martedì 17 ottobre 2017

PERCHÉ IL CAPITALISMO È INCOMPATIBILE CON IL CATTOLICESIMO: IL PUNTO DI VISTA DISTRIBUTISTA



 Dopo i pronunciamenti espliciti di Pio XII sul comunismo, in ben tre documenti ufficiali, il 1° luglio del 1949 (“Decreto Generale”), l’11 agosto 1949 (“Dichiarazione sui matrimoni”) ed il 28 luglio del 1950 (“Monito sull’educazione della gioventù”) nell’opinione pubblica è passato il messaggio che il comunismo come tale sia incompatibile con il cattolicesimo, cioè che la visione filosofica sottostante al comunismo – il materialismo dialettico – rappresenti un opposizione netta alla visione del mondo cattolica.
Altrettanto non è però successo con il capitalismo. Non esiste cioè ad oggi una dichiarazione esplicita del Magistero della Chiesa che prenda le distanze in maniere ferma e definitiva dal capitalismo. Ciò ha generato una serie di confusioni, una serie cioè di libere interpretazioni, basate su congetture di vario genere, per cui, nell’ambito cattolico, si è assistito allo svilupparsi di teorie che esaltano il capitalismo (per esempio, Michail Novak, “Lo spirito del capitalismo democratico ed il cristianesimo”) ed altre che lo criticano (per esempio, Amintore Fanfani, “Cattolicesimo, protestantesimo e capitalismo”).
La complessità della questione è dettata anche da una certa confusione semantica, per cui il termine stesso capitalismo viene spesso usato con connotazioni diverse e non univoche. Così, molto spesso si tende a confondere “libero mercato” con “capitalismo”, come se il capitalismo fosse sinonimo appunto di della condizione di massima libertà possibile degli scambi di beni e servizi all’interno della società, mentre in realtà è dimostrabile che è vero l’opposto.
Ogni discorso sul capitalismo pertanto rischia di essere inficiata da fraintendimenti contenutistici e concettuali, se non ci accorda una volta per tutte sull’essenza del capitalismo stesso.
In questo senso il contributo di G.K.Chesterton e di H.Belloc, intellettuali cattolici inglesi del XX sec., risulta quanto mai illuminante. Questi autori infatti hanno brillantemente delineato, secondo i principi di senso comune e ragionevolezza, il nucleo costitutivo del capitalismo: per capitalismo, propongono, va inteso quella visione sistemica dei processi produttivi e di scambio che pone come principi fondamentali, indispensabili ed auspicabili la separazione tra capitale e lavoro ed una crescita del capitale il più possibile “liberata” da fattori di morale sociale.
Si accompagnano poi a questi fattori essenziali altri correlati, importantissimi per creare le condizioni per cui questi due punti si possano realizzare:
- la necessità di limitare al massimo la regolazione dei mercati da parte dei vari attori presenti nel corpo sociale, per consentire la massimo libertà di azione al capitale, svincolato dal lavoro.
- la necessità di eliminare tutti quei corpi intermedi, rappresentativi degli interessi delle varie categorie produttive e sociali, che potrebbero ostacolare il processo di accumulo dei capitali
- la necessità di concentrare nelle mani di pochi il potere politico per garantire che vengano emessi quei provvedimenti legislativi che creino le condizioni per il massimo sviluppo della concentrazione di capitali.
Il lato perverso del capitalismo consiste inoltre nel fatto che tutto questo processo di concentrazione del potere nelle mani del capitale rispetto al lavoro, con la creazione di una minoranza sempre più ristretta di proprietari ed una massa sempre più grande di “dipendenti”, viene fatto passare, attraverso una massiccia operazione di condizionamento sociale ed ideologico, come l’inesorabile e virtuoso avanzamento della libertà, mentre nei fatti ne rappresenta l’effettiva negazione: come si può infatti definire “libera” la stragrande maggioranza della popolazione, che viene sistematicamente e progressivamente privata della possibilità di decidere direttamente le regole ed il funzionamento del proprio ambito lavorativo e che viene sempre più privata della proprietà dei mezzi di produzione, vero ed ultimo indicatore dell’autentica libertà economico-sociale?
Come si pone la Dottrina Sociale della Chiesa rispetto a questi assunti fondamentali del capitalismo?
La separazione tra capitale e lavoro, che è alla radice di ogni sperequazione sociale ed economica e che limita fortemente la libertà reale di tutti quei soggetti privati della proprietà dei mezzi di produzione, non può altro che essere considerata in maniera negativa dal pensiero sociale cattolico. Essa rappresenta un vero e proprio vulnus economico-sociale, da considerare un male tollerabile da eliminare e superare e non certo un sistema di sviluppo da additare a modello. Tale separazione tra capitale e lavoro ha ripercussioni negative di ampia portata soprattutto in ambito finanziario. Con una serie di passaggi legislativi transnazionali, gli esponenti del mondo capitalistico sono riusciti ad imporre su scala mondiale un tipo di denaro, il denaro-debito, che si configura come capitale in grado di auto-moltiplicarsi dal nulla. Contrariamente a quanto ingenuamente la genti oggi pensi infatti,, il denaro viene infatti al momento attuale prodotto “ex nihilo”, appunto dal nulla, come “fiat money”, con un’evidente grottesca allusione al testo biblico della genesi, dal sistema finanziario privato, che sta al vertice del sistema capitalista stesso. Ciò ha enormi ed inevitabili ripercussioni negative sul sistema economico-sociale, poco indagate dal sistema mass-mediatico e culturale foraggiati dal grande capitale, la più importante delle quali è costituita dall’enorme debito che affligge Stati, imprese e cittadini verso il sistema bancario stesso. Poiché il debitore si trova sempre in una condizione di inferiorità e sudditanza verso il creditore, è facile immaginare quali siano i gravi, massicci e pervasivi condizionamenti che il sistema bancario stesso è in grado di operare verso l’intero corpo sociale, a cominciare dalla politica. Si spiega così il fatto, da tutti osservabile, che le grandi banche commerciali e le principali banche centrali detengano oggi un potere reale superiore a quello dei legittimi governi eletti dal popolo. Quanto tutto ciò sia contrario ai basilari principale della Dottrina Sociale Cattolica è superfluo menzionarlo.
Ancora meno può essere accettabile, da un punto di vista cattolico, porre il massimo possibile accrescimento del capitale come principale e determinate agente della vita economica. Ciò rappresenta infatti null’altro che la strutturazione ideologica di uno dei principali vizi della vita morale e sociale, l’avarizia, incompatibile con ogni equo, naturale ed armonioso sviluppo della vita economico-sociale, come lo scenario attuale ci può ampiamente dimostrare.
Egualmente incompatibile con l’autentico pensiero sociale cattolico appare la supina accettazione della progressiva eliminazione del potere reale di tutti quei corpi intermedi che rappresentano l’espressione aggregativa naturale dei vari comparti lavorativi sui territori, il luogo privilegiato in cui il singolo può intrecciare rapporti sociali costruttivi con il proprio prossimo e partecipare alle decisioni importanti che riguardano il proprio ambito socio-lavorativo. Eliminare questi corpi sociali intermedi tra la famiglia e lo Stato, ha sempre insegnato la Dottrina Sociale della Chiesa, vuol dire bloccare la vera prosperità e libertà economico-sociale, vuol dire anteporre lo Stato alla società, inibendone le potenzialità e l’originalità creativa.
Da questo punto di vista è innegabile la coincidenza tra la visione capitalista e quella social-comunista, entrambe a favore di una sempre maggiore concentrazione dei poteri a livello centrale e dello smantelllamento progressivo dei vari corpi sociali-intermedi, per giungere a quel famoso Stato Servile indicato gia nel 1913 dal distributista Hilaire Belloc, in cui il singolo si trova solo e privato di ogni potere reale nei confronti della macchina statale. Di fronte al venire meno del riconoscimento di un ordine sociale naturale, informato dalle leggi eterne di Dio, rimane solo la società contrattualista di Rousseau e il Leviatano di Hobbes, vere e proprie macchine totalitarie che si basano solo sulla legge del contratto e quindi del più forte. Poiché nella società di oggi – e seconda la mentalità capitalista – la forza viene determinata dalla quantità di capitale o denaro posseduto, è facile dedurre chi finisca per essere il principale gestore delle principali istituzioni esistenti.
Ancor meno compatibile con una visone cattolica è il presupposto capitalista, privato di ogni fondamento logico, per cui la dimensione morale dovrebbe essere tenuta fuori dall’ambito sociale-economico, come se ogni azione umana non si dovesse confrontare con la libera scelta tra bene e male e le conseguenze che da essa derivano.
In conclusione: appare evidente, a chi sia disposto ad usare la retta ragione per intercettare il reale, che i presupposti teorici del capitalismo sono incompatibili con il pensiero sociale cattolico, così come è stato coerentemente elaborato nei secoli dal Magistero della Chiesa. Le implicazioni pratiche di questa considerazione sono enormi. Di fronte all’evidente fallimento strutturale del sistema liberal-capitalista, i laici cattolici hanno un compito importante e decisivo: rimanere fedeli al vero – cioè all’adeguamento tra intelletto e realtà - ed indicare all’umanità stordita e confusa la via da seguire per ristabilire un ordine sociale a misura d’uomo e secondo la volontà di Dio, senza scendere a compromessi con ideologie e teorie che hanno dimostrato nei fatti la loro inconsistenza e nocività.
In questo senso, il distributismo di Chesterton e Belloc, radicato sul senso comune, la ragionevolezza, e la Dottrina Sociale della Chiesa, rappresenta oggi un patrimonio di immenso valore in grado di indicare una visone alternativa, sostenibile e percorribile rispetto alle gravi distorsioni del social-capitalismo e del capitalismo.

sabato 16 settembre 2017

LA VERA QUESTIONE MORALE: LA SCELTA TRA USURA E LAVORO




Corruzione, concussione, favoritismi, nepotismi, auto-blu in eccesso, vitalizi folli, interessi privati in pubblico ufficio: la lista dei mali morali che affliggono la politica è pressochè infinita. La ritroviamo quotidianamente sulle pagine di cronaca dei giornali, l’ascoltiamo da amici, cognati, zii e cugini che hanno subito direttamente o sono stati testimoni di qualche angheria.
Da semplici cittadini rimaniamo indignati ed impotenti, oscillanti tra la rassegnazione e la rabbia.
Eppure la vera questione morale non è questa ma un’altra, ben più grave.
Da che uomo è uomo, l’individuo cresce e si sviluppa, passando dalla potenza all’atto: la singola persona non nasce giù fatto, si deve costruire vivendo con gli altri. Ognuno di noi ha talenti, capacità che chiedono di essere realizzati ma che hanno bisogno di determinate condizioni per farlo.
Così chi vuole diventare ingegnere, medico, avvocato o ricercatore, deve innanzitutto avere le qualità intellettuali, deve essere inserito in un contesto educativo-formativo-logistico-organizzativo e sociale-lavorativo adeguato. Chi vuole diventare contadino deve avere a disposizione mezzi e terreni, chi allevatore animali e fattorie, chi commerciante dei prodotti da vendere, chi industriale un numero sufficiente di manodopera e mezzi tecnologici e via di seguito.
Il benessere di una società dipende quindi essenzialmente da due fattori: una variabile indipendente ed una variabile dipendente.
La variabile indipendente è la tipologia e la quantità di risorse primarie naturali presenti sul territorio (clima, terreni, minerali, idrografia). La variabile dipendente è invece la capacità dei suoi abitanti di passare dalla potenza all’atto, di investire cioè al massimo le capacità ed i talenti dei singoli.
Mentre per la variabile indipendente c’è poco spazio operativo, per la variabile dipendente il tutto si gioca a livello di convenzioni ed accordi umani e la convenzione per eccellenza in questo settore è il denaro.
Il denaro è nato per essere lo strumento che consente all’essere umano di effettuare quello scambio di beni e servizi che rende possibile lo sviluppo massimo delle potenzialità del singolo.
Esempio concreto: in Italia c’è il problema drammatico del rischio idro-geologico. Centinaio di migliaia di abitazioni sono a rischio di essere travolte dagli effetti degli agenti atmosferici per cui è necessario intervenire al più preso con una vasta operazione di bonifica ambientale. Nello stesso tempo esiste una disoccupazione giovanile superiore al 25% ed una massa notevole di laureati, diplomati e semplici lavoratori disoccupati o sottooccupati e quindi messi nelle condizioni di non poter esprimere le loro capacità. In una situazione simile, del tutto folle per chiunque la considerasse da un punto di vista disincantato ed obiettivo, lo Stato e le autorità responsabili del bene comune  hanno il dovere, non il diritto, di mettere in mano a questa massa di senza lavoro dei pezzettini di carta chiamati banconote per risolvere una volta per tutte il problema del dissesto idrogeologico: altro che cervelli o muscoli in fuga!
Lo stesso discorso vale per tutti i servizi carenti con cui i cittadini devono quotidianamente confrontarsi: giustizia, sanità, scuola, università, edilizia pubblica, trasporti, viabilità.
Il fatto che ciò non avvenga, che si continui a vivere in una condizione di estrema precarietà rispetto a tutti questi beni e servizi è, per chi è cattolico, un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio, per chi è ateo l’estrema offesa alla dignità della persona umana.
Non si tratta infatti di un fatto ideologico o religioso-confessionale, non di tratta di destra o di sinistra, di progresso o di conservazione, si tratta di mera e semplice insulto alla ragione umana, di un offesa eclatante al buon senso ed alla ragionevolezza.
Non si può fare, diranno molti, perché ce lo impediscono le regole dell’economia. Falso! Duecento volte falso! Ciò che ci impedisce di dar corso ad una gestione costruttiva e positiva del denaro, cioè di mettere il denaro al servizio delle persone e dell’economia reale, è una cosa sola: il fatto che il denaro oggi nasca solo ed esclusivamente di proprietà del sistema bancario come debito di Stati, imprese e cittadini.
Questo meccanismo – che non si è creato da solo ma è il frutto dell’azione di uomini con nome e cognome –   sancisce il dominio assoluto dell’usura sul lavoro, cioè del reddito sterile che deriva dalla moltiplicazione del denaro rispetto al reddito che deriva dall’operosità e dall’ingegno umano.
Tutto ciò non è accettabile, primariamente dal punto di vista morale e secondariamente dal punto di vista economico e sociale.
Non è accettabile che un infermiere che offre il suo servizio alle persone malate abbia uno stipendio con cui non è in grado di mantenere se stesso, tanto meno la propria famiglia; non è accettabile che chi ha lavorato per 40 anni  si ritrovi con una pensione da fame; non è accettabile che venga stroncato sul nascere l’entusiasmo e la voglia di fare dei giovani non per mancanza di cose da fare ma per mancanza di uno strumento convenzionale chiamato denaro;  non è accettabile che la ricerca indipendente e libera delle nostre intelligenze migliori venga affossata dalla mancanza di pezzi di carta od input elettronici;  non è accettabile che le persone per queste stesse ragioni non mettano al mondo figli. Non è accettabile in sintesi che si asservisca la vita della maggior parte della popolazione ad una convenzione, nell’indifferenza colpevole e senza scuse dei politici di turno.
Questa è la vera questione morale. Una questione di importanza assoluta da cui dipende, senza ombra di dubbio, il futuro della nostra società: dobbiamo scegliere tra civiltà e barbarie, tra libertà e servitù, e quindi, in ultima analisi, tra usura e lavoro: tertium non datur.

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mercoledì 16 agosto 2017

LA VERA RIVOLTA MORALE: QUELLA DEL DISTRIBUTISMO CONTRO IL CAPITALISMO

La natura umana - ce ne rendiamo conto ogni giorno - è fatta in maniera tale che ripugna in maniera netta l'ingiustizia, la sopraffazione del più forte sul più debole, la prevaricazione del potente sul bisognoso. In sintesi, la natura umana, nella sua libertà, è essenzialmente morale: persegue le azioni buoni e rigetta quelle cattive.

Esistono invece due sistemi economici, il capitalismo ed il social-comunismo, che si fondano sulla pretesa contro-natura, e quindi assurda, di eliminare la dimensione morale della scelta dall'agire economico.
Il capitalismo, al pari del social-comunismo, nega infatti che ogni azione che l'uomo compie in ambito economico possa essere buona o cattiva per sè, per la propria famiglia, per gli altri cittadini, imponendo, paradossalmente, una propria morale, quella dell'utile. Così, nello stabilire il prezzo di beni e servizi o le caratteristiche di un contratto di lavoro, le persone che vi si impegnano, seguendo il capitalismo, non saranno più orientate all'individuazione di prezzi e contratti giusti ma ciascuno al raggiungimento del proprio massimo profitto. Grazie al liberalismo - presupposto fondamentale del capitalismo- , che appunto ci vuole liberare dall'ingombrante presenza della morale in economia, il parametro ultimo in base al quale verranno fissati prezzi e contratti sarà quello basato sulla forza e sull'anonimità del numero.  Non solo: la liberazione dalla morale ha portato al via libera di pratiche economiche, quali  per esempio il denaro-debito, che attraverso l'inganno sistematico operato dal sistema bancario nei confronti della popoIazione, ha sottomesso totalmente il lavoro alla finanza, i cittadini ai banchieri. Si tratta di una vera e propria usura, cioè della creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario ai danni del resto del corpo sociale . Il tutto, paradossalmente e diabolicamente - se è vero che il diavolo è il padre della menzogna - attraverso l'introduzione di una falsa morale, quella per cui il rispetto delle norme contrattuali diventa criterio morale assoluto, indipendentemente dal fatto che questi contratti siano stati stilati in assenza e quindi in opposizione ad ogni basilare principio di morale sociale, di cui si vuole negare l'esistenza e la validità. Per esempio, se i salari vengono fissati solo in relazione alle forze di mercato, è chiaro che il padrone si troverà sempre in una posizione di vantaggio rispetto al lavoratore che rischierà la fame se non dovesse accettare l'offerta. Il risultato del capitalismo - cioè dell'abbandono di una morale in ambito economico e di un'autorità in grado di farla rispettare -è stato inevitabile: la concentrazione di beni e risorse nelle mani di pochi, i più furbi, i più avidi, i più scaltri, non certo i più competenti od intraprendenti.

  • Di fronte a questo scenario il distributismo si appella a tutti gli uomini di buona volontà, indipendentemente dalla loro appartenenza ideologica o confessionale: non possiamo continuare ad assistere indifferenti a questo vero e proprio massacro degli innocenti che il capitalismo ed i suoi sostenitori compiono sotto i nostri occhi. È quanto mai impellente oggi una vera e propria rivolta morale che rimetta i basilari principi della giustizia e dell'equità al centro della vite economico-sociale, mettendo definitivamente da parte il mostro ideologico del capitalismo e tutti i suoi nefasti derivati (cronica instabilità economica, impoverimento dei cittadini e degli Stati, predominio della finanza sul lavoro) ed aprendo la strada ad un ordine economico-sociale più prospero, naturale ed umano, che si chiama distributismo.
  • Questa rivolta morale non può essere né di destra né di sinistra né di centro ma deve essere ferma e risoluta perchè dal suo successo dipenderà il futuro della nostra libertà, quella vera, e quindi della nostra civiltà.

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domenica 13 agosto 2017

IL CAPITALISMO È CONTRO L'UOMO, COME IL SOCIAL-COMUNISMO


L'essenza del capitalismo, la sua definizione più appropriata non è quella di un sistema che favorisce la libera iniziativa, lo sviluppo di un mercato prospero e stabile e la proprietà privata. Tutt'altro. Direi quasi l'opposto. L'essenza del capitalismo infatti è la separazione tra capitale e lavoro, con la mercificazione, e quindi lo snaturamento, di entrambi. Se per capitale si intende denaro, è noto che già Aristotele aveva scoperto che il denaro perde immediatamente la sua funzione primordiale di facilitatore degli scambi di beni e servizi nel momento in cui diviene una merce, con un suo prezzo di acquisto, l'interesse. Aristotele è categorico: nessuna economia può sopravvivere al prestito ad interesse od usura, tanto più se, come accade oggi, la creazione di tale danaro usuraio diventa monopolio assoluto di una casta ristretta di persone, i banchieri. Il lavoro segue lo stesso destino. Finalizzato per natura all'uomo, esso, nel momento in cui viene cosificato e diventa un mero oggetto di scambio con un suo prezzo - il salario - viene privato della sua essenziale connotazione umana, con il risultato che diventa strumento di oppressione e sfruttamento invece che mezzo per sviluppare tutte le potenzialità degli individui. Questa duplice follia non rimane senza conseguenze.
È inutile continuare a lamentarsi per il debito pubblico e privato, per la perenne instabilità economica, per la disoccupazione, l'impoverimento progressivo della popolazione e la perdita del potere di acquisto dei salari, per poi incensare paradossalmente il sistema che è l'ineluttabile causa di tutto ciò, il capitalismo.
Il distributismo a questo proposito non ha dubbi: non si riuscirà mai a costruire un'economia ed una società dal volto umano, equa e prospera finché la gente non avrà colto l'intrinseca natura perversa del capitalismo e del suo apparente rivale - il socialcomunismo - che è basato sullo stesso principio: l'odio inveterato per l'unione tra capitale e lavoro.
Cosa deve succedere ancora perché ci si renda finalmente conto che il capitalismo è contro l'uomo?

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venerdì 11 agosto 2017

L'INCOMPABILITÀ TRA LIBERALISMO E LIBERTÀ


Al mondo d'oggi la parola "liberale" ha assunto una connotazione positiva. Nell'immaginario collettivo quando una persona si definisce "liberale" il pensiero corre subito al concetto di saggezza, moderatismo, equilibrata tolleranza, grande senso civico. "Con "liberale" si intende un individuo che apprezza e rispetta gli altri e soprattutto la loro libertà. Per approfondire la questione dobbiamo prendere atto che la parola "liberale" è l'aggettivo derivato dal sostantivo "liberalismo". Che cosa è dunque il liberalismo?
Il liberalismo è una dottrina politico-filosofica che sostiene:
- l'indipendenza assoluta della ragione umana da Dio e dalle Sue leggi
- l'indipendenza assoluta della società da Dio e dalle Sue leggi.

Filosoficamente esso è un prodotto del razionalismo, quella corrente di pensiero che sostiene che la ragione umana trova in se stessa il fondamento ultimo della realtà, fino a negare l'esistenza del reale od a farlo coincidere con la ragione, ponendosi così come un precursore del nichilismo.

Sulla base di queste premesse, il liberalismo insegue quindi un tipo particolare di libertà umana, non quella che si compie e si realizza nell'adesione a ciò che esiste ma quella che si dovrebbe attuare in opposizione al reale stesso, al quale non si riconosce uno statuto fondante. Le conseguenze pratiche di tale visione sono immense:
se la ragione umana è fondamento ultimo assoluto di tutte le cose, non esiste nessun ordine morale o sociale oggettivo a cui l'uomo debba conformarsi, per cui, in linea di principio, tutto è possibile, dal punto di vista della morale personale e sociale. Concetti universali quali giustizia ed equità vengono abbandonati e "liberalisticamente" interpretati secondo le convenienze del potente di turno. Il concetto di virtù morale viene travolto dall'ondata relativistica - è buono e giusto ciò che la mia mente mi dice sia buono e giusto e poiché ognuno ha una testa diversa dagli altri possono esistere tante moralità quanti sono gli individui.

In sintesi: si può sostenere senza tema di smentita che il liberalismo tanto in voga e tanto osannato sia alla radici di due fenomeni importanti della società d'oggi:
Il relativismo morale e quello politico-economico-sociale.
Entrambi costituiscono purtroppo il terreno più fertile per lo sviluppo di uno dei più grandi mali del momento presente: l'oscuramento del concetto di verità - cioè appunto di adesione al reale - con il conseguente ritorno alla legge del più forte, sia esso il più danaroso o il più influente numericamente. Si tratta di una deriva autoritaria e dittatoriale e della negazione della libertà umana, quella vera.

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giovedì 10 agosto 2017

TASSE, DEBITO PUBBLICO E DENARO-DEBITO



I soldi delle tasse vengono prelevate dallo Stato e dalle casse dello Stato finiscono nelle banche, molte delle quali straniere, le quali, creando denaro dal nulla, acquistano i titoli di Stato. Questi sono fatti, non teorie, flussi reali di capitale, non speculazioni ipotetiche. Il fatto che questi dati sono tenuti nascosti e che siamo l'applicazione di una logica contorta che ripugna all'intelletto umano - questa è la magia cabalistica! - non li rende meno reali. Nel 2016 (https://www.google.it/amp/amp.ilsole24ore.com/pagina/ADzhSC9B) i titoli di Stato erano posseduti per il 20%, circa 400 miliardi, da banche italiane, per l'11% dalla Banca d'Italia, per il 35% (!) da un'istituzione straniera, la Banca Centrale Europea: quindi il 77% del debito è direttamente in mano alle banche. Il resto, il 17%, è di proprietà di agenzie assicurative. Solo il 6% è posseduto da cittadini italiani! I titoli di Stato, oltre ad essere onerati dal pagamento degli interessi, alla scadenza devono essere ripagati al titolare. Dove troverà mai lo Stato italiano i soldi per pagare interessi e capitale? Semplicissimo, si rivolgerà alle banche, centrali e non,  che hanno il monopolio totale dell'emissione monetaria, le quali creeranno dal nulla altro denaro, cioè altro debito per lo Stato, comprando altri titoli di Stato, arricchendo se stesse ed inpoverendo tutti gli altri, in una spirale esponenziale che è destinata matematicamente ad incrementarsi e rispetto alla quale i sacrifici a cui il popolo italiano è stato artificialmente costretto rappresentano degli ininfluenti palliativi. Qual'è la causa di questo meccanismo perverso? Una semplice convenzione, che si chiama denaro-debito, e che fu ingegnata dalle menti anch'esse perverse dei banchieri londinesi della fine del XVII sec. È l'usura, cioè la produzione di denaro da altro denaro, che Chesterton, insieme a tutti gli uomini di retta ragione, ha sempre risolutamente condannato. Tutti ciò rappresenta incontestabilmente uno grave ingiustizia o, per chi è cattolico, un male sociale che grida vendetta al cospetto di Dio.


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