mercoledì 16 agosto 2017

LA VERA RIVOLTA MORALE: QUELLA DEL DISTRIBUTISMO CONTRO IL CAPITALISMO

La natura umana - ce ne rendiamo conto ogni giorno - è fatta in maniera tale che ripugna in maniera netta l'ingiustizia, la sopraffazione del più forte sul più debole, la prevaricazione del potente sul bisognoso. In sintesi, la natura umana, nella sua libertà, è essenzialmente morale: persegue le azioni buoni e rigetta quelle cattive.

Esistono invece due sistemi economici, il capitalismo ed il social-comunismo, che si fondano sulla pretesa contro-natura, e quindi assurda, di eliminare la dimensione morale della scelta dall'agire economico.
Il capitalismo, al pari del social-comunismo, nega infatti che ogni azione che l'uomo compie in ambito economico possa essere buona o cattiva per sè, per la propria famiglia, per gli altri cittadini, imponendo, paradossalmente, una propria morale, quella dell'utile. Così, nello stabilire il prezzo di beni e servizi o le caratteristiche di un contratto di lavoro, le persone che vi si impegnano, seguendo il capitalismo, non saranno più orientate all'individuazione di prezzi e contratti giusti ma ciascuno al raggiungimento del proprio massimo profitto. Grazie al liberalismo - presupposto fondamentale del capitalismo- , che appunto ci vuole liberare dall'ingombrante presenza della morale in economia, il parametro ultimo in base al quale verranno fissati prezzi e contratti sarà quello basato sulla forza e sull'anonimità del numero.  Non solo: la liberazione dalla morale ha portato al via libera di pratiche economiche, quali  per esempio il denaro-debito, che attraverso l'inganno sistematico operato dal sistema bancario nei confronti della popoIazione, ha sottomesso totalmente il lavoro alla finanza, i cittadini ai banchieri. Si tratta di una vera e propria usura, cioè della creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario ai danni del resto del corpo sociale . Il tutto, paradossalmente e diabolicamente - se è vero che il diavolo è il padre della menzogna - attraverso l'introduzione di una falsa morale, quella per cui il rispetto delle norme contrattuali diventa criterio morale assoluto, indipendentemente dal fatto che questi contratti siano stati stilati in assenza e quindi in opposizione ad ogni basilare principio di morale sociale, di cui si vuole negare l'esistenza e la validità. Per esempio, se i salari vengono fissati solo in relazione alle forze di mercato, è chiaro che il padrone si troverà sempre in una posizione di vantaggio rispetto al lavoratore che rischierà la fame se non dovesse accettare l'offerta. Il risultato del capitalismo - cioè dell'abbandono di una morale in ambito economico e di un'autorità in grado di farla rispettare -è stato inevitabile: la concentrazione di beni e risorse nelle mani di pochi, i più furbi, i più avidi, i più scaltri, non certo i più competenti od intraprendenti.

  • Di fronte a questo scenario il distributismo si appella a tutti gli uomini di buona volontà, indipendentemente dalla loro appartenenza ideologica o confessionale: non possiamo continuare ad assistere indifferenti a questo vero e proprio massacro degli innocenti che il capitalismo ed i suoi sostenitori compiono sotto i nostri occhi. È quanto mai impellente oggi una vera e propria rivolta morale che rimetta i basilari principi della giustizia e dell'equità al centro della vite economico-sociale, mettendo definitivamente da parte il mostro ideologico del capitalismo e tutti i suoi nefasti derivati (cronica instabilità economica, impoverimento dei cittadini e degli Stati, predominio della finanza sul lavoro) ed aprendo la strada ad un ordine economico-sociale più prospero, naturale ed umano, che si chiama distributismo.
  • Questa rivolta morale non può essere né di destra né di sinistra né di centro ma deve essere ferma e risoluta perchè dal suo successo dipenderà il futuro della nostra libertà, quella vera, e quindi della nostra civiltà.

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domenica 13 agosto 2017

IL CAPITALISMO È CONTRO L'UOMO, COME IL SOCIAL-COMUNISMO


L'essenza del capitalismo, la sua definizione più appropriata non è quella di un sistema che favorisce la libera iniziativa, lo sviluppo di un mercato prospero e stabile e la proprietà privata. Tutt'altro. Direi quasi l'opposto. L'essenza del capitalismo infatti è la separazione tra capitale e lavoro, con la mercificazione, e quindi lo snaturamento, di entrambi. Se per capitale si intende denaro, è noto che già Aristotele aveva scoperto che il denaro perde immediatamente la sua funzione primordiale di facilitatore degli scambi di beni e servizi nel momento in cui diviene una merce, con un suo prezzo di acquisto, l'interesse. Aristotele è categorico: nessuna economia può sopravvivere al prestito ad interesse od usura, tanto più se, come accade oggi, la creazione di tale danaro usuraio diventa monopolio assoluto di una casta ristretta di persone, i banchieri. Il lavoro segue lo stesso destino. Finalizzato per natura all'uomo, esso, nel momento in cui viene cosificato e diventa un mero oggetto di scambio con un suo prezzo - il salario - viene privato della sua essenziale connotazione umana, con il risultato che diventa strumento di oppressione e sfruttamento invece che mezzo per sviluppare tutte le potenzialità degli individui. Questa duplice follia non rimane senza conseguenze.
È inutile continuare a lamentarsi per il debito pubblico e privato, per la perenne instabilità economica, per la disoccupazione, l'impoverimento progressivo della popolazione e la perdita del potere di acquisto dei salari, per poi incensare paradossalmente il sistema che è l'ineluttabile causa di tutto ciò, il capitalismo.
Il distributismo a questo proposito non ha dubbi: non si riuscirà mai a costruire un'economia ed una società dal volto umano, equa e prospera finché la gente non avrà colto l'intrinseca natura perversa del capitalismo e del suo apparente rivale - il socialcomunismo - che è basato sullo stesso principio: l'odio inveterato per l'unione tra capitale e lavoro.
Cosa deve succedere ancora perché ci si renda finalmente conto che il capitalismo è contro l'uomo?

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venerdì 11 agosto 2017

L'INCOMPABILITÀ TRA LIBERALISMO E LIBERTÀ


Al mondo d'oggi la parola "liberale" ha assunto una connotazione positiva. Nell'immaginario collettivo quando una persona si definisce "liberale" il pensiero corre subito al concetto di saggezza, moderatismo, equilibrata tolleranza, grande senso civico. "Con "liberale" si intende un individuo che apprezza e rispetta gli altri e soprattutto la loro libertà. Per approfondire la questione dobbiamo prendere atto che la parola "liberale" è l'aggettivo derivato dal sostantivo "liberalismo". Che cosa è dunque il liberalismo?
Il liberalismo è una dottrina politico-filosofica che sostiene:
- l'indipendenza assoluta della ragione umana da Dio e dalle Sue leggi
- l'indipendenza assoluta della società da Dio e dalle Sue leggi.

Filosoficamente esso è un prodotto del razionalismo, quella corrente di pensiero che sostiene che la ragione umana trova in se stessa il fondamento ultimo della realtà, fino a negare l'esistenza del reale od a farlo coincidere con la ragione, ponendosi così come un precursore del nichilismo.

Sulla base di queste premesse, il liberalismo insegue quindi un tipo particolare di libertà umana, non quella che si compie e si realizza nell'adesione a ciò che esiste ma quella che si dovrebbe attuare in opposizione al reale stesso, al quale non si riconosce uno statuto fondante. Le conseguenze pratiche di tale visione sono immense:
se la ragione umana è fondamento ultimo assoluto di tutte le cose, non esiste nessun ordine morale o sociale oggettivo a cui l'uomo debba conformarsi, per cui, in linea di principio, tutto è possibile, dal punto di vista della morale personale e sociale. Concetti universali quali giustizia ed equità vengono abbandonati e "liberalisticamente" interpretati secondo le convenienze del potente di turno. Il concetto di virtù morale viene travolto dall'ondata relativistica - è buono e giusto ciò che la mia mente mi dice sia buono e giusto e poiché ognuno ha una testa diversa dagli altri possono esistere tante moralità quanti sono gli individui.

In sintesi: si può sostenere senza tema di smentita che il liberalismo tanto in voga e tanto osannato sia alla radici di due fenomeni importanti della società d'oggi:
Il relativismo morale e quello politico-economico-sociale.
Entrambi costituiscono purtroppo il terreno più fertile per lo sviluppo di uno dei più grandi mali del momento presente: l'oscuramento del concetto di verità - cioè appunto di adesione al reale - con il conseguente ritorno alla legge del più forte, sia esso il più danaroso o il più influente numericamente. Si tratta di una deriva autoritaria e dittatoriale e della negazione della libertà umana, quella vera.

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giovedì 10 agosto 2017

TASSE, DEBITO PUBBLICO E DENARO-DEBITO



I soldi delle tasse vengono prelevate dallo Stato e dalle casse dello Stato finiscono nelle banche, molte delle quali straniere, le quali, creando denaro dal nulla, acquistano i titoli di Stato. Questi sono fatti, non teorie, flussi reali di capitale, non speculazioni ipotetiche. Il fatto che questi dati sono tenuti nascosti e che siamo l'applicazione di una logica contorta che ripugna all'intelletto umano - questa è la magia cabalistica! - non li rende meno reali. Nel 2016 (https://www.google.it/amp/amp.ilsole24ore.com/pagina/ADzhSC9B) i titoli di Stato erano posseduti per il 20%, circa 400 miliardi, da banche italiane, per l'11% dalla Banca d'Italia, per il 35% (!) da un'istituzione straniera, la Banca Centrale Europea: quindi il 77% del debito è direttamente in mano alle banche. Il resto, il 17%, è di proprietà di agenzie assicurative. Solo il 6% è posseduto da cittadini italiani! I titoli di Stato, oltre ad essere onerati dal pagamento degli interessi, alla scadenza devono essere ripagati al titolare. Dove troverà mai lo Stato italiano i soldi per pagare interessi e capitale? Semplicissimo, si rivolgerà alle banche, centrali e non,  che hanno il monopolio totale dell'emissione monetaria, le quali creeranno dal nulla altro denaro, cioè altro debito per lo Stato, comprando altri titoli di Stato, arricchendo se stesse ed inpoverendo tutti gli altri, in una spirale esponenziale che è destinata matematicamente ad incrementarsi e rispetto alla quale i sacrifici a cui il popolo italiano è stato artificialmente costretto rappresentano degli ininfluenti palliativi. Qual'è la causa di questo meccanismo perverso? Una semplice convenzione, che si chiama denaro-debito, e che fu ingegnata dalle menti anch'esse perverse dei banchieri londinesi della fine del XVII sec. È l'usura, cioè la produzione di denaro da altro denaro, che Chesterton, insieme a tutti gli uomini di retta ragione, ha sempre risolutamente condannato. Tutti ciò rappresenta incontestabilmente uno grave ingiustizia o, per chi è cattolico, un male sociale che grida vendetta al cospetto di Dio.


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martedì 1 agosto 2017

IL DENARO-DEBITO O DELLA DESTITUZIONE DELLA RETTA RAGIONE

IL DENARO-DEBITO, O DELLA DESTITUZIONE DELLA RETTA RAGIONE

Nel nostro vivere quotidiano diamo per scontato una serie di fattori che in realtà non lo sono affatto. Uno di questi è il concetto di ragione. Tutti noi pensiamo che esistano due uniche grandi categorie: i matti, privi di ragione, chiusi in qualche remota struttura di cura, ed i sani, cioè tutti gli altri. Non è così.
Gia G.K.Chesterton, uno dei più grandi scrittori e pensatori del secolo scorso, ci ammoniva che la pazzia non è privazione di ragione ma ciò che rimane quando una persona perde tutto meno la ragione. Ciò apre al non scontato argomento del rapporto tra ragione e realtà, cioè al concetto di verità. Nel momento in cui la ragione umana nega che esista qualcosa la fuori di per sé – e molte correnti filosofiche oggi lo fanno – rischia di imboccare una strada senza ritorno, quella dell’annichilimento e della follia. Va quindi definito il concetto di retta ragione, quella ragione cioè che presuppone, come dato di fondo e di partenza, l’esistenza della realtà. Si parla in questo caso di metafisica, di un ambito della realtà che va oltre l’apparenza ed i fenomeni e si relaziona con l’essere delle cose, più che con i loro vari attributi.
Cosa c’entra questo con il denaro-debito?
C’entra eccome.
Infatti siamo tutti d’accordo che la ragione -  la retta ragione - debba essere applicata alle questioni più importanti della nostra vita, se vogliamo vivere in maniera umana e civile.
Quale questione più importante del denaro quindi?
Come rimarreste se scopriste che in realtà le cose non stanno così, che, per quanto riguarda il denaro, la retta ragione non solo non viene applicata ma viene rigettata totalmente?
Eppure questo è, purtroppo, ciò che accade, con tutte le conseguenze del caso.
Non ci credete?
Basta che mi seguiate un attimo e lo capirete voi stessi.

Se vi ritrovaste su un’isola deserta con 100 persone, ed una di queste vi proponesse di accettare come denaro per gli scambi delle conchiglie, voi cosa fareste?
Probabilmente accettereste. Qual è il problema infatti? Uno strumento al servizio degli scambi di beni e servizi è necessario in qualsiasi comunità. Se questa stessa persona però – così afferrata in maniera monetaria – vi proponesse poi di accettare come denaro unicamente le conchiglie che lui ha raccolto a costo zero sulla spiaggia e di accettare anche che solo lui possa “emettere” le conchiglie come moneta, esclusivamente come debito, da ripagare con interessi, verso le altre 99 persone presenti sull’isola, tra cui voi, lo guardereste molto probabilmente con un misto di costernazione e divertito sbigottimento, gli dareste una fraterna pacca sulla spalla, dicendogli con uno sguardo sorridente: “Bello lo scherzo, adesso però parliamo di cose serie!”.

Ebbene, l’esempio appena fatto rappresenta, “mutatis mutandi”, esattamente ciò che avviene oggi con la creazione di denaro.
Esiste un gruppo molto limitato di persone – i banchieri – che hanno acquisito, attraverso un lungo e documentabile percorso – il monopolio assoluto della creazione monetaria e sono riusciti a fare legalizzare il seguente meccanismo:
il denaro viene prodotto dal nulla, senza riserva di alcun tipo, , sotto di forma di banconote o denaro scritturale virtuale, e quindi con costi irrisori, solo dal sistema bancario e viene immesso in circolo, solo ed esclusivamente come debito di Stati, imprese e cittadini – cioè di tutto il corpo sociale – verso il sistema bancario stesso. Conseguenza: tutto il mondo si trova affossato sotto una montagna d’inevitabili ed ineluttabili debiti, la cui causa prima è esclusivamente di natura convenzionale e quindi artificiale.
Tale meccanismo è privo di qualsiasi fondamento ragionevole: rappresenta ipso facto la destituzione totale della retta ragione in ambito monetario.  La destituzione della retta ragione non implica però che non vi sia una logica, cioè un senso, dietro tale fenomeno.  Il problema è che, persa la via della retta ragione, del principio di non contraddizione e di adesione al reale, tutti elementi caratteristici del pensiero greco-aristotelico-tomista in contrapposizione al pensiero magico della cabala di origine ebraico-mesopotamica, questa logica non può altro che essere di natura perversa e contraria all’ordine naturale.
Si tratta, nè più ne meno, di una logica finalizzata all’acquisizione da parte di una minoranza – scaltra, furba e cinica -  dell’unico vero supremo potere, quello tante volte perseguito nei secoli con l’immagine della pietra filosofale: il potere appunto di trasformare la materia inerte in oro, cioè in denaro. appropriandosene e sottomettendo a se tutti gli altri uomini, relegati al ruolo di servi-lavoratori. Mantenere il segreto è facilissimo, basta ammantare il tutto di un’aurea sacra, iniziatica: “voi non preoccupatevi di indagare come nasce il denaro, lasciate queste questioni misteriose alla casta di sacerdoti laici costituiti dai banchieri e vedrete che arriverete alla salvezza” – sembra essere il mantra veicolato dai mass-media. Si chiede in sostanza un atto di fede, senza rendersi conto che la religione di cui si tratta non è quella che mette al centro il Cristo salvatore ma Mammona, una religione cioè decisamente luciferina.

Esagerato? Assolutamente no! Il meccanismo di creazione del denaro-debito –  sconosciuto ai più ma accessibile da tutti sui testi economici facilmente consultabili su internet – è un dato di fatto, una macchina che, silenziosamente ma inesorabilmente, continua a produrre a tamburo battente debito per i cittadini ed arricchimento per il sistema bancario. Il fatto che l’opinione pubblica non ne sia al corrente rappresenta un vero “misterium iniquitatis”, di cui i principali responsabili  sono i nostri politici, giornalisti ed intellettuali, che, invece di fare il loro mestiere, sono troppo impegnati a conquistarsi l’amicizia e l’appoggio del sistema bancario stesso.
Ci rimane quindi una sola speranza: non fare morire la retta ragione, cioè la caratteristica principale che distingue l’uomo dall’animale e che ha costituito il centro di tutte le civiltà degne di questo nome, ed applicare poi tale retta ragione ai vari ambiti umani, denaro in primis. Una volta sepolta la retta ragione infatti verrà sepolta anche l’umanità, sotto il gioco del Vitello d’Oro e dei tanti idoli che non sono altro che il volto multiforme ed informe del nulla.

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domenica 2 luglio 2017

IL DISTRIBUTISMO: CONTRO LE OLIGARCHIE FINANZIARIE E PARTITOCRATICHE, PER UNA VERA DEMOCRAZIA

Il Distributismo: contro le oligarchie finanziarie e partitocratiche, per una vera democrazia.

Nel 1911 i fondatori del distributismo, C.E.Chesterton e  H.Belloc pubblicarono un libro profetico intitolato “The Party System”, letteralmente il “Sistema dei Partiti”, recentemente (2014) riedito in lingua italiana dalla casa editrice Rubettino con il titolo “Partitocrazia”.
Non si tratta di un libello di qualche populista estremista ma della pacata e riflessiva analisi di uomini di cultura seri e rispettati che, ponendo il senso comune e la ragionevolezza al centro del loro modo di pensare ed agire, seppero dare una visione obiettiva e disincantata di quanto accadeva politicamente nell'Inghilterra dell'inizio del secolo scorso. In sintesi: si erano accorti che il sistema dei partiti, lungi dal rappresentare gli interessi del bene comune e della popolazione, in realtà tutelava primariamente solo due fasce molto ristrette della società: i politici stessi ed i detentori del potere economico-finanziario. Nel loro libro quindi non fecero altro che circostanziare, con dovizia di particolari ed esempi concreti, tratti dalla vita politico-parlamentare di allora, come il sistema dei partiti fosse in realtà un regime che tutelava gli interessi di pochi, in poche parole, una oligarchia mascherata da democrazia.
La tesi di Chesterton e Belloc rimane a mio parere altrettanto valida anche oggi: cambiano i contenuti ma il contenitore rimane sempre quello, cioè un sistema, il sistema dei partiti appunto, totalmente incapace di garantire una vera democrazia.
Non si tratta di un incidente di percorso, di una imperfezione emendabile con qualche lieve riforma: si tratta proprio di un deficit strutturale, connaturato all'essenza del sistema dei partiti stessi.
La logica sottostante tale sistema è infatti che la massima possibile libertà politica dei cittadini si esprima essenzialmente attraverso il voto e la possibilità di aggregarsi per dare vita ad una formazione politica che si possa presentare alle elezioni. Tutto il resto, cioè la possibilità di partecipare direttamente alla discussione e decisione delle questioni importanti che attengono alla vita sociale e lavorativa quotidiana, non trova alcuno spazio. I cittadini con il sistema dei partiti vengono di fatto espropriati di questo diritto fondamentale e tutte le associazioni professionali e lavorative intermedie, che non abbiano una specifica coloritura partitica, vengono di fatte progressivamente svuotate di ogni potere. Il sistema dei partiti anzi ha un obiettivo specifico, di fatto in fase di avanzata realizzazione nella storia recente: eliminarle.
Nel momento stesso in cui il cittadino si vede privato dei questi spazi di libertà reali e concreti e diventa depositario di una libertà astratta, quella di voto, e perde di fatto il potere reale di incidere sulla propria vita, affidando tale potere a qualcun altro: dalla democrazia si passa all'oligarchia.
Da chi è costituita nel dettaglio tale oligarchia?
Per scoprirlo basta osservare quanto accaduto dal 1945 ad oggi in Italia e nel mondo.
Nel 1913 negli Stati Uniti viene fondata la Federal Reserve, la banca centrale americana. La bozza del progetto venne formulata da un cartello delle principali famiglie bancarie internazionali – i Rothschild, i Morgan i Rockefeller, Kuhn&Lobb, solo per citarne qualcuna. Il loro obiettivo era semplice: ottenere il monopolio assoluto della sovranità monetaria in America, il diritto cioè di creare denaro dal nulla a costo zero e di imprestare poi questo denaro a Stati e cittadini, lucrando sui relativi interessi. Primo firmatario e dirigente della commissione governativa che si occupò della questione fu il senatore repubblicano Nelson W. Aldrich, guarda caso marito di un'esponente importante della famiglia Rockefeller (https://en.wikipedia.org/wiki/Nelson_W._Aldrich). Tale cartello bancario mise a disposizione somme enormi per “sensibilizzare” i parlamentari di entrambi gli schieramenti - democratici e repubblicani - ed i mass-media, la maggior parte dei quali erano comunque già di loro proprietà. Questo è stato il processo democratico attraverso cui i rappresentanti del popolo americano alla fine votarono in favore dell'istituzione della Federal Reserve.
Alla fine della II guerra mondiale tale cartello di famiglie bancarie si trovarono ad essere dalla parte dei vincitori, semplicemente per il fatto che avevano finanziato durante la guerra entrambi gli schieramenti, traendone immensi profitti. E' documentato inoltre che anche la rivoluzione bolscevica in Russia fu finanziata principalmente dalle banche di Wall Street, in funzione anti-zarista. Non dimentichiamoci infatti che lo Zar di Russia era l'unico “grande” d'Europa che ancora intendeva rimanere indipendente dall'indebitamento con la grande finanza internazionale.

Alla fine della II guerra mondiale l'Italia si trovò quindi stretta tra due colossi, entrambi vincitori, entrambi finanziati dalla stessa fonte: il modello liberal-capitalista americano e quello social-comunista sovietico.
Due modelli apparentemente in antitesi ma in realtà accomunati da almeno due importanti fattori in comune: l'essere finanziati dalla stesso fonte – la grande finanza internazionale con sede a Londra e Wall Street – ed un modello politico di tipo oligarchico.
Nel liberal-capitalismo infatti l'oligarchia si esprime attraverso il dominio sostanziale delle poche famiglie che detengono la maggioranza delle risorse economico-finanziarie della nazione ed utilizzano la partitocrazia quale loro strumento di controllo. Nel modello social-comunista l'oligarchia si esprime attraverso l'apparto dirigente del partito, una vera e propria casta che detiene il privilegio di decidere tutte le questioni importanti. In ambedue i modelli la popolazione viene esautorata di ogni potere reale, in ambedue i modelli si punta all'eliminazione delle aggregazioni professionali e sociali di cittadini che per secoli avevano garantito ai cittadini stessi la gestione di fette importanti del potere effettivo; in ambedue i modelli l'ideale di società è quello in cui l'individuo si trova solo ed impotente di fronte all'apparato statale, slegato da ogni vincolo solidale con i  propri vicini sul territorio. Ambedue i modelli, secondo quanto già lucidamente osservato dai distributisti inglesi nel corso del secolo scorso, puntano quindi inesorabilmente alla società servile, in cui il potere politico ed economico viene sempre più concentrato nelle mani di pochi e la maggioranza dei cittadini vengono progressivamente privati di tutti i poteri, a partire di quello che deriva dal possedere la proprietà privata ed i mezzi di produzione della propria attività lavorativa.

Gli ultimi 75 anni di vita politica italiana non sono quindi stati altro che il riflesso di quanto avveniva nel resto del mondo: una falsa e solo superficiale opposizione tra liberal-capitalismo e social-comunismo, nelle varie forme – piu o meno estreme od edulcorate -  in cui questi si sono presentati, esitata alla fine – e questa è storia recente – nella loro perversa alleanza: il grande Stato che si allea alla grande finanza. Mario Monti è forse l'incarnazione di questa fase esiziale del sistema politico italiano: presidente europeo della Commissione Trilaterale, associazione fondata nel 1973 dai Rockefeller, membro del Comitato Direttivo del Gruppo Bilderberg, “international advisor” per la banca internazionale Goldman Sachs e della Coca Cola Company, senza mai essere eletto, diventa improvvisamente presidente del Consiglio nel 2011 e vara un programma di lacrime e sangue,  che riesce a realizzare grazie all'utilizzo della macchina statale.
Ancora: se andiamo a vedere i programmi di tutti quei partiti e movimenti che riescono ad avere finanziamenti tali da poter arrivare all'attenzione dell'opinione pubblica, possiamo notare che nessuno di questi ha proposto o propone una reale alternativa al sistema dei partiti.
La I Republica ha infatti rappresentato il dominio pressochè assoluto dei partiti sulla società civile, il periodo berlusconiano l'irrompere sulla scena di un protagonista assoluto, un principe macchiavellico supportato prevalentemente dalle proprie possibilità economiche; Prodi ed il renzismo tentativi più o meno espliciti di alleanza tra la grande finanza e l'apparato statale; il grillismo una deriva demagogica che vorrebbe porre la rete – strumento facilmente controllabile dal guru di turno – quale totem dominante a cui sacrificare qualsiasi altro valore, in vista di una società nuova e millenarista, secondo i dettami delle centrali finanziarie internazionali (globalizzazione, multiculturalismo, relativismo), con il reddito di cittadinanza quale elemosina da consegnare ai cittadini-schiavi per la loro mera sopravvivenza.
Di fronte a questi tetri scenari, il Movimento Distributista Italiano fa una proposta molto semplice e lineare: il ritorno al senso comune ed alla ragionevolezza.
La concretizzazione politica del senso comune e della ragionevolezza oggi significa quattro cose principali:
1) Rimettere l’autosostentamento della famiglia al centro di ogni azione politico-economica
2) Ritornare all’unione di capitale e lavoro, nelle stesse persone, per operare la massima possibile diffusione della proprietà produttiva e quindi produrre la vera stabilità e prosperità economica
3) Ripudiare la partitocrazia, e ridare potere alle organizzazioni dei lavoratori-proprietari, divisi per comparto lavorativo
4) Ripudiare il denaro-debito bancario e creare una moneta che nasca di proprietà dei cittadini e dello Stato.

Sono queste le direttive da seguire, in ogni contesto politico-istituzionale – comune, regione, Stato – per incominciare a rimettere a posto le cose, lasciando da parte ogni cesarismo o personalismo.
Sono queste le direttive da seguire, contro ogni demagogia da “partito degli onesti”, che lascia poi inalterate o rafforzate le strutture di potere dell’usura bancaria (denaro-debito, burocrazia statale e partitocrazia), principali ostacoli alla realizzazione di quel minimo di equità e giustizia sociale che è indispensabile alla vita di ogni società che possa dirsi veramente civile.
Sono queste le direttive da seguire, per ovviare allo scoramento, alla disillusione ed alla rassegnazione che ormai ha pervaso il cuori di molti italiani veramente onesti.

Con queste direttive in mente, ci rivolgiamo quindi a tutte le persone di buona volontà, al di là ed oltre ogni schieramento ideologico o confessionale: che sia la forza dei nostri contenuti a sconfiggere l’arroganza delle oligarchie finanziarie e partitocratiche, per un sano ritorno al reale.

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LA FRAMMENTAZIONE DEL FRONTE SOVRANISTA E LA PROPOSTA DISTRIBUTISTA



Di fronte alla crisi, strutturale e sistemica, del modello economico-sociale-politico e monetario in cui viviamo, modello che correttamente si può definire liberal-capitalista, è sorta una sana reazione dal basso, che, come tutti i fenomeni spontanei, ha la caratteristica di essere inizialmente confusa e poco organizzata. Si tratta di un numero elevatissimo di piccole associazioni di liberi cittadini, radicate sul territorio, che si occupano dei settori più vari e diversi del vivere civile: si va dalla moneta, all’agricoltura, al commercio, alla piccola produzione locale, alla salute, alla cultura, per finire con l’educazione dei figli, i problemi della terza  età e degli invalidi. Questa vasta galassia di piccole associazioni hanno tutte un carattere in comune: il tentativo di riappropriazione da parte della gente di spazi sovranità. Per questo il sistema li ha raggruppati con il termine di “sovranismo”.
Il sovranismo rappresenta quindi un a reazione tendenzialmente caotica e poco organizzata, al suo opposto, cioè  alla privazione di sovranità popolare operata dal modello imperante, appunto il liberal-capitalismo.
Il fronte sovranista appare quindi oggi come un fronte frammentato, ed effettivamente lo è.
Il sovranismo potrebbe essere infatti definito come il fascismo del XXI secolo. Il fascismo fu un fenomeno storico che, di fronte al precedente fallimento sistemico del liberal-capitalismo, quello avvenuto nei primi decenni del secolo scorso, mise insieme apporti culturali tra loro diversi ed eterogenei (socialismo e capitalismo, nazionalismo ed attenzione ai territori, cattolicesimo e naturalismo massonico), appunto in un “fascio” nuovo ed originale, creando un unicum storico ed una visione apparentemente forte e compatta in grado di opporsi al liberal-capitalismo. La sconfitta sui campi di battaglia e la sua intrinseca ambiguità e fragilità contenutista ne decretarono la scomparsa dalla storia.
Il sovranismo di oggi a mio parere non sta facendo altro che ripetere gli errori commessi dal fascismo nel XX sec.. Nel sovranismo infatti convergono le ideologie separatiste e federaliste leghiste, lo statalismo di ritorno del keynesismo, la dittatura del proletariato delle sinistre radicali, lo stato etico delle destre radicali, il naturalismo filosofico relativista della massoneria, il primato della società civile sull’apparato statale proposto dal mondo cattolico.

E’ chiaro che un fronte del genere non potrà mai trovare una sintesi coerente e coesa, in grado di proporsi come modello chiaro e compatto al prevalente liberal-capitalismo.

L’esempio più eclatante è quello della moneta: sono ormai numerosissimi i gruppi – piccoli, medi o grandi – che hanno acquisito la consapevolezza che il sistema monetario attuale, basato sulla frode del denaro-debito, è pernicioso e deleterio per il corpo sociale.
 Tutti questi gruppi però non riescono a ritrovarsi intorno ad una visione dell’economia, della socialità e della politica sufficientemente univoca da rendere poi le differenze tecniche sulla soluzione monetaria da attuare di secondaria importanza.

Che fare dunque?
Due sono le strade da seguire: una è quella di assumere un atteggiamento relativistico ed hegeliano – il famoso processo di tesi, sintesi, antitesi – e di lavorare per una sintesi di tipo “fascista” di tutte le componenti culturali che oggi si trovano nel sovranismo, con il rischio di costruire però un fronte intrinsecamente debole e fragile dal punto di vista dei contenuti ed incapace, come accadde al fascismo storico, di reggere l’urto del liberal-capitalismo. Non dimentichiamoci inoltre che socialismo, mondo cattolico e naturalismo massonico al momento opportuno si distanziarono dal fascismo, decretandone la fine e riconsegnandoci alla falsa bipolarità capitalismo-socialcomunismo.
L’altra soluzione è invece quella di proporre una visone sufficientemente ampia che accolga gli spunti positivi degli altri orientamenti, integrandoli e superandoli in una sintesi superiore.
Questa è la strada che intende percorrere il distributismo.
Il distributismo non nega la necessità di un decentramento del potere proposto dal leghismo ma lo porta a compimento proponendo la redistribuzione del potere reale tra la gente per comparto lavorativo (principio corporativo). Il distributismo non nega le esigenze di tutela dei più deboli e dei più poveri proposti dal social-comunismo ma porta a compimento questa posizione puntando alla redistribuzione di proprietà e poteri reali attraverso l’unione di capitale e lavoro e la costituzione di associazioni territoriali per comparto lavorativo (prinicipio corporativo). Il distributismo non nega le esigenze di dare alla libera iniziativa ed al mercato il massimo sviluppo possibile ma ritiene che tale sviluppo, per essere vero, debba basarsi su insieme di regole economiche e di comportamenti stabiliti dagli stessi attori della vita economica, riuniti in associazioni di categoria secondo un principio di partecipazione democratica e di rispetto delle competenze. Il distributismo non nega la necessità della presenza di uno Stato che debba fare rispettare il bene comune, ma ritiene che tale Stato non possa pretendere di plasmare a sua immagine e somiglianza la società bensì debba rispettarne le caratteristiche naturali e portarle al loro massimo compimento. Il distributismo infine, e qui si impone la presa di coscienza della sua totale incompatibilità con il naturalismo relativista massonico, non ritiene che la società possa conformarsi nel modo più vario e fantasioso,  inseguendo le ondivaghe fluttuazioni delle masse, facilmente condizionabili dai mass-media saldamente detenuti nella mani di pochi. Il distributismo ritiene invece che la politica debba essere guidata dalla retta ragione ed dal senso comune, che nel corso dei secoli ci hanno condotto alla scoperta di alcuni principi di giustizia, equità ed equilibrio che non possono essere più negoziabili, a patto di pervertire il naturale ordine sociale ed economico, producendo i tanti mali che oggi possiamo osservare.
Secondo il distributismo tali principi sono fondamentalmente quattro:
-       la centralità, anche e soprattutto economico-sociale, della famiglia basata sul matrimonio e sulla  procreazione responsabile.
-       la necessità di unire capitale e lavoro, mettendo chi lo voglia nelle condizioni di diventare proprietario dei mezzi di produzione e favorendo la massima possibile diffusione della proprietà produttiva
-       la necessità di dare alla gente il massimo potere possibile, attraverso la creazione di aggregazioni per comparto socio-lavorativo e funzione sociale svolta (principio corporativo)
-       la necessità di ridare alla moneta la sua funzione primigenia di strumento al servizio degli scambi  e dell’economia reale, ridando ai cittadini ed alle istituzioni pubbliche la proprietà del denaro al momento dell’emissione e sottraendolo al sistema bancario.


La visione distributista in questo senso sposa appieno quelli che sono i principi della Dottrina Sociale della Chiesa, pur non proponendosi come una mera proposta confessionale ma rivolgendosi sempre e comunque a tutti gli uomini di buona volontà.

Historia magistra vitae: non è creando ibridi o temporanei compromessi tra correnti di pensiero eterogenee e contradditorie che si può sperare di uscire dalla terribile situazione in cui ci troviamo ma aprendoci con animo schietto e trasparente alle verità del senso comune e della ragionevolezza insite nel cuore di ogni uomo. Questa è in sintesi la proposta del distributismo per costruire un fronte forte, saldo e compatto che superi definitivamente il liberal-capitalismo ed il social-comunismo e ristabilisca quel minimo di ordine, prosperità e giustizia che rende la vita umana degna di essere vissuta.

lunedì 26 giugno 2017

DISTRIBUTISMO: E' GIUNTA L'ORA DI SCENDERE IN CAMPO


Le recenti amministrative ci mostrano quanto sia desolante il quadro politico italiano.
Il PD della grande alleanza tra statalismo e banche, in evidente crisi d’identità, viene bocciato dagli elettori.
Il centro-destra, che mi risulta sia stato al potere con ben 4 governi, l’ultimo il famoso Berlusconi IV che ha poco dignitosamente abdicato in favore del governo Monti il 16 novembre 2011, sembra essere stato resuscitato dalle catacombe durante il recente turno amministrativo ma è indubitabile che abbia già avuto parecchie occasioni per dimostrare la validità della propria proposta, fallendo ogni volta miseramente nei fatti. Credere ancora nello stesso centro-destra vorrebbe dire condannarci ad una sterile coazione a ripetere.
C’è poi il nuovo che avanza, i 5 Stelle. Si tratta di un movimento fondato da un comico, piuttosto frustrato dall’essere stato estromesso dalla TV di Stato, e da un grande amico della finanza internazionale, tale Giancarlo Casaleggio, che, passando recentemente a miglior vita, ha dato in eredità la sua creazione al figlio. Casaleggio era una sorta di guru new-age, che vagheggiava che l’umanità fosse alle soglie di una nuova era, nella quale il supremo strumento di redenzione sarebbe stata la Rete, proprio l’opposto di quanto il senso comune indicherebbe: se mai dovrebbe essere l’umanità a redimere la Rete e non viceversa.
I 5 Stelle stanno inoltre dimostrando nei fatti di essere quello che ciascuno avrebbe potuto prevedere da queste premesse: un movimento centralistico, privo di una vera e propria democrazia interna e soprattutto di una visione coesa e ragionevole in grado di risolvere davvero i gravi problemi che ci affliggono. Alla fine ha mostrato il suo vero volto, allineandosi con i dettami del mondialismo internazionale finanziario e non (non parlano più di uscita dall’euro, di rinegoziazione dei trattati europei, di riforma seria del sistema monetario, di alternative praticabili al sistema dei partiti, di tutela dell’identità culturale dei territori).
Sullo sfondo emerge poi il partito dei sindaci, capitalizzando sul successo di singole individualità che, sganciandosi dal moloch “partitI” e dalle loro ideologie alla deriva, sono risusciti effettivamente a migliorare un po’ le cose nelle loro città. Tuttavia, senza una visione generale condivisa e condivisibile su cui basarsi, questi tentativi sono piuttosto destinati a fare da specchi per le allodole per il tentativo di riciclaggio dei vecchi matusa di periferia della politica nostrana, che subodorano il crollo del carrozzone su cui si trovano e cercano disperatamente alloggio su carri più vincenti.
Di fronte a questa tetra situazione, il distributismo propone una cosa molto semplice: il ritorno al senso comune.
Centro-sinistra e centro-destra hanno fallito non perché i suoi esponenti siano tutti brutti, sporchi e cattivi, o perché siano tutti moralmente corrotti – potremmo parlare in questo caso di una qualificata maggioranza relativa - ma semplicemente perché i contenuti che hanno tentato di realizzare non sono stati in grado di intercettare il reale.
Entrambi infatti hanno lasciato del tutto invariati i mali strutturali che continuano a produrre malessere economico-sociale. Questi mali secondo il distributismo sono:
-        Una politica economica che ha perso di vista la centralità della famiglia e si è supinamente piegata al diktat capitalistico-statalista secondo cui il fine ultimo dell’economia non è appunto il benessere della famiglia ma la massimizzazione dei profitti all’interno di un generale “laissez faire”.
-        Una politica economica che ancora una volta si è piegata al diktat capitalistico-statalista secondo cui è buono e giusto che capitale e lavoro siano separati. Non importa se il capitale sia nelle mani di pochi capitalisti privati o dell’apparato burocratico dello Stato, l’importante è che non sia nelle mani dei lavoratori, che la proprietà produttiva non sia diffusa: questo sembra essere il dogma che unisce la destra e la sinistra di oggi.
-        Il sostegno pervicace all’assioma secondo cui il sistema dei partiti è il migliore dei sistemi di rappresentanza esistenti per affermare la democrazia, la continua ed inesorabile a sottrazione di poteri reali ai cittadini, negando ogni spazio significativo di azione ai tanti corpi intermedi che nascono spontaneamente sul territorio.
-        L’accettazione passiva del sistema monetario del denaro-debito, che sta letteralmente consumando di debito il corpo sociale ed soffocando le sane risorse e le iniziative economico-imprenditoriali dei territori, attraverso i mali del tutto artificiali delle tasse esose, del debito pubblico e del debito privato.   

Di fronte a questo stato di fatto, il distributismo non pretende di avere soluzioni miracolistiche e millenaristiche, tantomeno di poter realizzare il paradiso in terra, pretende solamente di applicare seriamente il senso comune ed incominciare fin da ora a cambiare marcia, attraverso l’attuazione, ai vari livelli istituzionali, di quattro direttive principali:
-        Rimettere al centro dell’economia la famiglia, basata sull’unione matrimoniale tra un uomo ed una donna aperti alla procreazione responsabile. Una sana economia non si misura solo dai numeri del PIL ma soprattutto dal grado di benessere, autonomia e capacità di autosostentamento della famiglia. Tutte le leggi e normative economiche dovranno pertanto perseguire tale obiettivo.
-        Puntare all’unione di capitale e lavoro, creando le condizioni per cui tutti coloro che lo vogliano e ne abbiano le capacità diventino proprietari dei mezzi di produzione. In questo modo si potrà diffondere al massimo la proprietà produttiva e si creeranno i presupposti per un equilibrio ed una vera prosperità economico-sociale
-        Puntare alla riacquisizione di potere reale da parte dei cittadini, aggregandoli sui territori non in base alla classe od all’ideologia di appartenenza ma in base alla funzione sociale svolta (principio corporativo). Per esempio, per quanto riguarda la salute mentale, si potrà creare una Gilda della Salute Mentale che comprenderà tutti gli operatori ed i cittadini a vario titolo coinvolti in questo settore. Tali aggregazioni, funzionanti secondo un principio interno democratico, dovranno essere dotate del potere di discutere ed decidere le questioni economico-sociali più importanti legate al proprio proprio ambito.
-        Liberare il denaro dal debito, ridando alle istituzioni pubbliche – Stato, regione, comune – e direttamente ai cittadini la proprietà della moneta al momento dell’emissione, in modo da mettere definitivamente fine alle piaghe del debito pubblico e privato ed alle tasse esose e restituire la moneta alla sua funziona primigenia di strumento volto all’incremento degli scambi e quindi al massimo sviluppo delle potenzialità produttive del territorio.
In sintesi quindi sono queste le quattro colonne portanti del distribustismo: famiglia, unione tra capitale e lavoro, il principio corporativo contro la partitocrazia ed un denaro libero da debito.
Riteniamo quindi che oggi più che mai sia giunta l’ora, per tutti coloro che credono convintamente nei principi distributisti, di uscire dal proprio guscio e scendere in campo, partecipando alla discussione politica e cercando di incanalare il consenso degli italiani. Non è più il momento delle discussioni da salotto, è il momento di confrontarsi con la realtà e cercare di incidere profondamente e positivamente su di essa.
Per questo è stato creato, da un gruppo di liberi cittadini, il Movimento Distributista Italiano (distributismomovimento.blogspot.com).
Il nostro è uno sforzo immane, una battaglia dove le nostre forze appaiono al momento minoritarie, ma siamo convinti che il senso comune, radicato nel cuore di ogni uomo, una volta stimolato, possa produrre frutti insperati; in altre parole, siamo convinti che esista ancora quella famosa maggioranza silenziosa, stufa di essere trascinata qui e là da una minoranza molto attiva ma poco aderente al reale, e che tale maggioranza silenziosa sia pronta invece a dare il proprio consenso a proposte basate sulla retta ragione.
Chiediamo pertanto a soci, amici e simpatizzanti di sostenerci in maniera concreta. Le forme per farlo sono tante: chi vuole si può iscrivere al Movimento Distributista Italiano (costa solo 20 euro all’anno, 1,6 euro al mese!), fare una donazione o creare un gruppo MODIT (bastano solo tre persone) sul proprio territorio.
La battaglia è appena iniziata e il suo esito dipende solo dalla nostra tenacia e perseveranza!
Non sappiamo se vinceremo ma certamente che continueremo a dare la nostra testimonianza di verità.

Per ulteriori informazioni:
distributismomovimento.blogspot.com

lunedì 19 giugno 2017

PARTITO DEI SINDACI E LISTE CIVICHE: OCCASIONE O COAZIONE A RIPETERE? IL PUNTO DI VISTA DEL MOVIMENTO DISTRIBUTISTA ITALIANO


Proprio ieri, su un articolo in prima pagina del giornale La Sicilia, Leoluca Orlando, neo-eletto sindaco di Palermo con una maggioranza di sinistra-centro de 46,6%, ha rilanciato in maniera esplicita il “Partito dei Sindaci” come soluzione ai mali della Sicilia e dell'Italia.
Orlando parla apertamente di crisi dell'istituzione “partito”. I partiti, dice Orlando, sono lontani dalla gente, dagli interessi concreti del territorio. In alternativa a tale modello, Orlando propone quindi un modello “civico”, che riecheggia da vicino l'idea dell'”economia civile” proposta dal professore Stefano Zamagni, ex presidente della Facoltà di Economia dell'Università di Bologna, nominato nel 2007 dal governo Prodi presidente dell'Agenzia per le Onlus e nel 2013 da papa Francesco membro ordinario della Pontifica Accademia delle Scienza.
Sulla stessa scia, molti personaggi politici che hanno fatto parte dell'apparato dei partiti sia di centro-sinistra sia di centro-destra stanno abbandonando il loro ovile originario per riciclarsi con liste civiche dai nomi fantasiosi ma sempre attinenti ad alti valori etici, ripresentandosi così con abiti diversi agli stessi cittadini.
Tutto ciò inoltre avviene nel bel mezzo della crisi di quelle ampie e coerenti visioni che sono state in grado di trascinare dietro di sé milioni di persone nel corso del secolo scorso: il capitalismo, il social-comunismo. Una crisi causata essenzialmente dal fallimento pratico di tali visioni, cioè dalla loro sostanziale incapacità di incontrare il reale e migliorarlo.
Il ritorno al civismo comunale quindi può essere interpretato in due modi principali:
di fronte alla caduta di ogni paradigma ideologico generale ci si rifugia nel concreto e nel “particulare”, perdendo di vista una visione generale dell'economia e del bene comune nelle sue dimensioni macro-sistemiche. Una sorta di empirismo a dimensione locale, che neghi la possibilità di cogliere gli universali che dovrebbero dettare i principi di ogni retto e prospero ordine economico-sociale. Lo slogan di questa posizione potrebbe essere: “non vogliamo cambiare il mondo, vogliamo cambiare il nostro comune”.
L'altro modo di interpretare il ritorno al civismo comunale consiste invece nell'affrontare senza complessi di inferiorità le grandi questioni ed asserire senza se e senza ma il fallimento radicale delle narrazioni capitalista e social-comunista, nelle loro varie declinazioni, proponendone invece un'altra, in grado di intercettare il reale e consentire il massimo sviluppo possibile delle risorse umane concrete delle persone. Questa è la strada che ha intrapreso il distributismo.
Se il ritorno al civismo comunale rappresenta una battaglia minimalistica di retroguardia, priva di una chiara visione dei principi fondanti che devono caratterizzare i vari aspetti della vita civile, questa battaglia è persa in partenza, di fronte allo schieramento di forze finanziarie messe in campo dal sistema statalista-capitalista attuale, in grado di controllare e gestire a piacimento i mass-media.
Il distributismo a questo riguardo non ha dubbi. Il confronto con capitalismo e social-comunismo va affrontato in campo aperto. Va detto in maniera esplicita che prima viene la società naturale, così come si costituisce sui vari territori, e poi lo Stato, che di questa società deve essere espressione naturale e non strumento di controllo e di artificiale plasmazione. Va quindi detto in maniera esplicita che la famiglia naturale basata sull'unione di un uomo ed una donna aperti alla procreazione responsabile è la prima “societas” che deve essere lasciata libera di esprimere tutte le sue potenzialità, che questa libertà oggi è gravemente minacciata ed inibita e va invece supportata in con una legislazione adeguata. Va detto in maniera esplicita che il sistema dei partiti non ha rappresentato fino ad ora altro che un meccanismo di progressiva espropriazione di potere nei riguardi dei cittadini e dei corpi sociali intermedi e di accumulazione di proprietà e potere nelle mani di un numero ristretto di persone, siano esse i grandi capitalisti od i burocrati di Stato, e che devono essere al più presto attivate forme di partecipazione e rappresentanza democratica più efficaci e concrete, basate sull'appartenenza e la condivisione di una stessa funzione socio-lavorativa piuttosto che sulla comune adesione ad una ideologia (principio corporativo). Va detto in maniera esplicita che finchè viene accettato il dogma condiviso da capitalismo e social-comunismo, secondo cui è buono e giusto che capitale e lavoro e lavoro siano separati, ogni possibilità di uno sviluppo equo e prospero dell'economia e della realtà sociale sarà impossibile: vanno perciò emanate leggi ad ogni livello istituzionale che mettano chi lo desidera nelle condizioni di diventare proprietario dei mezzi di produzione. Infine, va detto in maniera esplicita che ogni tentativo riformista di migliorare le cose sarà destinato inesorabilmente a fallire se la cittadinanza non assume la piena consapevolezza che lo strumento monetario che oggi utilizziamo costituisce un mezzo di asservimento debitorio, gestito in regime di totale monopolio dal sistema bancario privato. Vanno pertanto intraprese fin da subito tutte quelle iniziative legislative e sociali, a vario livello, in grado di porre un rimedio a questo grave problema.
Su queste basi riteniamo che un ritorno ad un sano civismo comunale possa rappresentare il punto di partenza per un cambiamento sostanziale del modo di intendere la vita economico-finanziaria e sociale e contribuire significativamente al bene comune generale e non “particulare”.
A nulla vale quindi presentare liste civiche animate da lodevoli intenti se è i programmi di tali liste non mettono nero su bianco questi punti fondamentali, in modo che il vincolo che leghi tutti coloro che vi aderiscono non sia la fiducia cieca nel salvatore di turno ma la consapevolezza di un programma chiaro da attuare, indipendentemente dalle persone concrete che se ne fanno interpreti.

giovedì 25 maggio 2017

DISTRIBUTISMO, L'ALTERNATIVA AL SISTEMA PARTITOCRATICO ED A CAPITALISMO E SOCIAL-COMUNISMO




Ci si è ormai quasi assuefatti alle notizie di cronaca giornalistica che ci riportano i reati di corruzione o concussione dei nostri “onorevoli” rappresentanti politici, a tutti i livelli, da quello comunale per finire a quello nazionale ed europeo.
Un’assuefazione molto pericolosa perché ci può spingere a considerare quasi normale una situazione di degrado che non lo è affatto.
Ancora più pericolo pensare che l’unica vera causa di tale degenerazione sia di natura morale.
Il sistema di rappresentanza partitico di per sé è il migliore che esista – si dice – il problema è la mancanza di una dirittura morale degli uomini ai vertici!
Falso! E totalmente illogico!
Come è possibile infatti sostenere che un’organizzazione politica che prevede la privazione pressochè totale del potere reale dei cittadini di decidere le questioni essenziali della loro vita socio- lavorativa, per concentrare tale potere nelle mani di un’elitè ristretta – i parlamentari – sia il migliore strumento possibile di rappresentanza? Poiché questi parlamentari vivono in un loro mondo – il mondo della burocrazia e dell’amministrazione statale – separato e distante dal mondo in cui vive l’uomo della strada, cosa dovrebbe trattenere tali rappresentanti dall’utilizzare la loro posizione per trarre vantaggi personali e per appoggiare quanti sono in grado di sostenerli con il potere dei soldi? E’ chiaro che l’occasione fa l’uomo ladro, e corrotto aggiungerei io, e questo sistema – il sistema partitocratico – sembra fatto apposta per indurre il singolo in tentazione.
Né si può sostenere che l’istituzione partito possa di per sé costituire una garanzia di trasparenza ed onestà.
Il partito per definizione rappresenta un corpo estraneo e divisorio rispetto alla totalità della società civile, il raggruppamento di un minoranza settoriale della comunità che condivide una specifica visione del mondo in contrapposizione ad altri cittadini. Il partito va bene quindi come entità culturale ma nel momento in cui fagocita ogni spazio del vivere civile e diviene un contenitore finalizzato alla spartizione del potere, assecondando quella che è la sua natura costitutiva, condanna la società civile stessa, fatta di famiglie e corpi intermedi concreti, ad un ruolo forzatamente secondario. Il partito inoltre, dipendendo per il suo sostentamento da un aiuto di tipo finanziario – di per sé infatti non produce nulla – è quanto mai condizionabile nelle sue scelte di fondo dagli umori e dalle convenienze dei suoi finanziatori. La compulsione frenetica da parte dei moderni demogoghi ad eliminare ogni forma di sussidio pubblico non fa altro che peggiorare tale situazione.  Questo spiega perché per esempio negli Stati Uniti i programmi dei partiti repubblicano e dei democratico, finanziati in egual misura dalle grandi banche internazionali – sembrano quasi sovrapponibili per quanto riguarda la visione di fondo delle questioni sostanziali attinenti l’economia e la finanza.
I partiti quindi, come sostenevano i distributisti Chesterton e Belloc agli inizi del secolo scorso, non sono altro che uno strumento di potere nelle mani della grande finanza e delle multinazionali per controllare e dirigere da dietro le quinte l’attività legislativa.
Il problema non è dunque morale ma strutturale! E il sistema dei partiti che non funziona! Ce lo dimostra il fatto che negli ultimi 70 anni, malgrado il succedersi vorticoso di formazioni politiche sempre nuove, la sostanza non è mai cambiata ed anzi la perdita progressiva di potere reale da parte del popolo à stata proporzionale all’aumento degli inciuci tra politica e finanza.
Se andiamo più indietro nel tempo poi, dal 1861 agli anni ’30, la situazione appare ancora peggiore: si constata infatti una serie infinita e continua di scandali e collusioni perverse tra politica e finanza, In Italia e nel mondo, di cui ormai si è persa o si è voluto far perdere la memoria, come se la storia non fosse un continuum ma un eterno e depressivo presente.
Paradossalmente quindi si può sostenere che quei pochi politici onesti ed in buona fede che oggi esistono – immersi come sono in un sistema strutturalmente perverso – sono dotati necessariamente di una tempra morale superiore alla media, che gli consente di non soccombere immediatamente di fronte allo sfacelo di cui sono testimoni.  Vengono percepiti -  e probabilmente si percepiscono – come pesci fuor d’acqua, degli illusi idealisti. Inevitabilmente la maggior parte di loro finisce comunque col cedere, cioè o col conformarsi al generale clima di corruttela o col distanziarsi dalla politica disgustati.

Che fare quindi? Esiste un’alterativa alla partitocrazia, che non sia la dittatura del partito unico o il ritorno ad improbabili monarchie?
Certo, un’alternativa esiste, un’alternativa fattiva e praticabile che, utilizzando un po’ di buon senso, tutti potrebbero arrivare a cogliere.
Si tratta semplicemente di ridare potere alla società civile, articolata nei vari comparti socio-lavorativi che costituiscono la vita pulsante delle nostre comunità.
Il Movimento Distributista Italiano non ha dubbi a questo riguardo.
Per prima cosa bisogna restituire al denaro la sua funzione primigenia di strumento al servizio della prosperità della società, in modo che ritorni ad essere mezzo per facilitare gli scambi di beni e servizi e non veicolo di arricchimento indebito di un settore parassita della popolazione – il sistema bancario. Concretamente ciò vuol dire due cose molto semplici: ridare ai cittadini ed alle istituzioni pubbliche la proprietà della moneta al momento dell’emissione ed eliminare l’usura, cioè qualsiasi interesse sul prestito di denaro.
Parallelamente è necessario incominciare a lavorare per restituire in forma più organica poteri reali ai cittadini e questo può essere fatto in un solo modo: aggregando le persone sui territori per comparto e funzione lavorativa, indipendentemente dalla loro appartenenza ideologica, partitica, religiosa, e creare forti contenitori, con alto tasso di democrazia interna, che siano in grado di discutere e decidere le principali questioni socio-lavorative ed economiche che riguardano la vita quotidiana delle persone, senza mai uscire ovviamente dalla cornice più ampia del bene comune.
Si tratta delle Gilde Distributiste, l’unica forma rappresentativa realmente democratica in grado di dare voce alle sacrosante esigenze della gente. Le gilde non sono sindacati, perché non si occupano solo di rivendicare diritti settoriali di parte del mondo lavorativo ma di affrontare e gestire tutte le questioni davvero importanti – dalla formazione alla pensione ed alla tutela previdenziale.  Le gilde si fanno promotrici di una visione organica ed umana del lavoro, raccogliendo al proprio interno apprendisti e professionisti già affermati, giovani e vecchi, dipendenti e proprietari, appartenenti a tutte le classi sociali ed a tutti ruoli lavorativi. Le gilde non si limitano a rivendicare ma propongono costruttivamente anche soluzioni e sono in grado di trovare al proprio interno le risorse per far fronte ai principali problemi socio-economici-organizzativi, senza dover ricorre necessariamente ad interventi assistenziali statali. Per esempio, la Gilda della Salute Mentale potrebbe comprendere al suo interno tutti gli operatori ed i soggetti coinvolti nella cura e prevenzione del benessere psichico (psichiatri, psicologici, tecnici della riabilitazione, assistenti sociali, infermieri, rappresentanti di utenti e familiari e di istituzioni pubbliche e private a vario grado implicate con la salute mentale stessa) ed occuparsi a 360 gradi di tutti i problemi concernenti questo settore, a partire dalla formazione degli operatori, alla stesura di un codice deontologico-comportamentale, dalla determinazione degli stipendi minimi e massimi, del sistema previdenziale e pensionistico, fino all’organizzazione e la gestione dei servizi rivolti al pubblico.
Le gilde distributiste favoriranno al loro interno la massima diffusione della proprietà privata, in modo da mettere chiunque lo voglia nella condizione di poter diventare proprietario o con-proprietario dei mezzi di produzione, diffondendo quindi equità, prosperità e stabilità economico-sociale.
I vari rappresentanti delle gilde potranno poi riunirsi in un consiglio cittadino, in grado di comporre le singoli proposte in un visione comune, e dialogare poi, da una posizione di forza e non subordinata, con i rappresentanti delle istituzioni pubbliche.
Quale spazio avrebbe il rappresentante di una gilda o corporazione per prendere decisioni, firmare proposte, sostenere atti che vadano contro quanto democraticamente deciso in seno alla corporazione stessa? Praticamente nessuno, perché ogni sua azione pubblica cadrebbe sotto l’occhio attento e vigile dei membri della gilda stessa ed a questi – e solo a questi - dovrebbe poi renderne conto.
I partiti potrebbero anche rimanere ed i loro rappresentanti essere eletti in un parlamento, ma il potere dello Stato e del governo sarebbe limitato a coordinare le attività delle gilde, a correggere tutte quelle tendenze delle gilde che fuoriuscissero dai binari del bene comune, a garantire la solidarietà e l’aiuto ai più deboli,  a fare rispettare le leggi e l’ordine pubblico, ad intervenire là dove la società civile non fosse in grado di operare in maniera costruttiva. Il potere reale, nella maggior parte dei casi, rimarrebbe nelle mani dei cittadini attraverso le gilde stesse. Lo Stato quindi, lungi dall’essere abolito, rimarrebbe, ma sarebbe più leggero. Contrariamente allo Stato capitalista, lo Stato distributista non si ritrarrebbe però per lasciare spazio ai capitalisti, ai detentori cioè di capitale, ma favorirebbe in tutti i modi l’unione tra capitale e lavoro e quindi la distribuzione della proprietà e del potere reale, per mettere i singoli nella condizione di sviluppare al massimo le proprie capacità, all’interno delle regole condivise elaborate dalle gilde.

Le gilde distributiste infatti fanno parte di un quadro più ampio, appunto lo Stato distributista, che in estrema sintesi nel suo complesso propone quattro punti principali:
-          la centralità anche economica della famiglia, basata sull’unione di un uomo e di una donna nel matrimonio ed aperti alla fecondità ed all’educazione della prole
-          la riunione tra capitale e lavoro
-          le gilde distributiste, quali strumento di redistribuzione dei poteri reali
-          la restituzione della proprietà del denaro al momento dell’emissione ai cittadini ed alle istituzioni pubbliche.

In questo senso, e senza alcuna ombra di dubbio, la proposta distributista rappresenta un’alternativa netta e senza se e senza ma, al sistema capitalista ed a quello social-comunista, che hanno dimostrato, sia dal punto di vista teoretico, sia dal punto di vista storico, il loro totale fallimento.
Il pensiero distributista inoltre, lunghi dall’essere un’utopia, è radicato su ciò che unisce tutti gli uomini di retta ragione e buona volontà: il senso comune.
Per questo esso non rappresenta altro che un modo virtuoso di entrare in contatto con il reale.

Per ulteriori informazioni: distributismomovimento.blogspot.com