sabato 6 ottobre 2018

DISTRIBUTISMO: UN NUOVO PARADIGMA BASATO SUL SENSO COMUNE OLTRE LO STATO SERVILE


Nel 1962 il filosofo americano Thomas Kuhn diede alle stampe un libro molto importante: “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”. In esso sosteneva che la scienza, contrariamente a quanto si pensa, non procede in maniera lineare ma per cambi di paradigma in grado di introdurre nuove visioni della realtà, sulla base dei quali si sviluppano poi tutta una mole di nuove ricerche, progetti e scoperte.
E’ evidente che tale visione si può applicare tale e quale alla storia.
Viviamo infatti oggi in una fase in cui il paradigma dominante – l’alleanza tra capitalismo e social-comunismo o, in termini più semplici, tra grande capitale e grande Stato – sta mostrando ormai da secoli la sua totale inconsistenza, tanto che il concetto di “crisi” è ormai diffuso in tutti gli ambiti dell’agire sociale: morale, economia, finanza e politica.
Tale paradigma infatti, secondo il distributismo, si basa su fondamenta per così dire metafisiche del tutto incongrue e fallaci, non in grado di cogliere adeguatamente il reale.
La premessa metafisica di fondo del capitalismo è infatti l’avarizia, cioè che sia buono e giusto dare il via libera totale allo sfrenato desiderio di accumulare beni e risorse, mentre quello del social-comunismo è l’invidia, cioè l’odio livellatore per tutto ciò che si distingue in meglio rispetto a sé. La loro alleanza deriva dal ritrovarsi entrambi intorno al principio della separazione tra capitale e lavoro ed alla concentrazione di proprietà e potere nelle mani di pochi: per il capitalismo questi pochi sono i capitalisti, per il social-comunismo i burocrati di Stato. Ecco quindi che lo Stato servile, cioè il sistema in cui l’oligarchia finanziaria mantiene il potere reale attraverso il grande Stato e domina su una massa di servi tutti uguali, rappresenta l’esito ultimo di tale processo, come aveva profetizzato il distributista Hilaire Belloc nel 1911 nel libro ononimo “Lo Stato Servile”.
Un cambiamento quindi a questo punto non può certo avvenire con qualche timida riforma o qualche sporadico ed isolato tentativo ma solo con un cambio netto di paradigma, un cambio netto del modo di intendere l’economia, la politica, la finanza, la moneta. 
Ecco che quindi il pensiero di Thomas Kuhn torna attuale.
Il problema è: quale può essere questo nuovo paradigma?
Innanzitutto dovrà essere un paradigma le cui fondamenta siano solide e ben radicate nel reale: non quindi avarizia od invidia alla sua base ma il sano senso comune e la ragionevolezza, che dal punto di vista economico-sociale e politico non può altro che trasformarsi nei principi di giustizia sociale, equità, bene comune, sussidiarietà e solidarietà. Così, rispetto alla questione centrale del rapporto tra capitale e lavoro, non separazione tra questi due fattori ma unione; non accumulazione del capitale e della proprietà nelle mani di pochi ma massima possibile diffusione della proprietà produttiva secondo i meriti e le competenze di ciascuno. Non quindi libertà assoluta di accumulare con tutti i mezzi beni e risorse, ma regolamentazione condivisa e partecipata del mercato secondo norme e codici comportamentali che assicurino il rispetto della giustizia e dell’equilibrio sociale. Non devono essere associazioni elitarie, lontane, anti-democratiche quali l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Trilateral Commission, il Council for Foreign Relationship, il Gruppo Builderberg, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale della Salute, popolate da banchieri e multinazionali, a decidere le regole che caratterizzano la vita dei cittadini ma devono essere i cittadini stessi, raggruppati secondo la loro naturale funzione lavorativa. Dal punto di vista politico quindi non espropriazione dei poteri reali dei cittadini e loro confluenza nelle mani di burocrati o politici incompetenti o di associazioni anonime sovra-nazionali ma aggregazione dei cittadini per comparti lavorativi e restituzione a loro della maggior parte di tali poteri reali: nulla di nuovo, si tratta del millenario principio corporativo, che riconosce la priorità della famiglia e dei corpi sociali naturali rispetto allo Stato. La società in sintesi non è un aggregato di atomi gestito da un potere centrale ma un corpo vivo che agisce, con funzioni e ruoli diversi e specifici, in vista di un bene comune.
Non più denaro come proprietà esclusiva di un settore sociale limitato – i banchieri – emesso come debito di Stati e cittadini, ma denaro emesso come proprietà dei cittadini stessi e quindi libero dal peso artificiale e mortifero del debito. Non più inoltre denaro-merce, con un suo costo – il tasso di interesse – che intossica e distrugge l’economia reale attraverso lo sfruttamento e la speculazione invece che servirla ma denaro libero da interesse, inteso come strumento indirizzato al bene comune, all’incremento dello scambio di beni e servizi.
Centralità della famiglia naturale; unione di capitale e lavoro e massima diffusione della proprietà produttiva; superamento del sistema partitocratico e reintroduzione del principio corporativo; eliminazione del denaro-debito bancario ed introduzione di una moneta al servizio del bene comune: sono questi i punti essenziali di quello che si presenta come un unico e coeso paradigma in grado di porsi come alternativa valida e coerente allo Stato servile, cioè all’alleanza di capitalismo e social-comunismo.
Questo paradigma si chiama distributismo ed ha in se le potenzialità per finalmente unire il popolo italiano al di là ed oltre ogni sterile divisione partitica, sulla base del senso comune e della ragionevolezza che sono già patrimonio acquisito di tutti. 
Il Movimento Distributista Italiano si pone pertanto come il contenitore in cui unire ed aggregare intorno a contenuti chiari ed incontrovertibili tutte le forze sane della nazione.

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venerdì 5 ottobre 2018

LA MANOVRA FINANZIARIA DISTRIBUTISTA



Per prima cosa va chiarito che non è possibile approvare alcuna manovra finanziaria se lo strumento finanziario o monetario che si usa non è in grado di assolvere la sua funzione di essere un mezzo al servizio del bene comune.
Priorità assoluta è pertanto il varo di una norma che sancisca la proprietà popolare della moneta, che i cittadini cioè, e non le banche, siano i depositari della proprietà monetaria al momento dell’emissione. A tal fine è necessario che lo Stato emetta una nuova moneta nazionale priva di debito e di ogni interesse, attribuendone la proprietà ai cittadini tramite un conto corrente. Non quindi una moneta-merce in grado di stravolgere ed affossare, con la speculazione, l’assetto economico-sociale, ma una moneta-mezzo di scambio al servizio della produttività. Ciò metterà definitivamente fine alla ingiusta ed artificiale spirale de debito pubblico e privato.
Come secondo passo, il governo dovrà coordinare la raccolta, da parte di tutte le istituzioni locali (comuni, province, regioni) delle iniziative produttive (beni e servizi) considerati indispensabili al miglioramento delle condizioni reali dei cittadini (infrastrutture, edilizia scolastica, dissesto idrogeologico, rischio sismico, fornitura di cure medico-sanitarie, gestione della giustizia, carceri, ricerca universitaria, conservazione dei beni naturali ed artistici del territorio, sviluppo tecnologico ed energetico, solo per citare alcuni esempi).  Tutti i cittadini, aggregati per comparti socio-lavorativi specifici, avranno la possibilità di partecipare a tale stesura, in modo da utilizzare al massimo le competenze e le capacità reali della nazione, ad di là di ogni divisione partitica. Tali progetti, elaborati dalla società civile con la supervisione esterna degli enti pubblici, previa verifica della loro effettiva utilità, verranno poi finanziati con il nuovo strumento monetario-finanziario privo di debito dalle stesse istituzioni locali.
Per quanto riguarda il debito pubblico esistente, verrà effettuata un’analisi dettagliata della sua effettiva utilità per gli interessi della nazione e qualora venisse dimostrato che, a causa della precedente mancanza di sovranità monetaria, esso abbia costituito una necessità imposta, con effetti dannosi e perniciosi sul benessere della nazione, piuttosto che una libera scelta, esso verrà considerato “detestabile” e pertanto, secondo le correnti leggi del diritto internazionale, annullato.
Ogni tassa sul lavoro dovrà essere totalmente abolita e l’unica forma di tassazione ammessa sarà quella legata al possesso della nuda proprietà terriera non produttiva e sull’utilizzo delle risorse naturali limitate che appartengono a tutti. La tassazione potrà anche essere utilizzata per controllare la massa monetaria in circolazione ed evitare fenomeni inflattivi.
Tale programma è assolutamente fattibile e realizzabile, in quanto rappresenta solamente l’estensione all’ambito economico, politico e sociale del senso comune e della ragionevolezza che alberga dentro ognuno di noi.

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venerdì 14 settembre 2018

LA FRODE DEL DENARO-DEBITO



 https://youtu.be/eJETJSME9ro

Ecco un’autorevolissimo economista, il Prof Richard Werner, con cui il Movimento Distributista Italiano sta avviando una collaborazione, che spiega in termini tecnici la frode del denaro-debito.

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lunedì 30 luglio 2018

L’APOSTASIA POLITICA DEL PARTITO DEMOCRAZIA CRISTIANA



“Apostasia politica” è il termine con cui Pasquale Pennisi, sulle pagine de “Il Popolo di Roma” del 28 novembre 1950, indica quello che secondo lui era la posizione del partito Democrazia Cristiana rispetto agli insegnamenti della Scuola Sociale Cattolica.
La sua tesi è molto semplice: i maggiorenti del partito scudocrociato, durante gli anni della loro fuoriuscita in Francia a causa del regime fascista, furono fortemente influenzati dal pensiero dei “catholique de guache”, a loro volta influenzati dal pensiero di Marx e di Rousseau, ed in questo modo diluirono molto, fino ad abbondonare sostanzialmente, il riferimento alla tradizione del pensiero sociale cattolico, ed in particolare al corporativismo, che ne costituiva la struttura portante. 
Così quando, con le elezioni dell’aprile 1948, la Democrazia Cristiana di Alcide de Gasperi ottenne dal popolo italiano, raccolto anche nei Comitati Civici di Luigi Gedda, un consenso plebiscitario e la maggioranza assoluta, invece che utilizzare tale mandato per portare avanti ed applicare nei fatti il corporativismo della Dottrina Sociale della Chiesa, alleandosi con i missini ed i monarchici, la Democrazia Cristiana preferì tenere le porte aperte verso i partiti massonici (repubblicani) e socialisti, tradendo le attese del popolo italiano ed operando una sorta di apostasia politica verso la Dottrina Sociale della Chiesa.

Alla luce degli eventi dei successivi 70 anni, non si può non dare ragione alla tesi di Pasquale Pennisi, espressa nel lontano 1950: le cause del fallimento della DC vanno rinvenute nella sua apostasia politica dalle radici del pensiero sociale cattolico, dalla presa di distanza cioè da quel Logos da cui la realtà stessa dipende e che in grado di illuminare e portare a compimento la ragione umana applicata alla politica ed all’economia.

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sabato 9 giugno 2018

LA PERNICIOSA ALLEANZA TRA GRANDE FINANZA (CAPITALISMO) E GRANDE STATO (SOCIAL-COMUNISMO) E LA SOLUZONE DEL DISTRIBUTISMO




DI fronte alla sperequazione nella ripartizione della proprietà i capitalisti rimangono indifferenti appellandosi alla mano invisibile del mercato, i social-comunisti vorrebbero togliere ai ricchi per dare ai poveri attraverso lo Stato, bloccando la libera iniziativa e concentrando nello Stato ogni potere. Recentemente l’alleanza tra capitalismo e social-comunismo ha dato luogo allo Stato Servile, all’unione cioè tra grande Stato e grande finanza nel garantire da una parte il predominio dell’oligarchia finanziaria, dall’altra un controllo sempre più pervasivo dello Stato con la riduzione dei cittadini in una condizione a tutti gli effetti servile.
Né capitalismo né social-comunismo però pensano alla soluzione più semplice e lapalissiana: unire capitale e lavoro, favorire cioè dal basso la massima diffusione possibile della proprietà produttiva.

Questa è, in sintesi, la vera e semplice novità portata dal distributismo, basata sul buon senso e la ragionevolezza.

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lunedì 4 giugno 2018

SIAMO OSTAGGI DELLA FINANZA SPECULATIVA INTERNAZIONALE E NESSUNO LO DICE


Non so se vi ricordate il vecchio mito della caverna di Platone: secondo tale racconto gli uomini vivrebbero incatenati in una caverna, costretti a vedere le ombre degli oggetti reali proiettati sul fondo della caverna stessa e scambiando per realtà tali ombre, impossibilitati a volgere lo sguardo in direzione opposta, cioè verso il sole e la verità.
Ecco, dopo aver letto un interessantissimo e documentatissimo quanto chiaro articolo apparso ieri sul giornale irlandese Sunday Indipedent, a firma di Paul Sommerville (https://www.independent.ie/business/world/the-markets-will-bite-back-against-ecb-dinosaurs-36972008.html), il mio pensiero è corso immediatamente a tale reminiscenza degli studi umanistici, capace, con una sola immagine, di rendere bene lo stato attuale delle cose.
Il giornalista irlandese infatti, dalla sua posizione di osservatore esterno delle vicende italiane, snocciola una serie di dati e di numeri che consentono di avere un quadro molto chiaro di quello che sta succedendo.
Sommerville incomincia con l’esprimere una certa preoccupazione per la stabilità finanziaria della Germania, dicendo che la Deutsche Bank naviga in acque piuttosto precarie. Tale banca detiene infatti nella sua pancia ben 50.000 miliardi di euro in derivati – una cifra 21 volte superiore al debito pubblico italiano! - acquistati nel tentativo di realizzare facili profitti speculativi ma rivelatisi adesso un fattore di enorme vulnerabilità. Questo spiega perché alla fine del 2016 sembrò addirittura che la Deutsche Bank fosse sull’orlo del fallimento, fallimento evitato solo grazie ad una serie di operazioni di ricapitalizzazione sui mercati.
Il giornalista continua con l’osservare che la maggior parte del debito pubblico italiano è posseduto non certo dalle famiglie del bel paese ed europee ma dalle grandi banche e dalle grandi istituzioni finanziarie, soprattutto tedesche e francesi: il 20% è posseduto dalla Banca Centrale Europea, il 35% da “investitori finanziari stranieri” e il 41% da istituzioni finanziarie italiane. La sua preoccupazione aumenta quando riferisce che anche il settore finanziario irlandese, soprattutto fondi pensione, possiede quantità non indifferenti del debito pubblico italiano.
Summerville quindi si sofferma sul ruolo della BCE in questo delicato momento. Riporta che il suo ruolo è  stato quello di creare denaro “out of thin air”, cioè “dal nulla”, con cui comprare, tra le altre cose, titoli del debito italiano in modo da evitare il fallimento del nostro Stato. Questo in sostanza è il famoso “Quantitative Easing”, non altro. La cifra che Draghi ha finora creato dal nulla è di circa 4500 miliardi di euro, cioè circa il 40% dell’intero PIL europeo! Il fallimento dello Stato italiano, abbiamo visto, è considerato una terribile evenienza non tanto per le eventuali e tutte discutibili conseguenze negative su noi cittadini ma perché creerebbe un crollo dell’intero precario sistema finanziario europeo, descritto al momento con l’aggettivo “zombified”, “zombificato”.
L’articolista cita poi i due principali partiti italiani – Lega e 5Stelle – ed il ruolo che hanno in questo frangente: di fronte al fallimento totale della politica economica europea queste due forze – secondo Sommerville – non hanno fatto altro che raccogliere il comprensibile disagio della popolazione. Ora andranno a premere in Europa per chiedere un alt alla politica di austerity e se dovessero ricevere un no è probabile che inneschino una crisi del sistema finanziario europeo così come lo conosciamo. Per questo oggi tutti gli occhi sono puntati sul nostro paese.

Ricapitoliamo quindi: parallelamente all’economia reale – noi persone normali che ci alziamo ogni giorno per andare al lavoro, chi ce l’ha, e contribuire con la produzione di beni e servizi al bene comune – esiste un altro mondo, del tutto virtuale ed invisibile, quello del denaro e della finanza, che si trova in una condizione di estrema precarietà e fragilità. Tale mondo è controllato da pochi attori, coloro che hanno il monopolio totale dell’emissione monetaria, cioè banche centrali e, soprattutto, banche commerciali. Ricordiamo infatti che solo il 3% del denaro esistente viene creato dalle banche centrali mentre il rimanente 97% viene creato appunto dalle banche commerciali tramite il meccanismo della riserva frazionaria. Questo spiega perché la maggior parte di quei 4500 miliardi di euro creati dal nulla da Draghi sono finiti a tasso praticamente zero nella pancia delle banche, che li hanno utilizzati per stabilizzare i loro bilanci, dissennati dopo anni di speculazione fallimentare, e ricominciare ad indebitare la gente a tassi compresi tra il 3% ed il 12%.

Da questo scenario oggettivo emerge che i bilanci degli Stati sono appesi ad un filo tenuto nelle mani dei grandi banchieri, i quali non rispondono a nessuno, tanto meno ai cittadini, e potrebbero, con una digitazione di computer, come hanno già fatto, vendere od acquistare i titoli pubblici dei vari Stati, determinandone la rovina o l’ascesa.

Tale sistema decisamente perverso non si è creato dal nulla. Impossibile qui esporne in maniera esauriente la storia, menzionerò solo due tappe principali:
1)    27 luglio 1694: creazione della Banca d’Inghilterra. Banchieri privati, imprestando al re Guglielmo d’Orange 1 milione di sterline in oro, ottengono il privilegio di far diventare la moneta cartacea da loro prodotta moneta a corso legale. Da allora la sterlina diventò un debito dello Stato inglese e dei cittadini verso il sistema bancario privato e lo Stato inglese non riuscì più a liberarsi dal debito pubblico.
2)    23 dicembre 1913: dopo secoli di lotte con il potere politico, il sistema bancario riesce a creare negli Stati Uniti la Federal Reserve, una banca posseduta da privati con il monopolio dell’emissione monetaria, sul modello della Banca d’Inghilterra


Alcune riflessioni si impongono di fronte a questo scenario:
-       quale potere effettivo ha la politica oggi di incidere in maniera libera ed autonoma sulle nostre vite, se ogni decisione importante viene assunta in totale autonomia dai banchieri?
-       Perché i nostri politici non affrontano direttamente questo tema centrale e sostanziale, che ha enormi ripercussioni dirette sulle nostre vite ed impedisce lo sviluppo di un’economia prospera e stabile, generando anche l’incredibile disparità sociale che abbiano sotto i nostri occhi?
-       Perché i nostri valenti giornalisti più in vista – penso ai vari Enrico Mentana, Corrado Formigli, Lilly Gruber, Bruno Vespa, Bianca Berlinguer, Giovanni Floris, Lucia Annunziata solo per citarne alcuni – non utilizzano i mezzi a loro disposizione per informare gli italiani su questa realtà, facendo dei servizi che spieghino nel dettaglio quanto sta accadendo e soprattutto il semplice meccanismo sotteso a tutto il mondo finanziario, cioè il denaro-debito?

Come distributisti, una risposta parziale a queste domande l’abbiamo: perché il ceto dirigente italiano ed europeo oggi è succube rispetto al potere dei banchieri e viene anzi attentamente selezionato all’interno di Think Thank, associazioni apparentemente filantropiche finanziate e organizzate da quegli stessi banchieri che detengono il potere reale. Basta pensare ad associazioni quali il Gruppo Builderberg, l’Aspen Institute, il Club di Roma, l’Open Society, creati direttamente od indirettametne dalla grande finanza dei vari Rothschild, Rockefeller, Soros. Solo un esempio, l’Aspen Institute (https://en.wikipedia.org/wiki/Aspen_Institute).
Fondato nel 1949 a Washington, esso è finanziato principalmente dalla Carnegie Foundation e dal Rockefeller Brothers Fund. Il suo scopo ufficioso  è quello di essere “forum” per una leadership basata sui valori e lo scambio di idee” (https://en.wikipedia.org/wiki/Aspen_Institute). L’Aspen Institute è diffuso praticamente in tutto il mondo. Nel Comitato Esecutivo dell’Aspen Institute Italia risultano tra gli altri (http://www.aspeninstitute.it/istituto/comunita-aspen/comitato-esecutivo): Luigi Abete, Giuliano Amato, Sergio Berlinguer, Gianni De Michelis, Franco Frattini, Gianni Letta, Emma Marcegaglia, Paolo Mieli, Mario Monti, Lorenzo Ornaghi, Romano Prodi, Francesco Profumo, Cesare Romiti, Carlo Scognamiglio, Marco Tronchetti Provera. L’attuale presidente è Giulio Tremonti, uno dei vice-presidenti Paolo Savona. Lucia Annunziata è il direttore responsabile di Aspenia, la rivista ufficiale dell’associazione.

Che fare dunque?
Il distributismo ha le idee ben chiare. Per prima cosa va informata l’opinione pubblica riguardo allo stato attuale delle cose. Bisogna uscire dalla caverna di Platone ed incominciare a guardare in faccia la realtà così com’è. Non ne deve uscire un gruppo sparuto di intellettuali ma tutto il popolo.
In secondo luogo bisogno creare una classe dirigente che, sulla base di questi dati, sia in grado di proporre una visione totalmente alternativa ed una radicale riforma del sistema monetario-finanziario, in modo che la politica ritorni ad avere quei poteri che le consentano di perseguire il bene comune senza sottostare ai diktat dei banchieri e si possa ristabilire un minimo di equità, giustizia sociale e prosperità economica. Questa “pars costruens” è la vocazione principale del distributismo e quattro sono i pilastri della sua visione:
1)    famiglia tradizionale al centro dello sviluppo economico-sociale
2)    unione di capitale e lavoro e massima diffusione della proprietà produttiva
3)    restituzione di potere reale alla gente attraverso aggregazioni per comparto lavorativo (gilde o corporazioni di arti e mestieri), contro la partitocrazia
4)    Denaro libero da debito e di proprietà dei cittadini al momento dell’emissione


La strada per uscire da questa specie di incubo in cui siamo finiti quindi c’è, è semplice, ragionevole, lineare.
Sta a noi imboccarla senza esitazione, nella convinzione che non si tratta altro che di intercettare il reale, subordinando al bene comune la finanza ed il denaro.

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sabato 2 giugno 2018

AMBIGUITA' DEL SOVRANISMO E NECESSITA' DEL DISTRIBUTISMO




Oggigiorno sembra che lo scontro principale sulla scena politica sia quello tra sovranismo e globalismo. Certamente in ciò c’è qualcosa di vero ma il discorso rischia di essere un po' riduttivo.

Per sovranismo si intende infatti la tendenza a non cedere ulteriori poteri ad entità sovra-nazionali ed a riconvogliare tali poteri entro una dimensione nazionale.
In questo senso il sovranismo rappresenterebbe una mera reazione di resistenza ad un fenomeno in corso ed un desiderio di tornare al modus vivendi precedente.

Il modus vivendi precedente però non si qualificava affatto per una condizione di reale sovranità popolare ma per il dominio a livello nazionale di quelle elitè economio-finanziarie che adesso vorrebbero dominare a livello sovra-nazionale.
L’esempio più eclatante è quello delle banche: c’è poca differenza tra una banca centrale italiana che stampa denaro come debito di Stati e cittadini ed una Banca Centrale Europea che attua lo stesso meccanismo da Bruxelles. In ambedue in casi la proprietà del denaro al momento dell’emissione rimane in mano ai banchieri e non ai cittadini od agli Stati, i quali banchieri rimangono sempre e comunque in grado di condizionare ogni aspetto della vita della comunità, politica in primis.
Ancora: se una nazione rimane “sovrana” ma al suo interno non si attua una politica che punti alla massima possibile diffusione della proprietà produttiva e si avvantaggiano come al solito le grandi multinazionali ed il grande business speculativo, fa poca differenza se il potere reale sia in mano a dei burocrati europei od a dei burocrati autoctoni.
Ciò che va in primo luogo capito è che se si vuole parlare di sovranità popolare non si può prescindere da quattro fattori:
la centralità economico-sociale della famiglia tradizionale, la proprietà popolare della moneta al momento dell’emissione, la massima possibile diffusione della proprietà produttiva e la restituzione dei poteri reali alla gente attraverso le gilde o corporazioni di arti e mestieri. Sono questi i quattro punti che costituiscono il cardine del pensiero distributista, decisamente alternativo a capitalismo e social-comunismo.
Paradossalmente, se l’Unione Europea cambiasse politica ed attuasse rigorosamente e in maniera coerente questi quattro punti,  cioè attuasse una politica distributista, potrebbe contribuire all’aumento della sovranità popolare meglio che un governo nazionale ad orientamento capitalista o social-comunista.

Attenzione quindi ai termini: distributismo si, sempre e comunque,  sovranismo si, ma solo a certe condizioni.

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