Materiale

INCONTRO A RAGUSA SULLA MONETA SOVRANA LOCALE 
ORGANIZZATO DAL MOVIMENTO DISTRIBUTISTA ITALIANO 







RIFORMARE IL SISTEMA ECONOMICO-MONETARIO

Si è tenuta a Bergamo, dal 20 al 29 gennaio 2017, presso la Sala Esposizioni in via Quarenghi 23, la mostra "RIFORMARE IL SISTEMA ECONOMICO-MONETARIO",  a cui ha partecipato anche il MOVIMENTO DISTRIBUTISTA ITALIANO, sezione di Bergamo, insieme ad altre associazioni locali.

Riportiamo di seguito una breve intervista al vice-presidente nazionale MODIT dr.ssa Ela Arpaia, in occasione dell'inaugurazione della mostra.

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Tra gennaio e febbraio 2016 si è tenuto a Ragusa un corso di 4 incontri sui punti fondamentali del distributismo. Lungi dall'essere un resoconto esaustivo sul distributismo, il corso si è posto come principale obiettivo quello di esporre una rapida sintesi dei temi centrali del distributismo, da approfondire ed ampliare poi in altra sede.
Di seguito riportiamo il link alle presentazioni power point dei 4 incontri:



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 Ecco una recente intervista di 11 minuti al presidente MODIT, Dr Matteo Mazzariol

https://youtu.be/skxPR_g6YzU



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 Sul sito http://practicaldistributism.blogspot.it troverete diverso materiale traducibile in italiano con google



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Pamphlet sul Distibutismo


Il Distributismo:
una proposta per il futuro radicata nel reale


    1) la ragionevolezza al di là di ogni ideologia
    2) Il superamento del capitalismo
    3) Il superamento del social-comunismo
    4) la proposta distributista
    5) non c'è nulla da inventare: il distributistmo esiste già


  1. La ragionevolezza al di là di ogni ideologia.
    La crisi della politica è ormai un dato acquisito. L'opinione pubblica percepisce infatti una diffusa sfiducia nei confronti dei rappresentati politici, sfiducia che si e' andata consolidando nel corso degli ultimi decenni di fronte alla evidente incapacità di chi si occupa delle cosa pubblica di risolvere i problemi concreti della gente.
    Lo scontro ideologico che ha dominato l'agone politico almeno fino agli anni '80 del secolo scorso si è esaurito con il collasso dell'ideologia social-comunista seguita al crollo del muro di Berlino ed all'implosione dell'ex Unione Sovietica. Il liberal-capitalismo oggi non ha più nemici da combattere e si è imposto come l'unico modello forte di riferimento; così è successo che l'economia e la finanza hanno conquistato sempre più spazio e potere sia nel contesto nazionale sia nel contesto internazionale; istituzioni mondiali legate alla finanza, all'economia ed al commercio, come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea, l'Organizzazione Internazionale del Commercio, hanno incominciato a legiferare in direzione di una sempre più ampia liberalizzazione e globalizzazione dei mercati.
    La popolazione ha accettato tutto ciò come un processo ineluttabile ma la sua condizione economico-sociale non è migliorata: il debito è diventato ormai un fenomeno generalizzato esteso indistintamente a Stati, cittadini ed aziende, essendo il denaro prodotto esclusivamente come debito di Stati e cittadini verso il sistema bancario. L'instabilità economico-sociale è una costante ineluttabile, il potere di acquisto di chi lavora si è andato sempre più riducendo, la classe media sembra destinata a scomparire, i giovani non trovano lavoro, gli anziani devono sopravvivere con un misera pensione, lo Stato riduce sempre di più la quantità e la qualità dei servizi offerti: in sintesi, i ricchi stanno diventanto sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri.
    Come uscire da questa situzione?
    Il Distributismo ha una ricetta semplice: abbandoniamo le ideologie, le sterili e superate distinzioni tra centro, sinistra e destra, riappropriamoci della ragionevolezza e risolviamo alcuni nodi strutturali che impediscono lo sviluppo delle potenzialità insite nel tessuto sociale e comunitario.
  2. Il superamento del capitalismo.
    Il capitalismo ha molte facce e molti modi diversi di essere attuato ed interpretato ma ciò che ne costituisce l'essenza è, secondo il Distributismo, la separazione tra capitale e lavoro, il fatto cioè che chi è proprietario dei mezzi di produzione non sia chi lavora su questi stessi mezzi di produzione ma un soggetto esterno.
    Espressione paradigmatica di questa condizione è la figura del salariato, la persona cioè che presta la sua opera lavorativa senza possedere gli strumenti che gli consentono di lavorare. Il salariato si è trovato, si trova e si troverà sempre in una situazione svantaggiata e vulnerabile rispetto al titolare del capitale e sperimenta la sostanziale impossibilità di partecipare alle decisioni concrete legate al proprio ambito lavorativo. Anche la qualità del suo lavoro è determinato da fattori indipendenti dalla sua volontà. La sua capacità creativa e d'intraprendenza non può esplicarsi liberamente e quindi anche la sua motivazione lavorativa è continuamente minata da queste condizioni restrittive. E' chiaro che una tale matrice produttiva non potrà altro che generare una costante sperequazione nella distribuzione della proprietà privata e delle risorse in generale, con un'inevitabile concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi ed un generale abbassamento della qualità delle condizioni lavorative.
    Il Distributismo dice in maniera risoluta no alla separazione tra capitale e lavoro, mentre dice si alla proprietà privata ed alla sua massima possibile distribuzione in funzione delle capacità e dei meriti dei singoli. In questo senso il Distributismo è decisamente anticapitalista.
  3. Il superamento del social-comunismo.
    Per social-comunismo si intende qui quel modello economico-politico-sociale che prevede un forte accentramento del potere politico ed economico nelle mani dello Stato ed una redistribuzione forzata della proprietà privata ai singoli indipendentemente dai meriti, dalle capacità e dalle condizioni del libero mercato, che viene fortemente inibito.
    Il Distributismo è convintamente contrario ad un tale modello in quanto lo ritiene non funzionale all'espressione ed allo sviluppo delle capacità e dei talenti personali dei singoli e fortemente limitativo della libertà di impresa, oltrechè inefficiente ed in ultima analisi insostenibile e destinato a sfociare nel controllo di una minoranza di burocrati sul resto della popolazione.
  4. La proposta distributista.
    Il Distributismo quindi, facendo appello al senso comune ed alla ragionevolezza insito nel cuore di tutti gli uomini, propone un modello economico-politico-sociale che mette al centro la più ampia possibile distribuzione della micro-piccola e media proprietà privata attraverso l'esercizio il più esteso possibile della libera iniziativa e della libertà d'impresa, che devono essere vincolate solo dal rispetto per il bene comune. Perchè questo avvenga si devono realizzare una serie di condizioni, che costituiscono l'obiettivo primario del Distributismo.
    Tali condizioni sono:
    a) l'esistenza di una moneta che nasca di proprietà dello Stato e dei cittadini e non del sistema bancario, come invece succede oggi. Ciò interromperà l'indebitamento generalizzato ed ineluttabile del corpo sociale nei confronti del sistema bancario stesso e metterà fine alle piaghe sociali del debito pubblico e privato, con tutte le nefaste conseguenze ad esse legate: tassazione esosa, costante perdita del potere di acquisto di chi lavora, perenne instabilità sociale, costante arricchimento degli speculatori finanziari.
    In particolare la tassazione dovrà essere tale da consentire ad un padre di famiglia di mantenere dignitosamente moglie e tre figli.
    b) l'esistenza di una politica-economico-fiscale che favorisca il ricongiungimento tra capitale e lavoro là dove è possibile e quindi l'incremento della micro-piccola e media proprietà rispetto alla concentrazione del capitale nelle mani di pochi. Il Distributistmo infatti non è contro il capitale di per sé ma contro il suo accumulo in fasce ristrette della popolazione. Un grande capitale, che è posseduto da tanti piccoli proprietari che vi prendono parte attiva in qualità di lavoratori, può avere il suo ruolo in una società distributista.
    c) l'esistenza di una politica economico-fiscale che tuteli il massimo sviluppo economico di ogni area del territorio nazionale contro forme di commercio sleale operata dei mercati internazionali
    d) l'esistenza di una legislazione che favorisca la partecipazione più ampia possibile di chi lavora alle decisioni concrete riguardante la vita professionale e lavorativa stessa (livelli qualitativi dei prodotti-servizi offerti, tariffe professionali minime e massime, forme di previdenza sociale, ordinamento pensionistico, livelli fiscali massimi sostenibili), in modo che la libera iniziativa dei singoli trovi la sua massima espressione all'interno di una cornice di regole condivise che garantiscano il rispetto della stabilità del comparto lavorativo in questione e del più ampio bene comune della nazione.
    e) l'esistenza di uno Stato che sia al contempo leggero e forte: leggero in quanto dotato di un apparato burocratico efficiente e minimale, che non si occupi di tutti quei compiti e servizi che possono essere svolti con pari o maggior efficacia da altri corpi sociali o dal privato sociale; forte in quanto in grado di intervenire tempestivamente e con energia qualora vengano violate le norme e le regole condivise che limitano l'esercizio della libera iniziativa al rispetto del bene comune.
  1. Non c'è nulla da inventare: il distributismo esiste già.
    I principi fondamentali del Distributismo sono la ragionevolezza e la giustizia sociale. Sistemi economico-sociali basati su questi principi sono sempre esistiti ed, in contesti particolari, esistono tuttora.
    La società pre-industriale, pur con tutte le sue anomalie ed imperfezioni, era una società che presentava molti caratteri distributisti, a cominciare da una diffusione più proporzionata delle risorse e dalla partecipazione dei lavoratori alle decisioni importanti riguardanti il loro comparto (sistema delle Gilde e delle Corporazioni). Basti considerare per esempio il quadro economico-sociale dell'Inghilterra pre-industriale: nel XV secolo un artigiano poteva guadagnare abbastanza da mantenere se stesso e la propria famiglia lavorando solo 4 mesi all'anno.
    La rivoluzione industriale e lo sviluppo del capitalismo determinarono un cambiamento radicale ed una notevole sperequazione nella distribuzione delle ricchezze, consistente nella creazione di un proletariato urbano ridotto ai limiti della sopravvivenza e di un'elitè di proprietari industriali e di banchieri in grado di accumulare ricchezze di proporzioni immense.
    Tutto ciò creò una forte reazione nel corpo sociale, da cui ebbero origine i vari movimenti socialisti e comunisti, ad ispirazione nazionale od internazionale, che puntarono invece ad una forzata redistribuzione delle ricchezze , ad una forte limitazione della libera iniziativa e della proprietà privata ed ad un ruolo preminente dello Stato anche nell'economia.
    Con l'implosione dell'Unione Sovietica e la caduta del comunismo, il modello liberal-capitalista è sembrato non avere più rivali e si è affermato nella sua forma aggiornata: il neo-liberismo.
    Dagli anni '70 del secolo scorso ai nostri ai nostri, la sperequazione nella distribuzione delle ricchezze ha ricominciato a crescere ancora, sia all'interno delle singole nazioni, sia tra paesi diversi nel panorama internazionale.
    Negli Stati Uniti nel 1970 l'1% della popolazione deteneva il 10% del reddito, nel 2005 il 35%, un valore pari a più di tre volte tanto. Lo stesso fenomeno si è osservato in paesi in cui il modello capitalistico era presente in versioni più attenuate: Finlandia, Germania, Israele, Nuova Zelanda.
    Lo stipendio medio degli amministratori delegati d'azienda negli Stati Uniti passò da 42 volte quello di un operaio, nel 1980, a 380 volte nel 2012.
    Nel 1820 un operaio in Olanda aveva uno stipendio superiore del 70% rispetto a quello di un suo omologo cinese. Nel 2011 tale differenza aveva raggiunto il 2000%.
    Malgrado il trend generale indichi un divario sempre maggiore tra ricchi e poveri ed una tendenza consolidata alla scomparsa delle classe media, esistono tuttavia delle realtà economico-sociali in controtendenza, che, applicando nel concreto i principi distributisti, fanno registrare dei dati di natura opposta. In Spagna, esiste una corporazione di cooperative sociali, denominata Mondragon, che, applicando al proprio interno i principi distributisti, dal 1965 al 2010 ha visto passare la sua forza lavoro da 4211 a 83.859 unità, duplicando di circa 12 volte il volume della produzione e delle vendite, riuscendo a reggere nell'attualità il carico della crisi economica senza ripercussioni serie rispetto al resto della nazione spagnola: all'interno di quest'associazione di cooperative i lavoratori sono proprietari dell'85% del patrimonio aziendale e lo stipendio massimo di qualsiasi persona non può essere superiore a otto volte quello minimo. Anche le cooperative lombarde ed emiliane rappresentano un esempio di realtà socio-economica molto vicino al modello distributista.


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 Un film "distributista"
raccomandiamo la visione del film "Si può fare" (2008) del regista Giulio Manfredonia, con Claudio Bisio ed Anita Caprioli, in quanto tratta, con la licenza poetica propria della strumento cinematografico, molte tematiche care al Movimento Distributista: una diversa possibile organizzazione del lavoro, la proprietà dell'aspetto umano e comunitario dell'economia.



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Video sul Distributismo in inglese



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