutti coloro che vi aderiscono non sia la fiducia cieca nel salvatore di turno ma la consapevolezza di un programma chiaro da attuare, indipendentemente dalle persone concrete che se ne fanno interpreti.
giovedì 25 maggio 2017
DISTRIBUTISMO, L'ALTERNATIVA AL SISTEMA PARTITOCRATICO ED A CAPITALISMO E SOCIAL-COMUNISMO
Ci si è ormai quasi assuefatti
alle notizie di cronaca giornalistica che ci riportano i reati di corruzione o
concussione dei nostri “onorevoli” rappresentanti politici, a tutti i livelli,
da quello comunale per finire a quello nazionale ed europeo.
Un’assuefazione molto pericolosa
perché ci può spingere a considerare quasi normale una situazione di degrado
che non lo è affatto.
Ancora più pericolo pensare che
l’unica vera causa di tale degenerazione sia di natura morale.
Il sistema di rappresentanza partitico
di per sé è il migliore che esista – si dice – il problema è la mancanza di una
dirittura morale degli uomini ai vertici!
Falso! E totalmente illogico!
Come è possibile infatti
sostenere che un’organizzazione politica che prevede la privazione pressochè
totale del potere reale dei cittadini di decidere le questioni essenziali della
loro vita socio- lavorativa, per concentrare tale potere nelle mani di un’elitè
ristretta – i parlamentari – sia il migliore strumento possibile di
rappresentanza? Poiché questi parlamentari vivono in un loro mondo – il mondo
della burocrazia e dell’amministrazione statale – separato e distante dal mondo
in cui vive l’uomo della strada, cosa dovrebbe trattenere tali rappresentanti
dall’utilizzare la loro posizione per trarre vantaggi personali e per
appoggiare quanti sono in grado di sostenerli con il potere dei soldi? E’
chiaro che l’occasione fa l’uomo ladro, e corrotto aggiungerei io, e questo sistema
– il sistema partitocratico – sembra fatto apposta per indurre il singolo in
tentazione.
Né si può sostenere che
l’istituzione partito possa di per sé costituire una garanzia di trasparenza ed
onestà.
Il partito per definizione
rappresenta un corpo estraneo e divisorio rispetto alla totalità della società
civile, il raggruppamento di un minoranza settoriale della comunità che
condivide una specifica visione del mondo in contrapposizione ad altri
cittadini. Il partito va bene quindi come entità culturale ma nel momento in
cui fagocita ogni spazio del vivere civile e diviene un contenitore finalizzato
alla spartizione del potere, assecondando quella che è la sua natura costitutiva,
condanna la società civile stessa, fatta di famiglie e corpi intermedi
concreti, ad un ruolo forzatamente secondario. Il partito inoltre, dipendendo
per il suo sostentamento da un aiuto di tipo finanziario – di per sé infatti
non produce nulla – è quanto mai condizionabile nelle sue scelte di fondo dagli
umori e dalle convenienze dei suoi finanziatori. La compulsione frenetica da
parte dei moderni demogoghi ad eliminare ogni forma di sussidio pubblico non fa
altro che peggiorare tale situazione. Questo spiega perché per esempio negli Stati
Uniti i programmi dei partiti repubblicano e dei democratico, finanziati in
egual misura dalle grandi banche internazionali – sembrano quasi sovrapponibili
per quanto riguarda la visione di fondo delle questioni sostanziali attinenti
l’economia e la finanza.
I partiti quindi, come
sostenevano i distributisti Chesterton e Belloc agli inizi del secolo scorso, non
sono altro che uno strumento di potere nelle mani della grande finanza e delle
multinazionali per controllare e dirigere da dietro le quinte l’attività
legislativa.
Il problema non è dunque morale
ma strutturale! E il sistema dei partiti che non funziona! Ce lo dimostra il
fatto che negli ultimi 70 anni, malgrado il succedersi vorticoso di formazioni
politiche sempre nuove, la sostanza non è mai cambiata ed anzi la perdita
progressiva di potere reale da parte del popolo à stata proporzionale all’aumento
degli inciuci tra politica e finanza.
Se andiamo più indietro nel tempo
poi, dal 1861 agli anni ’30, la situazione appare ancora peggiore: si constata
infatti una serie infinita e continua di scandali e collusioni perverse tra
politica e finanza, In Italia e nel mondo, di cui ormai si è persa o si è
voluto far perdere la memoria, come se la storia non fosse un continuum ma un eterno
e depressivo presente.
Paradossalmente quindi si può
sostenere che quei pochi politici onesti ed in buona fede che oggi esistono –
immersi come sono in un sistema strutturalmente perverso – sono dotati
necessariamente di una tempra morale superiore alla media, che gli consente di
non soccombere immediatamente di fronte allo sfacelo di cui sono
testimoni. Vengono percepiti - e probabilmente si percepiscono – come pesci
fuor d’acqua, degli illusi idealisti. Inevitabilmente la maggior parte di loro
finisce comunque col cedere, cioè o col conformarsi al generale clima di
corruttela o col distanziarsi dalla politica disgustati.
Che fare quindi? Esiste
un’alterativa alla partitocrazia, che non sia la dittatura del partito unico o
il ritorno ad improbabili monarchie?
Certo, un’alternativa esiste, un’alternativa
fattiva e praticabile che, utilizzando un po’ di buon senso, tutti potrebbero
arrivare a cogliere.
Si tratta semplicemente di ridare
potere alla società civile, articolata nei vari comparti socio-lavorativi che
costituiscono la vita pulsante delle nostre comunità.
Il Movimento Distributista
Italiano non ha dubbi a questo riguardo.
Per prima cosa bisogna restituire
al denaro la sua funzione primigenia di strumento al servizio della prosperità
della società, in modo che ritorni ad essere mezzo per facilitare gli scambi di
beni e servizi e non veicolo di arricchimento indebito di un settore parassita
della popolazione – il sistema bancario. Concretamente ciò vuol dire due cose
molto semplici: ridare ai cittadini ed alle istituzioni pubbliche la proprietà
della moneta al momento dell’emissione ed eliminare l’usura, cioè qualsiasi
interesse sul prestito di denaro.
Parallelamente è necessario
incominciare a lavorare per restituire in forma più organica poteri reali ai
cittadini e questo può essere fatto in un solo modo: aggregando le persone sui
territori per comparto e funzione lavorativa, indipendentemente dalla loro
appartenenza ideologica, partitica, religiosa, e creare forti contenitori, con
alto tasso di democrazia interna, che siano in grado di discutere e decidere le
principali questioni socio-lavorative ed economiche che riguardano la vita
quotidiana delle persone, senza mai uscire ovviamente dalla cornice più ampia
del bene comune.
Si tratta delle Gilde
Distributiste, l’unica forma rappresentativa realmente democratica in grado di
dare voce alle sacrosante esigenze della gente. Le gilde non sono sindacati,
perché non si occupano solo di rivendicare diritti settoriali di parte del
mondo lavorativo ma di affrontare e gestire tutte le questioni davvero
importanti – dalla formazione alla pensione ed alla tutela previdenziale. Le gilde si fanno promotrici di una visione
organica ed umana del lavoro, raccogliendo al proprio interno apprendisti e professionisti
già affermati, giovani e vecchi, dipendenti e proprietari, appartenenti a tutte
le classi sociali ed a tutti ruoli lavorativi. Le gilde non si limitano a
rivendicare ma propongono costruttivamente anche soluzioni e sono in grado di
trovare al proprio interno le risorse per far fronte ai principali problemi
socio-economici-organizzativi, senza dover ricorre necessariamente ad
interventi assistenziali statali. Per esempio, la Gilda della Salute Mentale
potrebbe comprendere al suo interno tutti gli operatori ed i soggetti coinvolti
nella cura e prevenzione del benessere psichico (psichiatri, psicologici,
tecnici della riabilitazione, assistenti sociali, infermieri, rappresentanti di
utenti e familiari e di istituzioni pubbliche e private a vario grado implicate
con la salute mentale stessa) ed occuparsi a 360 gradi di tutti i problemi
concernenti questo settore, a partire dalla formazione degli operatori, alla
stesura di un codice deontologico-comportamentale, dalla determinazione degli
stipendi minimi e massimi, del sistema previdenziale e pensionistico, fino all’organizzazione
e la gestione dei servizi rivolti al pubblico.
Le gilde distributiste
favoriranno al loro interno la massima diffusione della proprietà privata, in
modo da mettere chiunque lo voglia nella condizione di poter diventare
proprietario o con-proprietario dei mezzi di produzione, diffondendo quindi
equità, prosperità e stabilità economico-sociale.
I vari rappresentanti delle gilde
potranno poi riunirsi in un consiglio cittadino, in grado di comporre le
singoli proposte in un visione comune, e dialogare poi, da una posizione di
forza e non subordinata, con i rappresentanti delle istituzioni pubbliche.
Quale spazio avrebbe il
rappresentante di una gilda o corporazione per prendere decisioni, firmare
proposte, sostenere atti che vadano contro quanto democraticamente deciso in
seno alla corporazione stessa? Praticamente nessuno, perché ogni sua azione
pubblica cadrebbe sotto l’occhio attento e vigile dei membri della gilda stessa
ed a questi – e solo a questi - dovrebbe poi renderne conto.
I partiti potrebbero anche
rimanere ed i loro rappresentanti essere eletti in un parlamento, ma il potere
dello Stato e del governo sarebbe limitato a coordinare le attività delle
gilde, a correggere tutte quelle tendenze delle gilde che fuoriuscissero dai
binari del bene comune, a garantire la solidarietà e l’aiuto ai più deboli, a fare rispettare le leggi e l’ordine
pubblico, ad intervenire là dove la società civile non fosse in grado di operare
in maniera costruttiva. Il potere reale, nella maggior parte dei casi,
rimarrebbe nelle mani dei cittadini attraverso le gilde stesse. Lo Stato
quindi, lungi dall’essere abolito, rimarrebbe, ma sarebbe più leggero.
Contrariamente allo Stato capitalista, lo Stato distributista non si
ritrarrebbe però per lasciare spazio ai capitalisti, ai detentori cioè di
capitale, ma favorirebbe in tutti i modi l’unione tra capitale e lavoro e
quindi la distribuzione della proprietà e del potere reale, per mettere i
singoli nella condizione di sviluppare al massimo le proprie capacità, all’interno
delle regole condivise elaborate dalle gilde.
Le gilde distributiste infatti
fanno parte di un quadro più ampio, appunto lo Stato distributista, che in
estrema sintesi nel suo complesso propone quattro punti principali:
-
la centralità anche economica della famiglia,
basata sull’unione di un uomo e di una donna nel matrimonio ed aperti alla
fecondità ed all’educazione della prole
-
la riunione tra capitale e lavoro
-
le gilde distributiste, quali strumento di redistribuzione
dei poteri reali
-
la restituzione della proprietà del denaro al
momento dell’emissione ai cittadini ed alle istituzioni pubbliche.
In questo senso, e senza alcuna
ombra di dubbio, la proposta distributista rappresenta un’alternativa netta e
senza se e senza ma, al sistema capitalista ed a quello social-comunista, che
hanno dimostrato, sia dal punto di vista teoretico, sia dal punto di vista
storico, il loro totale fallimento.
Il pensiero distributista
inoltre, lunghi dall’essere un’utopia, è radicato su ciò che unisce tutti gli
uomini di retta ragione e buona volontà: il senso comune.
Per questo esso non rappresenta
altro che un modo virtuoso di entrare in contatto con il reale.
Per ulteriori informazioni:
distributismomovimento.blogspot.com
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