sabato 5 novembre 2016

RESTITUIRE IL POTERE ALLA GENTE, OVVERO DELLA NECESSITA' D UNA SVOLTA CORPORATIVA




Ormai è un dato che tutti considerano scontato: quella in cui viviamo non è una vera democrazia, ma una democrazia fasulla, in cui il potere reale è ben lungi dall'essere posseduto dal popolo ma si trova saldamente nelle mani di un ristretta oligarchia economico-finanziaria.
Questa oligarchia finanziaria non è una realtà fumosa e vaga ma ha un volto ben preciso: secondo la rivista Fortune la famiglia Rotschild, per esempio, possiede il patrimonio di maggioranza delle 500 multinazionali mondiali (https://www.google.it/search?q=forbese+500+famiglie+controllano&ie=utf-8&oe=utf-8&client=firefox-b&gfe_rd=cr&ei=6xQeWON8sKTzB775jKgM#q=le+famiglie+più+ricche+del+mondo).

Il cittadino medio quindi assiste impotente ad un processo di cui è vittima sacrificale designata: la costante perdita di potere sia in termini economici sia in termini politici.

Impotente, perchè ciò che gli viene ripetuto come un mantra è che il sistema partitico è il migliore sistema possibile di rappresentanza, l'unico che possa realizzare una vera democrazia: altri non ce ne sono.
La realtà è ben diversa. Come avevano brillantemente fatto notare nel 1913 i distributisti inglesi Hilaire Belloc e Cecil Chesterton nel libro “Partitocrazia” (“Partitocrazia”, ed Rubbettino, 2014), il sistema partitico costituisce invece lo strumento ideale di controllo pressochè totale della politica da parte della grande finanza.
Il rapporto tra il singolo cittadino ed il parlamentare eletto è infatti quanto di più elusivo possa esistere, mentre le illimitate somme di denaro possedute dall'oligarchia finanziaria si rivelano immancabilmente una forza corruttiva ed cogente in grado di aprire praticamente ogni porta e di vincere ogni resistenza.

Basti fare un semplice ragionamento: ogni campagna elettorale ha un costo. Negli Stati Uniti le grandi banche internazionali rappresentano il principale donatore di fondi ai candidati di entrambi i partiti – repubblicani e democratici (http://www.libreidee.org/2016/01/usa-elezioni-e-soldi-chi-si-compra-il-futuro-presidente/). Saranno in grado pertanto i candidati, una volta eletti, di tutelare gli interessi dei cittadini rispetto a quelli delle banche? Ognuno tragga le debite conclusioni.

Questo spiega perché le legittime attese di un cambiamento reale negli ultimi 70 anni siano andate regolarmente deluse.
Che fare dunque?
Un'analisi della situazione basata sul buon senso e sulla ragionevolezza, al di là di ogni sterile divisione ideologica, impone la presa di coscienza che quello che non funziona non è questo o quel partito, questo o quel presidente del consiglio, questo o quel sistema elettorale ma il sistema partitico stesso.
Il distributismo (distributismomovimento.blogspot.com) afferma in maniera molto netta che è ora di invertire marcia e dar vita ad un sistema in cui i cittadini, le famiglie ridiventino i principali depositari del potere reale. Per far questo c'è un unico modo: seguire appunto il senso comune e la ragionevolezza e mettere da parte le inutili ideologie. Il senso comune ci dice che ha potere non chi, una volta ogni 5 anni, infila in un'urna un foglietto bianco con una crocetta, ma chi può partecipare alle decisioni di tutte le concrete questioni importanti che riguardano la propria sfera socio-lavorativa; ha potere non chi dipende per il proprio sostentamento economico da scelte prese da oscuri burocrati ma chi è in grado di mantenersi da solo, grazie alla propria capacità lavorativa e d'iniziativa. Questo sistema, che tutte le persone di buona volontà riconoscono come il più naturale ed il più confacente al desiderio di libertà della natura umana, si chiama in un solo nome: sistema corporativo. Il sistema corporativo si basa su un assunto molto semplice: aggregare le persone per comparto lavorativo e dare ad esse la massima autonomia e libertà di gestire nei vari territori la propria vita economico-sociale, stabilendo regole condivise finalizzate alla stabilità e prosperità generale. La visione corporativa proposta dal distributismo ha alla sua radice una visione dell'uomo che non è l“homo hominis lupus” di hobbesiana memoria. Per il distributismo l'uomo è un essere per natura sociale e gli scambi e le relazioni virtuose che ha con il prossimo rappresentano un importantissimo, se non il principale strumento della sua realizzazione.

Ciò di cui quindi abbiamo disperatamente bisogno oggi è una decisa e risoluta svolta corporativa, che incominci a stabilire forti legami solidari nei vari territori tra persone che condividono gli stessi ambiti lavorativi. Non importa quale sia il nome di tali aggregazioni: possiamo chiamarle corporazioni o gilde o sodalizi occupazionali. L'importante è che esse si costituiscano ed incomincino a ridare al lavoro ed alla capacità dei singoli quella forza rappresentativa che è andata persa nei secoli.
Le corporazioni si distinguono dai sindacati perchè il loro scopo non è la mera rivendicazione di diritti nei confronti del “padrone” di turno ma l'incontro di tanti piccoli “padroni” che intendono tenacemente mantenere la proprietà dei mezzi di produzione e discutere insieme tutti gli aspetti della loro attività socio-lavorativa: la qualità dei prodotti o servizi forniti, le questioni deontologiche, previdenziali, assistenziali, fiscali, formative e quant'altro. La corporazione non è il luogo di riunione di una classe sociale ma l'incontro di diverse classi sociali che condividono tra di loro la stessa funzione lavorativa, se pur con ruoli e responsabilità diversi. Il legame tra i membri della corporazione non è la mera rivendicazione settoriale ma la comune partecipazione ad un'opera, ad un lavoro, ad una funzione sociale. In sintesi: la corporazione è la strada obbligata da seguire per pervenire insieme ad una piena umanizzazione dell'attività lavorativa ed al ristabilirsi di un livello adeguato di giustizia sociale.

Purtroppo oggi nell'immaginario collettivo il termine “corporazione” viene associato ad una serie di fenomeni sociali negativi, a circoli chiusi avidamente votati al perseguimento dell'interesse di casta, siano essi dei corpi professionali o delle associazioni di multinazionali. La “corporazione” dal sistema capitalista viene così intesa come il nemico giurato della libertà economica e d'iniziativa, un residuo di medioevo da abbattere e sulle cui ceneri costruire le “magnifiche sorti e progressive dell'umanità”.
Anche qui, niente di più falso. In realtà il sistema corporativo costituisce la più granitica garanzia della libertà economica e d'iniziativa, perchè per definizione previene e combatte la tendenza monopolistica della grande finanza e del grande business, stabilendo regole e codici comportamentali che consentano la massima possibile diffusione della proprietà produttiva e quindi del benessere economico. All'opposto, è proprio invece il capitalismo, dove per capitalismo si intende quel sistema che favorisce la separazione tra capitale e lavoro, a sfociare, come possiamo osservare con i nostri occhi, in un sistema fortemente monopolistico e squilibrato, in cui la libertà dei singoli non trova più via di espressione. La mancanza di regole del liberal-capitalismo non rappresenta altro che l'affermazione della legge del più forte e la perdita della libertà dei più.
Non a caso i due sistemi che hanno dominato gli ultimi 70 anni - capitalismo e social-comunismo, lungi dal contrapporsi, hanno entrambi favorito un modello di società in cui il potere reale confluisce nelle mani di pochi: l'elite economico-finaziaria nel caso del capitalismo, l'apparato burocratico di partito nel caso del social-comunismo. Ultimamente stiamo assistendo alla perversa alleanza di questi due sistemi: il capitalismo, attraverso il monopolio assoluto della produzione di denaro-debito, utilizza lo Stato come braccio armato per la riscossione dei propri crediti ed in cambio fornisce una lauta ricompensa alla casta dei burocrati statali.
Belloc e Chesterton, circa un secolo fa, già profeticamente indicavano nello Stato Servile l'esito ultimo di capitalismo e social-comunismo.

Per non ripetere gli errori del passato, si impone quindi, oggi più che mai, una svolta corporativa, una svolta che consenta di restituire alla gente il potere che gli spetta.

Tale svolta è assolutamente necessaria e si integra perfettamente con gli altri tre fondamentali punti della proposta distributista:
  • il ritorno ad una reale indipendenza economica dell'istituzione familiare
  • la riunione tra capitale e lavoro
  • il ritorno della proprietà del denaro al momento dell'emissione direttamente ai cittadini.

Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com

venerdì 21 ottobre 2016

IL DENARO, STERCO DEL DEMONIO


Il denaro, sterco del demonio. Quest'espressione vetusta, che emerge dal passato della tradizione culturale europea, viene percepita dai più in maniera ambigua e confusa. Si, forse il denaro è sterco del demonio, ma non sempre, forse solo quando non lo si ha o li deve come debito a qualcun altro.
La questione è di centrale importanza e merita alcune sintetiche ed essenziali considerazioni.
Il primo passo è chiedersi: che cosa è il denaro ed a cosa serve.
La risposta è semplice ed incontestabile: il denaro è una convenzione umana, uno strumento creato dall'uomo e dipendente in tutto dall'uomo: il denaro senza società, in natura, non esiste.
Secondo passo: qualè il fine del denaro? Il denaro serve a facilitare lo scambio di beni e servizi tra la popolazione, creando una unità di misura condivisa del valore delle cose e degli strumenti per far avvenire gli scambi e quindi facilitare la produzione, evitando il baratto. Il denaro serve alla prosperità economica della comunità civile.
Ne consegue logicamente che se il denaro, invece che venire scambiato, viene accumulato, esso viene meno alla sua funzione principale e naturale, quindi diventa qualcosa di incongruo ed anomalo che produce una grave distorsione economico-sociale.
Ne consegue anche che per definizione il denaro è sterile, non è in grado di produrre di per sé alcun bene, essendo una mera convenzione: trasformarlo in un bene, con un suo prezzo – l'interesse - che si compra e si vende come ogni altro merce, lede e contraddice quindi gravemente la sua natura, rendendolo non più in grado di assolvere la sua funzione.
La tendenza ad accaparrare denaro, l'interesse sul denaro stesso e la sua mercificazione – che oggi vengono accettati come un dogma indiscutibile imposto dai sacerdoti della finanza – trasformano la moneta da strumento al servizio del bene comune in mezzo di dominio di pochi – quelli che lo producono e la emettono gratis come debito verso altri – sulla maggioranza della popolazione.
Questa è la situazione in cui viviamo, queste sono le radici profonde della crisi economico-sociale attuale, irrisolvibile finchè non verrà restituita al denaro la sua funzione autentica.
Queste sono le ragioni per cui i nostri antichi, essendo lucidamente consapevoli di tutto ciò, chiamavano il denaro “sterco del demonio” ed avevano giustamente chiamato “usura” anche il più minimo interesse sul prestito. Il denaro attira l'uomo con le sue lusinghe di potere e felicità e nel momento in cui l'uomo cede lo condanna all'inferno, quello quotidiano che viviamo tutti i giorni, con la disoccupazione, il debito senza fine, l'ingiustizia e la sperequazione sociale, lo svilimento del lavoro e della dignità umana stessa.
Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com

mercoledì 12 ottobre 2016

USURA È PRESTARE DENARO AD INTERESSE, QUALSIASI ESSO SIA


C'è una guerra in corso, da cui dipende il destino nostro e dei nostri figli: quella delle parole.
La parola "usura", da che uomo è uomo, evoca una reazione di ferma e decisa condanna morale. L'usura è ingiusta e riprovevole e va condannata senza se e senza ma.
Si, certo, ma cosa si intende con "usura"?
Dall'alba dei tempi fino all'inizio del XVI sec. non vi è mai stato alcun dubbio:  "usura" era il prestito di denaro con un interesse, qualunque esso fosse. Il pensiero classico, esposto con chiarezza da Aristotele, motiva questa posizione sulla base della ragionevolezza e del senso comune: il denaro di per se è sterile, non puó produrre nulla, serve solo come mezzo di scambio. Farlo diventare arbitrariamente produttivo, con l'usura, è pertanto contro natura e profondamente ingiusto: l'interesse sul denaro viene pertanto considerato come un furto ed una gravissima minaccia alla prosperità ed all'equilibrio economico-sociale. Cicerone qualche secolo dopo ribadisce gli stessi concetti. Il cattolicesimo accoglie in pieno questo pensiero, fatto proprio in maniera esplicita anche dall'antico testamento, e per 1500 anni gli insegnamenti degli apostoli, dei padri della Chiesa, dei teologi, dei concilii, dei papi e le autorità civili di Stati e nazioni reiterano in varie forme questa posizione, fortemente sentita e supportata anche dalla popolazione più semplice. Dobbiamo aspettare il 1515, con il papa "mediceo" Leone X, per assistere alle prime deroghe, da parte della Chiesa Cattolica, a quella che precedentemente era stata una linea fermissima. Da li in poi, attraverso un processo graduale, si è arrivati fino alla definizione attuale di "usura", edulcorata e svuotata di ogni reale incidenza economico-sociale: la richiesta di un interesse sul prestito superiore ai termini fissati per legge. Così quella che San Gregorio di Nissa, nel trattato "Contro gli usurai" del 379 d.C. definiva "un altro tipo di furto e spargimento di sangue", "un serpente velenoso" ed "un profitto disonesto", diventa per l'uomo del XXI secolo un'attività legittima. Quella che papa Innocenzo IV (1200-1254) definí "causa di tutti i mali", viene accettata dai cattolici di oggi come un attività normale. Tutto ciò mentre gli studiosi seri della moneta (Fantacci, "La moneta. Storia di un'istituzione mancata", ed Marsilio, 2005), al di là di ogni scelta confessionale, giungono alla conclusione che effettivamente la mercificazione della moneta, cioè l'interesse sul prestito, mina alla radice l'efficienza della moneta stessa.
Che fare dunque?
Come minimo sarebbe opportuno riaprire la discussione sul significato più appropriato della parola "usura", rimettendo in discussione la moralità dell'atto di prestare denaro ad interesse, in un sforzo multidisciplinare che metta insieme i contributi dei moralisti, dei teologi, degli economisti e degli storici.
La questione non è da poco e riguarda il presente ed il futuro di tutti noi.

Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com

mercoledì 5 ottobre 2016

LA VERA DEMOCRAZIA E LA SUA PARODIA


Gli italiani non hanno più alcun potere: il singolo cittadino non può decidere nulla sul proprio lavoro, nulla sul modo in cui viene creato il denaro, nulla sulla sua previdenza sociale e sulla sua pensione, nulla sul prezzo di beni e servizi, nulla su chi entra e chi esce dalle proprie frontiere. Può solo decidere, una volta ogni 5 anni, che segno mettere su una scheda bianca: tutto questo qualcuno insiste a chiamarlo democrazia, senza accorgersi che ne è invece soltanto una grottesca parodia.
La vera democrazia consiste infatti nell'esercitare direttamente tutti quei poteri reali che il sistema partitocratico impedisce di principio. Il sistema dei partiti non è altro che "l'instrumentum regni" dell'oligarchia economico-finanziaria che oggi detiene il potere reale.
Non vi è infatti autentica democrazia senza una corrispondente equa distribuzione della proprietà produttiva e del potere decisionale tra i vari comparti lavorativi, non vi è vera autentica democrazia senza distributismo.

Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com

venerdì 9 settembre 2016

LA QUESTIONE MORALE, ROUSSEAU E I 5 STELLE


Se osserviamo la storia d'Italia, possiamo notare, a partire dal 1861, una sfilza continua di scandali e scandaletti. Ecco un piccolo stralcio da wikipedia relativo allo scandalo della Banca di Roma del 1888: "Lo scandalo della Banca Romana è stato un caso politico-finanziario che ha coinvolto alcuni settori della Sinistra storica, accusati di collusione negli affari illeciti della Banca Romana, uno dei sei istituti che all'epoca erano abilitati ad emettere moneta circolante in Italia, e del suo presidente Bernardo Tanlongo.

Nel 1888, a fronte di 60 milioni di lire autorizzati, la Banca aveva emesso per 113 milioni, fra cui banconote false per 40 milioni emesse in serie doppia; in seguito alla scoperta, nacque la Banca d'Italia e gli istituti di emissione passarono da 6 a 3 con la legge del 1893. Gli altri due istituti che poterono emettere moneta furono il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. La Banca d'Italia nacque dalla fusione della banca Nazionale del Regno d'Italia, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito. La banca Romana venne messa in liquidazione".

La tendenza al comportamento illecito di persone che ricoprono cariche pubbliche è quindi un problema atavico, che non fa distinzione tra destra e sinistra. È una possibilità che interroga ed interrogherà sempre la libertà umana, l'uomo in quanto uomo, al di là delle sue ideologie o convinzioni, delle sue appartenenze partitiche.
Ciò che può variare, nei vari periodi storici, non è quindi la sua presenza ma la percentuale  della sua diffusione. Più in una società i sani valori morali sono pervasivi, tanti meno casi di reati avremo. Si tratta quindi fondamentalmente di un problema di morale individuale che ha enormi riflessi sulla morale pubblica.
Da questo punto di vista oggi non siamo messi molto bene. I giornalisti hanno coniato il termine "questione morale" certamente non per caso. Il dilagare della corruzione e della concussione è un segno evidente che la morale pubblica oggi è in profonda crisi.
Quali sono le cause di questa crisi?
Le cause più profonde sono legate ad un malinteso collettivo di fondo. Si pensa che il bene del singolo non abbia più nessun rapporto con il bene comune, che il bene dell'individuo possa essere svincolato dal bene della comunità. L'imperativo è che sia ricco io, come e perché non ha più alcuna importanza, e tutto può essere condizionato a questo fine ultimo, in cui consiste la vera felicità.
Questo modo di pensare è la conseguenza logica di una mentalità che nasce con Rousseau, il pensatore ginevrino che nel XVIII sec. fu il primo a teorizzare che l'uomo non è sociale per natura e che la società anzi rappresenterebbe un ostacolo alle potenzialità umane invece che un mezzo per la loro realizzazione. Da cui la necessità di un mero "contratto sociale", frutto di compromessi e di rapporti di forza, che dovrebbe limitare l'effetto nefasto che il vivere in comune di per sè comporta. Il bene comune come tale peró sparisce dall'orizzonte, rimane solo la composizione di tante piccole monadi atomistiche, l'una schierata contro l'altra, forzate a trovare un compromesso dallo stato di necessità, con il risultato che il singolo stesso sarà portato ad approfittare di ogni maglia che si apre nella rete di questo apparato di controllo formale per ottenere propri vantaggi.

È un paradosso quindi che il Movimento 5 Stelle, che oggi si fa paladino dei valori di moralità pubblica, faccia riferimento a Rousseau, per imposizione del suo vertice, quale principale pensatore di riferimento. Non a caso i Casaleggio hanno voluto dare il nome del filosofo ginevrino alla nuova piattaforma del movimento.
Non dimentichiamoci inoltre che la principale deriva a cui porta il pensiero di Rousseau è quella totalitaria: poiché non esiste alcun bene comune oggettivo, che emerge dalle naturali relazioni che si stabiliscono dal basso nel corpo sociale tra i suoi componenti vivi (l'individuo, la famiglia, i corpi sociali intermedi), il contratto sociale, realizzato attraverso varie forme di comunicazione, tra cui si può includere anche la rete, frutto dei rapporti di forza che di volta in volta emergono, sarà l'unico parametro da seguire e quindi da imporre risolutamente come regola generale a tutta la società: è questo tratto totalitario, che si esprime attraverso un forte Stato centrale, che caratterizza sia lo società social-comunista sia quella capitalista, un totalitarismo che non lascia più spazio alle diversità ed alla originalità delle singole realtà socio-economiche e culturali.
Se si vuole davvero risolvere il problema della disonestà civile, dobbiamo quindi mettere da parte i proclami demagogici che identificano i puri nei membri di un partito e mettere da parte anche Rousseau, che di questo pensiero è il principale ispiratore, e riscoprire invece il vero significato del bene comune.

Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com

domenica 21 agosto 2016

CAMPAGNA DI AUTOFINANZIAMENTO DEL MOVIMENTO DISTRIBUTISTA ITALIANO



Sfiducia, disillusione, rassegnazione, rabbia: sono questi gli stati d'animo, comprensibili e giustificati, della maggior parte del popolo italiano.
Sfiducia verso la classe politica che da 70 anni è stata protagonista di un'alternarsi ininterrotto di scandali e ruberie e soprattutto di incapacità di risolvere i problemi reali della gente; disillusione rispetto alla sana aspirazione di condurre una vita normale, con un lavoro appagante in grado di sostenere dignitosamente se e la propria famiglia; rassegnazione di fronte alla constatazione della propria impotenza di fronte ai poteri dei burocrati di Stato e dei grandi capitalisti; rabbia di fronte al fallimento di ogni onesto tentativo di cambiare davvero le cose ed al progressivo incrementarsi del divario sociale tra ricchi e poveri, con una sempre maggiore concentrazione della proprietà e del potere nelle mani di pochi.
Questi stati d'animo negativi hanno però anche un loro aspetto positivo: sono il segno che l'essere umano è fatto per qualcosa d'altro, per qualcosa di meglio, e che la sua natura istintivamente si ribella di fronte a condizioni di vita che non ne garantiscono la piena dignità e libertà.
La questione centrale infatti è propria questa, la libertà. Ci stiamo avvicinando a grandi passi, e senza neanche esserne pienamente consapevoli, a quello che Hilaire Belloc, uno dei fondatori del Distributismo, definì nel 1913 lo Stato Servile, uno Stato cioè in cui la maggior parte dei cittadini si trova ad essere privata del possesso dei mezzi di produzione e della possibilità di decidere le questioni concrete della propria vita socio-economica- lavorativa, essendo costretta a lavorare in una condizione di “dipendente” ed a mercanteggiare la propria libertà ed indipendenza in cambio di un tozzo di pane per sopravvivere, come i servi. Lo Stato Servile è il risultato dell'alleanza perversa tra due forze apparentemente avverse ma in realtà strettamente complementari: il capitalismo economico-finanziario e lo statalismo di impronta social-comunista. Lo Stato Servile è la risultante del continuo e progressivo spossessamento di potere e di proprietà a cui le persone, le famiglie ed i corpi sociali lavorativi sono stati soggetti.
Per fermare questa consolidata tendenza non sono sufficienti piccole cambiamenti, né ci si può basare sull'improvvisazione spontaneistica.
E' necessario un radicale e lucido ripensamento del paradigma di fondo su cui si basa la nostra società, è necessaria una chiarezza di visione in grado di invertire marcia in ognuno dei variegati aspetti che costituiscono la nostra vita. E' necessario quindi rigettare gli assunti di fondo sia del liberal-capitalismo sia del social-comunismo, con tutti i loro vari derivati - liberismo e keynesismo in primis, perchè questi assunti hanno dimostrato di aver fallito oltre che in teoria anche nei fatti.
Il liberal-capitalismo capitalismo infatti ha fallito nella sua pretesa di portare prosperità generale, il social-comunsmo ha fallito nella sua pretesa di risolvere il problema della povertà. La loro perversa alleanza ci ha portato in una delle più gravi crisi sistemiche che l'umanità abbia conosciuto.
Di fronte a tutto ciò ed al fatto che nessuna delle formazioni attualmente presenti sullo scenario politico ha idee sufficientemente chiare per apportare un reale cambiamento, il distributismo propone un'alternativa, valida, ragionevole e facilmente percorribile: invertire rotta e puntare ad una società in cui poteri e proprietà siano equamente distribuiti dal basso secondo i meriti e le capacità di ciascuno. Si tratta in estrema sintesi di:
  • modificare radicalmente il sistema di rappresentanza democratica, dando più poteri ai singoli lavoratori organizzati per comparti lavorativi sui territori (principio corporativo) e togliendolo ai partiti
  • modificare il sistema economico-sociale in senso più equo e prospero, facendo confluire capitale e lavoro nelle stesse persone e dando l'opportunità a chi lavora di diventare proprietario dei mezzi di produzione
  • modificare radicalmente il sistema finanziario, dando la proprietà della moneta all'atto dell'emissione allo Stato ed ai cittadini
  • rafforzare il tessuto sociale, dando più potere ed autonomia economica alle famiglie.
Sono questi i quattro fondamentali punti su sui si basa il progetto del Movimento Distributista Italiano e di tutte le associazioni ed organizzazioni distributiste esistenti oggi nel mondo: stop al potere dei partiti e potere invece ai cittadini organizzati sul territorio per comparto lavorativo; stop all'accumulo del capitale in poche mani e diffusione della proprietà produttiva; stop al dominio della finanza sulla politica e sull'economia e creazione di una moneta di proprietà dei cittadini; stop alla dissoluzione della famiglia e maggiore indipendenza economica a questa istituzione.
Un progetto ad ampio raggio, in grado di orientare ed indirizzare le piccole e grandi scelte amministrative, politiche, fiscali, economiche che possono avvenire a vari livelli ed in vari contesti nella società.
Un progetto a lungo termine che può e deve iniziare ad essere attuato a livello capillare, a partire dalle minuscole scelte che tutti noi facciamo quasi inconsapevolmente nella nostra vita di ogni giorno, per esempio quando facciamo la spesa o compriamo beni: dovremmo evitare di comprare i prodotti delle multinazionali e scegliere la produzione locale a parità di qualità per arricchire la nostra comunità.

Il Movimento Distributista Italiano intende continuare ad impegnarsi, come già sta facendo dal 2012, perchè questi contenuti entrino nel dibattito politico attuale, giungano all'attenzione dell'opinione pubblica e soprattutto si trasformino in leggi, norme, dispositivi legislativi e fiscali concreti in grado di operare un miglioramento reale e duraturo delle nostre condizioni di vita.
Il successo della nostra azione dipende in grande misura dal vostro appoggio, dall'appoggio di ogni cittadino ancora animato da buona volontà, al di là di ogni ideologia o confessione.
Per preservare interamente la nostra autonomia e non dover scendere a compromessi con i diktat dei”poteri forti” intendiamo mantenere una sostanziale indipendenza economica, puntando solo sull'autofinanziamento e sul mantenimento di un'organizzazione interna basata su una rigorosa partecipazione democratica.
Vogliamo cioè fondare la nostra forza sulla validità dei nostri contenuti e sull'apertura ad un dialogo incentrato sul senso comune e la ragionevolezza. Crediamo fortemente nell'importanza di tenere dritta la barra del nostro timone sul bene comune, perchè il bene comune è ciò che meglio tutela l'interessa dei singoli.
Per questo abbiamo lanciato una campagna nazionale di finanziamento e sostegno, che durerà tre mesi, dal 20 agosto al 20 ottobre 2016, chiedendo ad ogni persona che ha cuore il benessere proprio e della propria famiglia di appoggiare e sostenere la nostra azione.
Sappiano che i tempi sono magri e che le possibilità economiche e la disponibilità di tempo di ognuno sono ridotte al lumicino. Per questo non chiediamo l'impossibile ma solo che ognuno ci aiuti nei modi e nelle forme che ritiene più opportune. Voi siete la famosa goccia che, unita alle altre, è in grado di formare un oceano capace di vincere ogni resistenza. Il simbolo del distributismo è l'arco di volta, costituito da tante piccole pietre che, prese una ad una sono insignificanti ed inutili, ma messe insieme riescono a reggere interi edifici. Quelle singole pietre siamo ciascuno di noi, dobbiamo solo passare dal disfattismo alla fiducia, dall'inerzia all'operosità, con un piccolo gesto concreto.
Tale piccolo gesto concreto può essere rappresentato da tante cose: approfondire la conoscenza del distributismo, leggendo libri ed articoli (vedi post e bibliografia sul nostro sito distributismomovimento.blogspot.com ); iscriversi al Movimento Distributista Italiano (vedi istruzioni su nostro sito), partecipando alle attività dei gruppi locali e nazionali o semplicemente venendo informati delle varie iniziative; fare una donazione sul nostro sito con PayPal. Anche un minimo versamento, a partire da 1 euro, può essere un segno importante. Tutte le donazioni verranno contabilizzate ed esposte poi, in forma anonima, sul nostro sito.

Non esitate pertanto a fare la vostra parte, a trasformare la vostra sfiducia, disillusione, rassegnazione e rabbia in speranza costruttiva basata su una sana adesione al reale.
Sostenete il Movimento Distritbutista Italiano, sostenete la libertà vera, vostra e dei vostri figli.

Sul sito distributismomovimento.blogspot.com basterà un click per dare il vostro contributo e fare una donazione dell'importo che riterrete più opportuno.

Il Comitato Direttivo MODIT

domenica 7 agosto 2016

DISTRIBUTISMO: LA STRADA DA SEGUIRE PER CONCRETIZZARE LE NOSTRE SPERANZE




Se facessimo un sondaggio ai 60 milioni di italiani che popolano la nostra penisola circa il loro livello di gradimento dell'attuale politica, la risposta sarebbe probabilmente una pressochè assoluta bocciatura. “Le cose” non vanno bene, solo un cieco potrebbe sostenere il contrario.
Tuttavia questo stato di malessere non riesce a sfociare in niente di costruttivo: quale strada intraprendere nessuno lo sa.
Possiamo dividere molto sinteticamente la popolazione in due categorie: il 98% dei cittadini, occupato nelle faccende normali della vita (lavoro o ricerca di un lavoro, famiglia, tempo libero) ed il rimanente 2%, che, per passione ed interesse, oltre che occuparsi del proprio sacrosanto “orticello”, dedica una parte delle energie residue al bene comune. Tra questi ovviamente vi dovrebbero essere i politici, eletti dalla gente. Peccato però che questi “politici” costituiscono proprio quella classe di persone verso cui i cittadini, come dicevamo all'inizio, non hanno più alcuna fiducia.
Bisogna quindi prendere atto che tutti noi stiamo vivendo una di quelle situazioni impossibili e paradossali che la psichiatria riconosce come uno dei principali fattori causali di disagio mentale: da una parte di rendiamo conto che la politica non funziona, dall'altra ci viene detto che viviamo nel migliore sistema politico possibile. Questo condizione schizofrenogenica produce poi il malessere e la depressione sociale che abbiamo di fronte agli occhi.

Alcuni però cercano di sfuggire a questa condizione perversa, facendo appello al proprio bagaglio culturale, informandosi su internet, e dandosi da fare, nel loro piccolo, sul territorio, ad aggregare persone come loro critiche dell'attuale “sistema”. Sono così nate negli ultimi 10 anni una miriade di micro-associazioni, praticamente in ogni area del territorio nazionale, che si occupano in maniera selettiva di temi percepiti come importanti: la moneta e la finanza, l'agricoltura e l'alimentazione, la salute ed il benessere, la costituzione ed i referendum, l'immigrazione e gli squilibri geopolitici mondiali. Un enorme fermento di idee e proposte, tutte accumunate dall'essere “contro” il sistema attuale, dall'essere “piccoli” e locali tentativi di soluzione e dall'essere portate avanti da persone volonterose e disinteressate, animate da un sincero interesse per il bene comune.
Possiamo quindi affermare senza tema di smentita che la maggioranza assoluta della popolazione, sia di cittadini “normali” sia di cittadini attivamente impegnati per la cosa pubblica, desiderano fermamente un cambiamento radicale e sarebbero pronti ad appoggiarlo. Il loro malessere è sacrosanto e nasce dal mancato soddisfacimento di alcuni bisogni fondamentali: il bisogno di vivere in una famiglia che sia in grado di auto-sostentarsi, il bisogno di poter esercitare un lavoro sicuro che dia delle soddisfazioni personali e che sia in grado di mantenere dignitosamente se stesso ed i propri familiari, il bisogno di essere supportato in caso di malattie od infortuni, il bisogno di partecipare alle decisioni importanti che riguardano la realtà concreta del proprio ambito socio-lavorativo, il bisogno di vivere in un contesto in cui le regole condivise siano rispettate da tutti.
Perchè allora tale cambiamento non avviene?
Perchè manca ancora un'idea trainante, sufficientemente chiara e convincente, in grado di guidare la maggioranza silenziosa, di far superare lo sterile individualismo, di far convergere gli sforzi originali ed autentici dei tanti verso un obiettivo comune.
Eppure questa idea esiste, è profondamente radicata nel cuore degli uomini di buona volontà e pertanto non ha un copyright, è di tutti e non è proprietà esclusiva di nessuno. Questa idea esiste ed ha un nome: si chiama distributismo.
Il distributismo in sintesi rappresenta l'applicazione pura e semplice della ragionevolezza e del senso comune all'ambito socio-economico-politico. In base ai principi di equità e giustizia sociale, sostiene che sia buono e giusto che la proprietà privata ed il potere in generale vadano il più possibile diffusi all'interno del corpo sociale, invece che concentratati nelle mani di pochi, siano questi pochi l'elite economica del sistema capitalista od i buorocrati di partito del sistema social-comunista. Il distributismo è una visione quindi nettamente e risolutamente alternativa al social-comunismo ed al liberal-capitalismo, una visione in grado di orientare le scelte e le decisioni in ogni settore della vita pubblica. Nello specifico sostiene che, per realizzare concretamente un'equa distribuzione dal basso di proprietà e potere, è necessario agire secondo quattro direttive principali:
  • orientare l'economia e la politica al benessere ed all'auto-sostentamento reale della famiglia.
  • lavoro e capitale devono essere, là dove possibile, uniti: chi lavora deve essere messo nelle condizioni di diventare proprietario dei mezzi di produzione
  • i lavoratori devono riappropriarsi del potere di partecipare alla decisione di tutte le questioni importanti della propria sfera socio-lavorativa (qualità dei prodotti/servizi forniti, remunerazioni minime e massime, codici di comportamento, assistenza pensionistica e previdenziale e quant'altro). I cittadini vanno quindi aggregati sul territorio secondo i vari comparti lavorativi, in associazioni di rappresentanza caratterizzate da meccanismi di partecipazione basati sulle competenze e la democrazia.
  • Il denaro deve tornare ad essere uno strumento al servizio del bene comune. La proprietà della moneta al momento dell'emissione non potrà pertanto più appartenere al sistema bancario privato, come succede oggi, ma dovrà essere conferita ai cittadini od allo Stato.
Quindi: centralità della famiglia, superamento della divisione tra capitale e lavoro, superamento del sistema partitocratico con redistribuzione dei poteri ai comparti lavorativi, democratizzazione della finanza e della moneta.

Se questi punti fossero posti come l'orizzonte di riferimento di ogni riforma, di ogni cambiamento legislativo, a livello locale o nazionale, le cose potrebbero cambiare davvero e, lungi dal realizzare il paradiso in terra, i sani e naturali desideri di fondo del popolo italiano potrebbero comunque incominciare ad essere soddisfatti.

Purtroppo tutti i vari movimenti e partiti che in questa fase si pongono come “alternativi” mancano della sufficienza chiarezza progettuale e di proposta. Il distributismo è sotteso in qualche modo a molti aspetti delle loro iniziative ma mai compiutamente definito della sua interezza: è inutile continuare a ripetere di voler favorire le piccole e medie aziende contro le multinazionali se non si fanno leggi che in qualche modo penalizzino il grande capitale rispetto alla piccola iniziativa famigliare; è inutile fare queste leggi, se poi non si favorisce l'autonomia economica delle famiglie; è inutile dare il reddito di cittadinanza, se la moneta continua ad essere, nel momento dell'emissione, di proprietà del sistema bancario privato; è inutile ed ipocrita schierarsi contro gli abusi dei partiti, se poi si ignora che il sistema partitico rappresenta lo strumento privilegiato attraverso cui la plutocrazia (cioè il potere dei ricchi) controlla e manovra a piacimento l'attività legislativa, lasciando le famiglie e le persone prive di ogni potere reale; è' inutile ed ipocrita parlare di democrazia, se poi non si propone un sistema realistico e concreto in grado di attuarla. Movimento 5 Stelle, la Lega, Fratelli d'Italia, Sel ed altre formazioni di sinistra stanno cercando di intercettare il malcontento della gente ma in realtà navigano a vista, incapaci di proporre una visione organica e percorribile davvero alternativa.
Non c'è altra via per uscire dalla palude paralizzante in cui l'abbandono del senso comune e della ragionevolezza ci ha condotto: mettere da parte definitivamente social-comunismo e liberal-capitalismo ed aggregare le masse intorno ad un idea in contatto con il reale: il distributismo, che ha un orizzonte universale e non certo nazionalista, è l'unica strada per dare concretezza alle nostre speranze.

Per informazioni distributismomovimento.blogspot.com o movimentodistributista@gmail.com