
Il Movimento Distributista Italiano nasce a Bergamo il 13 novembre 2012 da un gruppo di cittadini sinceramente interessati a rimettere il senso comune, l'adesione al reale e l'uso della retta ragione al centro dell'agire politico, al di là di ogni ideologia e nell'interesse del bene comune. Il Movimento Distributista Italiano affonda le sue radici nel pensiero di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) e Hilaire Belloc (1870-1953).
giovedì 20 dicembre 2018
PRESA DI DISTANZA DALL’ASSOCIAZIONE “SETE DI GIUSTIZIA”
Cari amici e simpatizzanti, come sapete da parecchio tempo è in corso un dialogo tra Movimento Distributista Italiano ed associazione Sete di Giustizia. Tale dialogo ha avuto modo di approfondirsi negli ultimi giorni.
La sua risultante è stata una concorde presa d’atto della distanza notevole tra le proposte ed i contenuti delle due associazioni.
Tale distanza è particolarmente evidente per quanto riguarda la questione monetaria.
Mentre il Movimento Distributista Italiano condivide la critica di Sete di Giustizia verso il denaro-debito prodotto dal sistema bancario, non condivide invece affatto la concezione della proprietà popolare della moneta intesa come diritto inalienabile di ogni singolo cittadino di essere direttamente proprietario della moneta emessa, senza alcuna correlazione con il lavoro svolto o con la corresponsione di beni di uguale valore.
Il distributismo, secondo i prinicipi della ragionevolezza e della retta ragione, ritiene infatti che la moneta è una convenzione il cui scopo principale è favorire lo scambio e la produzione di beni e di servizi. Come tale il denaro non può essere considerata una merce, vendibile con un suo prezzo od addirittura dotata di un interesse che le consente di moltiplicarsi da sola.
La moneta pertanto deve nascere solo ed esclusivamente per far passare il lavoro dalla potenza all’atto e la sua quantità deve mantenersi rigorosamente in rapporto al numero di beni e servizi disponibili. Essa va prodotta dal nulla e priva di debito come un capitale di quegli organismi pubblici che legittimamente ed in maniera trasparente rappresentano i cittadini (comuni, regioni, Stati, gilde o corporazioni di arti e mestieri) e va utilizzata, sotto stretto controllo pubblico, solo ed esclusivamente per finanziare lavori di pubblica utilità (infrastrutture, ospedali, scuole, amministrazione della giustizia, etc), cioè per sviluppare al massimo le potenzialità lavorative della comunità. Una volta emessa e devoluta per finanziare lavori sarà di proprietà del portatore e totalmente priva di debito.
Riteniamo invece incompatibile con il senso comune e con la ragionevolezza, e pertanto con il distributismo, l’ipotesi di distribuire indiscriminatamente a tutti un reddito monetario per il solo fatto di esistere. Ciò infatti rappresenterebbe una distorsione gravissima della naturale funzione monetaria, che non può essere quella di creare presunta ricchezza e di distribuirla ma appunto di favorire lo scambio di beni e di servizi e la loro produzione, cioè la creazione di vera ricchezza. La moneta può infatti servire la comunità reale di uomini e donne se non pretende di sostituirsi al lavoro ed alla natura nel fornire la vera ricchezza. Ciò vorrebbe dire infatti cedere all’impero di Mammona e pretendere magicamente di risolvere tutti i problemi dell’umanità semplicemente creando denaro dal nulla, facendosi in questi simili a Dio.
Come Movimento Distributista Italiano abbiamo inoltre riscontrato uno lontananza sostanziale di Sete di Giustizia da altri punti fondanti per il distributismo: la necessità di unire capitale e lavoro e quindi di giungere alla massima possibile diffusione della proprietà produttiva; la necessità di sostituire la partitocrazia e lo statalismo di qualunque colore con il principio corporativo (gilde o corporazioni di arti e mestieri); la necessità di restituire alla famiglia la sua centralità e la sua autonomia soprattutto dal punto di visto economico-sociale.
Sulla base di quanto sopra, si ritiene pertanto che una collaborazione tra le due associazioni non abbia senso d’essere.
Ringraziamo di cuore gli amici di Sete di Giustizia che con spirito aperto e sincero hanno condiviso con noi questo costruttivo percorso di conoscenza reciproca ed auguriamo a loro ogni bene.
Il Comitato Direttivo del Movimento Distributista Italiano
sabato 1 dicembre 2018
Lavorare 4 giorni su 7
Lavorare 4 giorni alla settimana con la stessa paga di 5: una soluzione a molti problemi!!!
https://www.theguardian.com/business/2018/nov/17/four-day-week-productivity-mcdonnell-labour-tuc
Per informazioni ed adesioni distributismomovimento.blogspot.com
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Conferenza a Milano Movimento Distributista-Popolo della Famiglia
Ecco il link della conferenza di ieri del Movimento Distributista e Popolo della Famiglia, con gli interventi degli esponenti distributisti
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=579695462452776&id=100012369813129
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venerdì 30 novembre 2018
lunedì 29 ottobre 2018
CORPORAZIONI, LIBERTÀ E PROSPERITÀ
Le corporazioni di arti e mestieri, in grado di distribuire concretamente il potere reale dal basso e di evitare quindi il prevalere dei soliti “poteri forti” dall’alto, hanno rappresentato in tutte le culture ed in tutti i tempi l’unico modo sensato di organizzare in maniera partecipata e quindi funzionale ed efficiente la società. La distribuzione del potere porta infatti alla distribuzione della proprietà produttiva e questa alla vera e duratura prosperità economica, contro le tendenze accentratrici e fallimentari di capitalismo e social-comunismo.
Per questo il distributismo è l’unica vera e praticabile alternativa oggi alla gabbia di capitalismo e social-comunismo
mercoledì 17 ottobre 2018
lunedì 15 ottobre 2018
LA PROPOSTA DISTRIBUTISTA
Cari soci,amici e simpatizzanti del Movimento Distributista Italiano,
penso sia chiaro a tutti la gravità della situazione economico-sociale e politica in cui si trova il nostro paese.
La crisi si protrae ormai da 11 anni e moltissime e disparate sono le analisi che sono state fatte, a vari livelli, circa le sue cause e le sue conseguenze.
Dal punto di vista distributista, questa crisi rappresenta l'esito finale di un ideologia fallace ed incongrua: il capitalismo.
L'essenza del capitalismo può essere individuata in un assunto di fondo: è bene che capitale e lavoro siano separati. Da questa matrice di pensiero, ha avuto origine il denaro-debito, un tipo di denaro cioè, unico nella storia, in grado di moltiplicarsi da solo. Il denaro-debito rappresenta infatti un denaro che si svincola da qualsiasi riferimento ad una riserva aurea (15 agosto 1975) per diventare “fiat money”, puro elemento virtuale in grado di auto-prodursi con una digitazione di computer od un tratto di penna (assegno), grazie al meccanismo convenzionale della riserva frazionaria. Si chiama però denaro-debito perchè il sistema bancario ne ha assunto il controllo assoluto e lo emette a costo praticamente zero, solo ed esclusivamente come debito di Stati e cittadini. Da cui l'indebitamento endemico e generalizzato che tutti noi possiamo osservare.
La separazione tra capitale e lavoro si è poi manifestata per quello che è: uno strumento del capitale per trarre vantaggio dal lavoro, creando una massiccia sperequazione nella distribuzione delle risorse e delle ricchezze. Perchè oggi un infermiere, che svolge un ruolo pieno di sacrifici e molto utile alla collettività, riceve uno stipendio che può essere anche di 1000 volte inferiore a quello di un banchiere, di un proprietario di industria o di un possessore di titoli finanziari? La differenza di reddito, di per sè giusta, può essere giustificabile in queste proporzioni? Se ci guardiamo un po' intorno dobbiamo prendere atto che questo fenomeno sta avvenendo a livello planetario: l'1% della popolazione mondiale oggi possiede più ricchezza del rimanente 99%.
Oltre ad essere un dato moralmente riprovevole, questa situazione è anche economicamente insostenibile: solo una ripartizione equilibrata delle risorse consente la stabilità e la prosperità dell'economia, una situazione cioè in cui ci sarà sempre chi può comprare e chi può vendere, e quindi un costante alto numero di scambi commerciali e di servizi.
Il Movimento Distributista Italiano sostiene quindi con convinzione che questa crisi non è una fase transitoria di un sistema di per sé insostituibile chiamato capitalismo ma è la dimostrazione nei fatti della insostenibilità ed estrema incongruenza del capitalismo stesso, che è sopravvissuto nello stato agonico in cui si trova oggi solo grazie all'intervento della mano pubblica, che negli Stati Uniti ed in Inghilterra, Stati capitalistici per definizione, ha evitato qualche anno fa il collasso definitivo.
Ci troviamo quindi nella fase terminale dell'esperienza capitalista. Oggi il potere reale non è più nelle mani del potere politico istituzionale bensì in quelle del sistema finanziario nazionale ed internazionale – le banche -, che, attraverso il monopolio assoluto della gestione degli strumenti monetari, di fatto decidono le sorti di intere nazioni facendo leva su fattori prettamente finanziari. Non è un caso che nel momento in cui scriviamo la sorte delle nazioni europee sembra decisamente più dipendere dalle decisioni arbitrarie ed assolutamente insindacabili di un banchiere, governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ex consulente della banca d'affari internazionale Goldman Sachs, piuttosto che dei politici democraticamente eletti durante le recenti elezioni europee.
Che fare dunque?
La strada che il Movimento Distributista Italiano propone è molto semplice:
⁃ mettere fine allo strapotere del mondo finanziario sull'economia reale e sulla politica, restituendo allo Stato ed ai cittadini la proprietà del denaro al momento dell'emissione. In questo modo la moneta tornerà ad essere uno strumento al servizio dell'economia e del bene comune, ristabilendo un ordine naturale che il denaro-debito bancario ha progressivamente sovvertito a partire dal XVII sec.. Gli organismi politici, democraticamente eletti solo allora si potranno riappropriare dell'autorità e del potere di sviluppare un politica economica in grado di arrecare benessere e prosperità alla comunità dei popoli.
⁃ implementare il più possibile, nel rispetto della reale libertà di mercato e dello spirito di iniziativa individuale, la riunione tra capitale e lavoro, in modo che chi lavora sia messo nelle condizioni, dove possibile, di diventare proprietario dei mezzi di produzione. In questo modo la proprietà privata, pilastro del benessere dei cittadini, sarà distribuita naturalmente in maniera più equa, favorendo prosperità e stabilità economica ed il lavoro tornerà ad essere uno strumento al servizio dello sviluppo umano.
⁃ Implementare il più possibile il potere decisionale delle singole categorie lavorative rispetto alle questioni economico-sociali più importanti che le riguardano (tassazione, sistema previdenziale-pensionistico, formazione), incrementando la partecipazione diretta della persone alle scelte fondamentali della loro vita socio-lavorativa (creazione di comparti lavorativi secondo il principio corporativo applicato dal basso).
⁃ Implementare l'autonomia economico-finanziaria della famiglia, attraverso per esempio un reddito di cittadinanza ed un reddito per il lavoro delle casalinghe.
Abolizione del denaro-debito bancario ed introduzione della proprietà popolare della moneta, legislazione distributista che favorisca l'unione tra capitale e lavoro e la creazione di comparti socio-lavorativi di settore che decidano tutte le questioni più importanti della sfera socio-lavorativa, incremento dell'autonomia economica delle famiglie:
sono queste le quattro direttive verso cui si indirizza la proposta distributista, proposte basate sulla ragionevolezza ed il senso comune e come tali prive di qualsiasi connotazione ideologica.
Utopico, potrebbe dire qualcuno? Esattamente l'opposto, diciamo noi. Etimologicamente “utopia” vuol dire “non luogo”. Come già diceva J.K.Chesterton nel 1917, l'”utopia”, cioè il “non luogo”, è quella dei banchieri usurai, che sono riusciti, con strumenti convenzionali privi di logica e di senso comune, a creare un mondo artificiale staccato dalla realtà, in cui l'ordine naturale delle cose si ' rovesciato e l'uomo si è ritrovato asservito dell'economia, l'economia asservita al denaro.
E' proprio il ritorno al reale ed alla ragionevolezza invece che ci può aiutare a superare questa follia sociale ed economica chiamata capitalismo, una follia che ci rende schiavi e da cui ci dobbiamo liberare.
Per ulteriori informazioni:
distributismomovimento.blogspot.com
movimentodistributista@gmail.com
sabato 13 ottobre 2018
venerdì 12 ottobre 2018
mercoledì 10 ottobre 2018
sabato 6 ottobre 2018
DISTRIBUTISMO: UN NUOVO PARADIGMA BASATO SUL SENSO COMUNE OLTRE LO STATO SERVILE
Nel 1962 il filosofo americano Thomas Kuhn diede alle stampe un libro molto importante: “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”. In esso sosteneva che la scienza, contrariamente a quanto si pensa, non procede in maniera lineare ma per cambi di paradigma in grado di introdurre nuove visioni della realtà, sulla base dei quali si sviluppano poi tutta una mole di nuove ricerche, progetti e scoperte.
E’ evidente che tale visione si può applicare tale e quale alla storia.
Viviamo infatti oggi in una fase in cui il paradigma dominante – l’alleanza tra capitalismo e social-comunismo o, in termini più semplici, tra grande capitale e grande Stato – sta mostrando ormai da secoli la sua totale inconsistenza, tanto che il concetto di “crisi” è ormai diffuso in tutti gli ambiti dell’agire sociale: morale, economia, finanza e politica.
Tale paradigma infatti, secondo il distributismo, si basa su fondamenta per così dire metafisiche del tutto incongrue e fallaci, non in grado di cogliere adeguatamente il reale.
La premessa metafisica di fondo del capitalismo è infatti l’avarizia, cioè che sia buono e giusto dare il via libera totale allo sfrenato desiderio di accumulare beni e risorse, mentre quello del social-comunismo è l’invidia, cioè l’odio livellatore per tutto ciò che si distingue in meglio rispetto a sé. La loro alleanza deriva dal ritrovarsi entrambi intorno al principio della separazione tra capitale e lavoro ed alla concentrazione di proprietà e potere nelle mani di pochi: per il capitalismo questi pochi sono i capitalisti, per il social-comunismo i burocrati di Stato. Ecco quindi che lo Stato servile, cioè il sistema in cui l’oligarchia finanziaria mantiene il potere reale attraverso il grande Stato e domina su una massa di servi tutti uguali, rappresenta l’esito ultimo di tale processo, come aveva profetizzato il distributista Hilaire Belloc nel 1911 nel libro ononimo “Lo Stato Servile”.
Un cambiamento quindi a questo punto non può certo avvenire con qualche timida riforma o qualche sporadico ed isolato tentativo ma solo con un cambio netto di paradigma, un cambio netto del modo di intendere l’economia, la politica, la finanza, la moneta.
Ecco che quindi il pensiero di Thomas Kuhn torna attuale.
Il problema è: quale può essere questo nuovo paradigma?
Innanzitutto dovrà essere un paradigma le cui fondamenta siano solide e ben radicate nel reale: non quindi avarizia od invidia alla sua base ma il sano senso comune e la ragionevolezza, che dal punto di vista economico-sociale e politico non può altro che trasformarsi nei principi di giustizia sociale, equità, bene comune, sussidiarietà e solidarietà. Così, rispetto alla questione centrale del rapporto tra capitale e lavoro, non separazione tra questi due fattori ma unione; non accumulazione del capitale e della proprietà nelle mani di pochi ma massima possibile diffusione della proprietà produttiva secondo i meriti e le competenze di ciascuno. Non quindi libertà assoluta di accumulare con tutti i mezzi beni e risorse, ma regolamentazione condivisa e partecipata del mercato secondo norme e codici comportamentali che assicurino il rispetto della giustizia e dell’equilibrio sociale. Non devono essere associazioni elitarie, lontane, anti-democratiche quali l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Trilateral Commission, il Council for Foreign Relationship, il Gruppo Builderberg, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale della Salute, popolate da banchieri e multinazionali, a decidere le regole che caratterizzano la vita dei cittadini ma devono essere i cittadini stessi, raggruppati secondo la loro naturale funzione lavorativa. Dal punto di vista politico quindi non espropriazione dei poteri reali dei cittadini e loro confluenza nelle mani di burocrati o politici incompetenti o di associazioni anonime sovra-nazionali ma aggregazione dei cittadini per comparti lavorativi e restituzione a loro della maggior parte di tali poteri reali: nulla di nuovo, si tratta del millenario principio corporativo, che riconosce la priorità della famiglia e dei corpi sociali naturali rispetto allo Stato. La società in sintesi non è un aggregato di atomi gestito da un potere centrale ma un corpo vivo che agisce, con funzioni e ruoli diversi e specifici, in vista di un bene comune.
Non più denaro come proprietà esclusiva di un settore sociale limitato – i banchieri – emesso come debito di Stati e cittadini, ma denaro emesso come proprietà dei cittadini stessi e quindi libero dal peso artificiale e mortifero del debito. Non più inoltre denaro-merce, con un suo costo – il tasso di interesse – che intossica e distrugge l’economia reale attraverso lo sfruttamento e la speculazione invece che servirla ma denaro libero da interesse, inteso come strumento indirizzato al bene comune, all’incremento dello scambio di beni e servizi.
Centralità della famiglia naturale; unione di capitale e lavoro e massima diffusione della proprietà produttiva; superamento del sistema partitocratico e reintroduzione del principio corporativo; eliminazione del denaro-debito bancario ed introduzione di una moneta al servizio del bene comune: sono questi i punti essenziali di quello che si presenta come un unico e coeso paradigma in grado di porsi come alternativa valida e coerente allo Stato servile, cioè all’alleanza di capitalismo e social-comunismo.
Questo paradigma si chiama distributismo ed ha in se le potenzialità per finalmente unire il popolo italiano al di là ed oltre ogni sterile divisione partitica, sulla base del senso comune e della ragionevolezza che sono già patrimonio acquisito di tutti.
Il Movimento Distributista Italiano si pone pertanto come il contenitore in cui unire ed aggregare intorno a contenuti chiari ed incontrovertibili tutte le forze sane della nazione.
Per informazioni ed adesioni distributismomovimento.blogspot.com
venerdì 5 ottobre 2018
LA MANOVRA FINANZIARIA DISTRIBUTISTA
Per prima cosa va chiarito che non è possibile approvare alcuna manovra finanziaria se lo strumento finanziario o monetario che si usa non è in grado di assolvere la sua funzione di essere un mezzo al servizio del bene comune.
Priorità assoluta è pertanto il varo di una norma che sancisca la proprietà popolare della moneta, che i cittadini cioè, e non le banche, siano i depositari della proprietà monetaria al momento dell’emissione. A tal fine è necessario che lo Stato emetta una nuova moneta nazionale priva di debito e di ogni interesse, attribuendone la proprietà ai cittadini tramite un conto corrente. Non quindi una moneta-merce in grado di stravolgere ed affossare, con la speculazione, l’assetto economico-sociale, ma una moneta-mezzo di scambio al servizio della produttività. Ciò metterà definitivamente fine alla ingiusta ed artificiale spirale de debito pubblico e privato.
Come secondo passo, il governo dovrà coordinare la raccolta, da parte di tutte le istituzioni locali (comuni, province, regioni) delle iniziative produttive (beni e servizi) considerati indispensabili al miglioramento delle condizioni reali dei cittadini (infrastrutture, edilizia scolastica, dissesto idrogeologico, rischio sismico, fornitura di cure medico-sanitarie, gestione della giustizia, carceri, ricerca universitaria, conservazione dei beni naturali ed artistici del territorio, sviluppo tecnologico ed energetico, solo per citare alcuni esempi). Tutti i cittadini, aggregati per comparti socio-lavorativi specifici, avranno la possibilità di partecipare a tale stesura, in modo da utilizzare al massimo le competenze e le capacità reali della nazione, ad di là di ogni divisione partitica. Tali progetti, elaborati dalla società civile con la supervisione esterna degli enti pubblici, previa verifica della loro effettiva utilità, verranno poi finanziati con il nuovo strumento monetario-finanziario privo di debito dalle stesse istituzioni locali.
Per quanto riguarda il debito pubblico esistente, verrà effettuata un’analisi dettagliata della sua effettiva utilità per gli interessi della nazione e qualora venisse dimostrato che, a causa della precedente mancanza di sovranità monetaria, esso abbia costituito una necessità imposta, con effetti dannosi e perniciosi sul benessere della nazione, piuttosto che una libera scelta, esso verrà considerato “detestabile” e pertanto, secondo le correnti leggi del diritto internazionale, annullato.
Ogni tassa sul lavoro dovrà essere totalmente abolita e l’unica forma di tassazione ammessa sarà quella legata al possesso della nuda proprietà terriera non produttiva e sull’utilizzo delle risorse naturali limitate che appartengono a tutti. La tassazione potrà anche essere utilizzata per controllare la massa monetaria in circolazione ed evitare fenomeni inflattivi.
Tale programma è assolutamente fattibile e realizzabile, in quanto rappresenta solamente l’estensione all’ambito economico, politico e sociale del senso comune e della ragionevolezza che alberga dentro ognuno di noi.
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venerdì 14 settembre 2018
LA FRODE DEL DENARO-DEBITO
https://youtu.be/eJETJSME9ro
Ecco un’autorevolissimo economista, il Prof Richard Werner, con cui il Movimento Distributista Italiano sta avviando una collaborazione, che spiega in termini tecnici la frode del denaro-debito.
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lunedì 30 luglio 2018
L’APOSTASIA POLITICA DEL PARTITO DEMOCRAZIA CRISTIANA
“Apostasia politica” è il termine con cui Pasquale Pennisi, sulle pagine de “Il Popolo di Roma” del 28 novembre 1950, indica quello che secondo lui era la posizione del partito Democrazia Cristiana rispetto agli insegnamenti della Scuola Sociale Cattolica.
La sua tesi è molto semplice: i maggiorenti del partito scudocrociato, durante gli anni della loro fuoriuscita in Francia a causa del regime fascista, furono fortemente influenzati dal pensiero dei “catholique de guache”, a loro volta influenzati dal pensiero di Marx e di Rousseau, ed in questo modo diluirono molto, fino ad abbondonare sostanzialmente, il riferimento alla tradizione del pensiero sociale cattolico, ed in particolare al corporativismo, che ne costituiva la struttura portante.
Così quando, con le elezioni dell’aprile 1948, la Democrazia Cristiana di Alcide de Gasperi ottenne dal popolo italiano, raccolto anche nei Comitati Civici di Luigi Gedda, un consenso plebiscitario e la maggioranza assoluta, invece che utilizzare tale mandato per portare avanti ed applicare nei fatti il corporativismo della Dottrina Sociale della Chiesa, alleandosi con i missini ed i monarchici, la Democrazia Cristiana preferì tenere le porte aperte verso i partiti massonici (repubblicani) e socialisti, tradendo le attese del popolo italiano ed operando una sorta di apostasia politica verso la Dottrina Sociale della Chiesa.
Alla luce degli eventi dei successivi 70 anni, non si può non dare ragione alla tesi di Pasquale Pennisi, espressa nel lontano 1950: le cause del fallimento della DC vanno rinvenute nella sua apostasia politica dalle radici del pensiero sociale cattolico, dalla presa di distanza cioè da quel Logos da cui la realtà stessa dipende e che in grado di illuminare e portare a compimento la ragione umana applicata alla politica ed all’economia.
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sabato 9 giugno 2018
LA PERNICIOSA ALLEANZA TRA GRANDE FINANZA (CAPITALISMO) E GRANDE STATO (SOCIAL-COMUNISMO) E LA SOLUZONE DEL DISTRIBUTISMO
DI fronte alla sperequazione nella ripartizione della
proprietà i capitalisti rimangono indifferenti appellandosi alla mano invisibile
del mercato, i social-comunisti vorrebbero togliere ai ricchi per dare ai
poveri attraverso lo Stato, bloccando la libera iniziativa e concentrando nello
Stato ogni potere. Recentemente l’alleanza tra capitalismo e social-comunismo ha
dato luogo allo Stato Servile, all’unione cioè tra grande Stato e grande
finanza nel garantire da una parte il predominio dell’oligarchia finanziaria, dall’altra
un controllo sempre più pervasivo dello Stato con la riduzione dei cittadini in
una condizione a tutti gli effetti servile.
Né capitalismo né social-comunismo però pensano alla
soluzione più semplice e lapalissiana: unire capitale e lavoro, favorire cioè
dal basso la massima diffusione possibile della proprietà produttiva.
Questa è, in sintesi, la vera e semplice novità portata dal
distributismo, basata sul buon senso e la ragionevolezza.
Per informazioni ed adesioni
distributismomovimento.blogspot.com
lunedì 4 giugno 2018
SIAMO OSTAGGI DELLA FINANZA SPECULATIVA INTERNAZIONALE E NESSUNO LO DICE
Non so se vi ricordate il vecchio
mito della caverna di Platone: secondo tale racconto gli uomini vivrebbero
incatenati in una caverna, costretti a vedere le ombre degli oggetti reali
proiettati sul fondo della caverna stessa e scambiando per realtà tali ombre,
impossibilitati a volgere lo sguardo in direzione opposta, cioè verso il sole e
la verità.
Ecco, dopo aver letto un interessantissimo
e documentatissimo quanto chiaro articolo apparso ieri sul giornale irlandese
Sunday Indipedent, a firma di Paul Sommerville (https://www.independent.ie/business/world/the-markets-will-bite-back-against-ecb-dinosaurs-36972008.html),
il mio pensiero è corso immediatamente a tale reminiscenza degli studi
umanistici, capace, con una sola immagine, di rendere bene lo stato attuale
delle cose.
Il giornalista irlandese infatti,
dalla sua posizione di osservatore esterno delle vicende italiane, snocciola
una serie di dati e di numeri che consentono di avere un quadro molto chiaro di
quello che sta succedendo.
Sommerville incomincia con l’esprimere
una certa preoccupazione per la stabilità finanziaria della Germania, dicendo
che la Deutsche Bank naviga in acque piuttosto precarie. Tale banca detiene
infatti nella sua pancia ben 50.000 miliardi di euro in derivati – una cifra 21
volte superiore al debito pubblico italiano! - acquistati nel tentativo di
realizzare facili profitti speculativi ma rivelatisi adesso un fattore di
enorme vulnerabilità. Questo spiega perché alla fine del 2016 sembrò
addirittura che la Deutsche Bank fosse sull’orlo del fallimento, fallimento
evitato solo grazie ad una serie di operazioni di ricapitalizzazione sui
mercati.
Il giornalista continua con l’osservare
che la maggior parte del debito pubblico italiano è posseduto non certo dalle
famiglie del bel paese ed europee ma dalle grandi banche e dalle grandi
istituzioni finanziarie, soprattutto tedesche e francesi: il 20% è posseduto
dalla Banca Centrale Europea, il 35% da “investitori finanziari stranieri” e il
41% da istituzioni finanziarie italiane. La sua preoccupazione aumenta quando
riferisce che anche il settore finanziario irlandese, soprattutto fondi
pensione, possiede quantità non indifferenti del debito pubblico italiano.
Summerville quindi si sofferma
sul ruolo della BCE in questo delicato momento. Riporta che il suo ruolo è stato quello di creare denaro “out of thin air”,
cioè “dal nulla”, con cui comprare, tra le altre cose, titoli del debito
italiano in modo da evitare il fallimento del nostro Stato. Questo in sostanza
è il famoso “Quantitative Easing”, non altro. La cifra che Draghi ha finora creato
dal nulla è di circa 4500 miliardi di euro, cioè circa il 40% dell’intero PIL
europeo! Il fallimento dello Stato italiano, abbiamo visto, è considerato una
terribile evenienza non tanto per le eventuali e tutte discutibili conseguenze
negative su noi cittadini ma perché creerebbe un crollo dell’intero precario
sistema finanziario europeo, descritto al momento con l’aggettivo “zombified”, “zombificato”.
L’articolista cita poi i due
principali partiti italiani – Lega e 5Stelle – ed il ruolo che hanno in questo frangente:
di fronte al fallimento totale della politica economica europea queste due
forze – secondo Sommerville – non hanno fatto altro che raccogliere il
comprensibile disagio della popolazione. Ora andranno a premere in Europa per
chiedere un alt alla politica di austerity e se dovessero ricevere un no è
probabile che inneschino una crisi del sistema finanziario europeo così come lo
conosciamo. Per questo oggi tutti gli occhi sono puntati sul nostro paese.
Ricapitoliamo quindi:
parallelamente all’economia reale – noi persone normali che ci alziamo ogni
giorno per andare al lavoro, chi ce l’ha, e contribuire con la produzione di
beni e servizi al bene comune – esiste un altro mondo, del tutto virtuale ed
invisibile, quello del denaro e della finanza, che si trova in una condizione
di estrema precarietà e fragilità. Tale mondo è controllato da pochi attori,
coloro che hanno il monopolio totale dell’emissione monetaria, cioè banche
centrali e, soprattutto, banche commerciali. Ricordiamo infatti che solo il 3%
del denaro esistente viene creato dalle banche centrali mentre il rimanente 97%
viene creato appunto dalle banche commerciali tramite il meccanismo della
riserva frazionaria. Questo spiega perché la maggior parte di quei 4500 miliardi
di euro creati dal nulla da Draghi sono finiti a tasso praticamente zero nella
pancia delle banche, che li hanno utilizzati per stabilizzare i loro bilanci,
dissennati dopo anni di speculazione fallimentare, e ricominciare ad indebitare
la gente a tassi compresi tra il 3% ed il 12%.
Da questo scenario oggettivo
emerge che i bilanci degli Stati sono appesi ad un filo tenuto nelle mani dei
grandi banchieri, i quali non rispondono a nessuno, tanto meno ai cittadini, e potrebbero,
con una digitazione di computer, come hanno già fatto, vendere od acquistare i
titoli pubblici dei vari Stati, determinandone la rovina o l’ascesa.
Tale sistema decisamente perverso
non si è creato dal nulla. Impossibile qui esporne in maniera esauriente la storia,
menzionerò solo due tappe principali:
1) 27
luglio 1694: creazione della Banca d’Inghilterra. Banchieri privati,
imprestando al re Guglielmo d’Orange 1 milione di sterline in oro, ottengono il
privilegio di far diventare la moneta cartacea da loro prodotta moneta a corso
legale. Da allora la sterlina diventò un debito dello Stato inglese e dei
cittadini verso il sistema bancario privato e lo Stato inglese non riuscì più a
liberarsi dal debito pubblico.
2) 23
dicembre 1913: dopo secoli di lotte con il potere politico, il sistema bancario
riesce a creare negli Stati Uniti la Federal Reserve, una banca posseduta da
privati con il monopolio dell’emissione monetaria, sul modello della Banca d’Inghilterra
Alcune riflessioni si impongono
di fronte a questo scenario:
- quale
potere effettivo ha la politica oggi di incidere in maniera libera ed autonoma
sulle nostre vite, se ogni decisione importante viene assunta in totale autonomia
dai banchieri?
- Perché
i nostri politici non affrontano direttamente questo tema centrale e
sostanziale, che ha enormi ripercussioni dirette sulle nostre vite ed impedisce
lo sviluppo di un’economia prospera e stabile, generando anche l’incredibile
disparità sociale che abbiano sotto i nostri occhi?
- Perché
i nostri valenti giornalisti più in vista – penso ai vari Enrico Mentana, Corrado
Formigli, Lilly Gruber, Bruno Vespa, Bianca Berlinguer, Giovanni Floris, Lucia
Annunziata solo per citarne alcuni – non utilizzano i mezzi a loro disposizione
per informare gli italiani su questa realtà, facendo dei servizi che spieghino
nel dettaglio quanto sta accadendo e soprattutto il semplice meccanismo sotteso
a tutto il mondo finanziario, cioè il denaro-debito?
Come distributisti, una risposta
parziale a queste domande l’abbiamo: perché il ceto dirigente italiano ed
europeo oggi è succube rispetto al potere dei banchieri e viene anzi
attentamente selezionato all’interno di Think Thank, associazioni
apparentemente filantropiche finanziate e organizzate da quegli stessi
banchieri che detengono il potere reale. Basta pensare ad associazioni quali il
Gruppo Builderberg, l’Aspen Institute, il Club di Roma, l’Open Society, creati
direttamente od indirettametne dalla grande finanza dei vari Rothschild,
Rockefeller, Soros. Solo un esempio, l’Aspen Institute (https://en.wikipedia.org/wiki/Aspen_Institute).
Fondato nel 1949 a Washington,
esso è finanziato principalmente dalla Carnegie Foundation e dal Rockefeller
Brothers Fund. Il suo scopo ufficioso è
quello di essere “forum” per una leadership basata sui valori e lo scambio di
idee” (https://en.wikipedia.org/wiki/Aspen_Institute). L’Aspen Institute è
diffuso praticamente in tutto il mondo. Nel Comitato Esecutivo dell’Aspen
Institute Italia risultano tra gli altri (http://www.aspeninstitute.it/istituto/comunita-aspen/comitato-esecutivo):
Luigi Abete, Giuliano Amato, Sergio Berlinguer, Gianni De Michelis, Franco
Frattini, Gianni Letta, Emma Marcegaglia, Paolo Mieli, Mario Monti, Lorenzo
Ornaghi, Romano Prodi, Francesco Profumo, Cesare Romiti, Carlo Scognamiglio, Marco
Tronchetti Provera. L’attuale presidente è Giulio Tremonti, uno dei
vice-presidenti Paolo Savona. Lucia Annunziata è il direttore responsabile di
Aspenia, la rivista ufficiale dell’associazione.
Che fare dunque?
Il distributismo ha le idee ben
chiare. Per prima cosa va informata l’opinione pubblica riguardo allo stato
attuale delle cose. Bisogna uscire dalla caverna di Platone ed incominciare a
guardare in faccia la realtà così com’è. Non ne deve uscire un gruppo sparuto
di intellettuali ma tutto il popolo.
In secondo luogo bisogno creare
una classe dirigente che, sulla base di questi dati, sia in grado di proporre
una visione totalmente alternativa ed una radicale riforma del sistema
monetario-finanziario, in modo che la politica ritorni ad avere quei poteri che
le consentano di perseguire il bene comune senza sottostare ai diktat dei
banchieri e si possa ristabilire un minimo di equità, giustizia sociale e prosperità
economica. Questa “pars costruens” è la vocazione principale del distributismo
e quattro sono i pilastri della sua visione:
1) famiglia
tradizionale al centro dello sviluppo economico-sociale
2) unione
di capitale e lavoro e massima diffusione della proprietà produttiva
3) restituzione
di potere reale alla gente attraverso aggregazioni per comparto lavorativo
(gilde o corporazioni di arti e mestieri), contro la partitocrazia
4) Denaro
libero da debito e di proprietà dei cittadini al momento dell’emissione
La strada per uscire da questa
specie di incubo in cui siamo finiti quindi c’è, è semplice, ragionevole,
lineare.
Sta a noi imboccarla senza
esitazione, nella convinzione che non si tratta altro che di intercettare il
reale, subordinando al bene comune la finanza ed il denaro.
Per informazioni ed adesioni
distributismomovimento.blogspot.com
sabato 2 giugno 2018
AMBIGUITA' DEL SOVRANISMO E NECESSITA' DEL DISTRIBUTISMO
Oggigiorno sembra che lo scontro principale sulla scena
politica sia quello tra sovranismo e globalismo. Certamente in ciò c’è qualcosa
di vero ma il discorso rischia di essere un po' riduttivo.
Per sovranismo si intende infatti la tendenza a non cedere
ulteriori poteri ad entità sovra-nazionali ed a riconvogliare tali poteri entro
una dimensione nazionale.
In questo senso il sovranismo rappresenterebbe una mera
reazione di resistenza ad un fenomeno in corso ed un desiderio di tornare al
modus vivendi precedente.
Il modus vivendi precedente però non si qualificava affatto
per una condizione di reale sovranità popolare ma per il dominio a livello
nazionale di quelle elitè economio-finanziarie che adesso vorrebbero dominare a
livello sovra-nazionale.
L’esempio più eclatante è quello delle banche: c’è poca
differenza tra una banca centrale italiana che stampa denaro come debito di
Stati e cittadini ed una Banca Centrale Europea che attua lo stesso meccanismo
da Bruxelles. In ambedue in casi la proprietà del denaro al momento dell’emissione
rimane in mano ai banchieri e non ai cittadini od agli Stati, i quali banchieri
rimangono sempre e comunque in grado di condizionare ogni aspetto della vita della
comunità, politica in primis.
Ancora: se una nazione rimane “sovrana” ma al suo interno
non si attua una politica che punti alla massima possibile diffusione della proprietà
produttiva e si avvantaggiano come al solito le grandi multinazionali ed il
grande business speculativo, fa poca differenza se il potere reale sia in mano
a dei burocrati europei od a dei burocrati autoctoni.
Ciò che va in primo luogo capito è che se si vuole parlare
di sovranità popolare non si può prescindere da quattro fattori:
la centralità economico-sociale della famiglia tradizionale,
la proprietà popolare della moneta al momento dell’emissione, la massima
possibile diffusione della proprietà produttiva e la restituzione dei poteri
reali alla gente attraverso le gilde o corporazioni di arti e mestieri. Sono
questi i quattro punti che costituiscono il cardine del pensiero distributista,
decisamente alternativo a capitalismo e social-comunismo.
Paradossalmente, se l’Unione Europea cambiasse politica ed
attuasse rigorosamente e in maniera coerente questi quattro punti, cioè attuasse una politica distributista, potrebbe
contribuire all’aumento della sovranità popolare meglio che un governo
nazionale ad orientamento capitalista o social-comunista.
Attenzione quindi ai termini: distributismo si, sempre e
comunque, sovranismo si, ma solo a certe
condizioni.
Per informazioni ed adesioni
distributismomovimento.blogspot.com
martedì 29 maggio 2018
COMUNICATO MOVIMENTO DISTRIBUTISTA ITALIANO
In relazione a quanto accaduto in data 28 maggio 2018 - il fallimento
del tentativo di formare un governo a causa del veto opposto dal
Presidente della Repubblica alla nomina di un ministro per ragioni di
ordine squisitamente politico - il Movimento Distributista Italiano
esprime tutta la sua preoccupazione per quella che consideriamo
un’ingerenza indebita della massima autorità dello Stato ed un attentato
alla possibilità di esercitare la democrazia nel nostro paese.
Il Comitato Direttivo del Movimento Distributista Italiano (MODIT)
sabato 26 maggio 2018
ABORTO ED OLIGARCHIA FINANZIARIA
Solo un cieco può affermare che dietro l'ennesima vittoria del fronte abortista – la vittoria del si nel referendum irlandese – non ci sia l'oligarchia finanziaria. Tutte le grandi agenzie della finanzia internazionale – Council of Foreign Relationship, Royal Istitute of Accademic Affairs, Club di Roma, Gruppo Builderberg, Aspen Istitute – per non palare delle grandi banche d'affari (gruppo Rothschilds, Shiff, Morgan, Rochefeller, Goldman Sachs, City Group) e dei magnanimi filantropi (George Soros con la Open Society), si sono sempre schierati entusiasticamente contro la famiglia naturale, prima abbattendo il matrimonio attraverso il divorzio e poi attaccando quella che è la relazione fondante e più sacra tra esseri umani, quella tra madre e bambino, attraverso l'aborto.
Dalla loro parte hanno ovviamente la stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa, da loro posseduti. Con la forza del denaro, come è evidente, controllano la scena politica internazionale e dei singoli Stati, a cominciare dagli Stati Uniti, in cui i principali finanziatori di entrambi gli schieramenti partitici sono appunto le banche.
Lo stesso avviene da secoli in Italia, colonia periferica dell'impero, a partire dal “glorioso” risorgimento, finanziato dalla massoneria e dal capitalismo inglese, per continuare con la più recente svendita del patrimonio pubblico (governi Ciampi ed Amato dal 1992 in poi), fino alle ingerenze dirette della Banca Centrale Europea nelle nostre vicende (lettera della BCE all'Italia del 5 agosto 2011) ed ai veti in atto sulla scelta dei ministri del nuovo governo.
Di fronte a tutto ciò le gerarchie del mondo cattolico, a differenza del popolo cattolico, sembrano in grado di emettere solo qualche sterile e flebile vagito di protesta, ma appaiono del tutto inadeguate nel denunciare a chiare lettere il perverso meccanismo in atto.
La questione infatti non ci gioca meramente sul piano ideologico ma sul quello del potere.
Attraverso il monopolio assoluto dell'emissione monetaria – iniziata con la fondazione della Banca d'Inghilterra nel lontano 27 luglio 1694 - la grande finanza è riuscita ad imporre progressivamente il proprio controllo sulla politica e sui mezzi di comunicazione, di fatto assoggettando l'intera umanità al suo dominio.
Non è una cosa complicata da capire e praticamente infinite sono le evidenze, i dati storici, sociologici, economici, finanziari che supportano tale tesi.
Il mondo cattolico dunque è chiamato in questa delicata fase storica ha prendere decisioni importanti: o cedere alla tentazione di Pilato, lavandosi le mani di fronte a quanto sta accadendo per pura codardia, o, seguendo il suo Fondatore, incominciare davvero a dire la verità tutta intera, sapendo che solo la Verità potrà davvero restituire all'umanità quella libertà che oggi sembra irrimediabilmente persa.
Per informazioni ed adesioni distributismomovimento.blogspot.com
mercoledì 23 maggio 2018
TASSE E SENSO COMUNE
Che senso hanno le tasse? E soprattutto, chi e cosa è giusto tassare per incrementare l’equità e l’equilibrio economico-sociale?
Il distributismo non ha dubbi: andrebbero tassate solo le rendite improduttive, cioè quelle che derivano non dal lavoro o dal l’investimento in attività produttive di capitale ma solo dal semplice e mero possesso di un bene. Per esempio: il possesso della nuda proprietà della terra, non degli usi produttivi che di essa se ne fa; la rendita finanziaria, che deriva dall’imprestare denaro senza nessuna compartecipazione ai rischi d’impresa; qualsiasi forma di rendita aggiuntiva che rappesenti uno squilibrio eccessivo tra i costi effettivi di un’impresa economica ed i suoi utili; la rendita da esternalizzazione, cioè lo scaricare su agenti esterni all’iniziativa economica i costi della produttiva (ad esempio l’utilizzo delle infrastrutture di trasporto gratis da parte delle grandi multinazionali, che influisce come un fattore di concorrenza sleale nei confronti delle piccole imprese locali e scarica i relativi costi sulla comunità; altro esempio di esternalizzazione dei costi è l’inquinamento prodotto in special modo dalle grandi aziende, che incide in maniera fortemente negativa sulla disponibilità di risorse naturali di proprietà della comunità, quali l’aria e l’acqua).
Lo Stato distributista abolirebbe invece ogni tassa su ciò che è invece il fattore trainante di ogni sana economia, cioè la produzione di beni e servizi. Ogni tassa sul lavoro e sulla remunerazione che dal lavoro derivano andrebbe cancellata.
L’articolo di seguito riportato affronta nel dettaglio come si potrebbe concretamente procedere e come tutto ciò sia già in parte attuato in diversi contesti.
Per informazioni ed adesioni distributismomovimento.blogspot.com
http://distributism.blogspot.com/2009/01/chapter-xv-taxes-economic-rent-and.html
http://distributism.blogspot.com/2009/01/chapter-xv-taxes-economic-rent-and.html
sabato 5 maggio 2018
IL LIBERALISMO PARTITOCRATICO E LA DISTANZA TRA STATO E CITTADINI
La concezione liberale dello Stato, che
ha portato alla partitocrazia, implica una rigida seperazione tra
Stato e cittadino, per cui il cittadino stessa delega in toto il
proprio potere legislativo ed esecutivo a qualcun altro, il
parlamentare, ben lontano da lui e facilmente influenzabile dai
poteri finanziari. Il parlmentare infatti per affermarsi non ha
bisogno di particolari competenze tecniche o prosessionali ma solo di
una discreta ars oratoria e di sufficienti fondi per finanziare la
propria campagna elettorale: i contenuti sono una variabile
dipendente che possono cambiare a secondo delle circostanze e delle
convenienze.
Il liberalismo partitocratico ha così
portato ad una progressiva deriva della classe politica, con la
conseguenza che il distacco tra popolazione e politica si è fatto
sempre più marcato.
Che fare quindi?
Semplice: tornare al senso comune. Chi
l'ha detto che Stato e cittadini devono essere così separati? Non è
possibile per esempio che le persone si aggreghino per funzione
lavorativa, al di là di ogni divisione di classe, ed in base ai
meriti ed alle competenze, venga a loro conferiti una serie di poteri
legislativi ed esecutivi, legati ai loro ambiti e con una
supervisione per centrale solo per verificare che non si è esca dai
parametri del bene comune? In questo modo i cittadini non potrebbero
sentirsi lontano dallo Stato perchè sarebbero essi stessi lo Stato.
Questo principio, che ci chiama principio corporativo, è vecchio
quanto l'uomo, è basato appunto sul senso comune e su una concezione
organica della società e non meccanicistica, come quella invece di
Rousseau basata sulla presunta “volontà generale” di cui lo
Stato si dovrebbe fare interpretere, con tutte le derive totalitarie
che ne conseguono.
Il distristributismo ritiene fermamente
che il principio corporativo sia la soluzione valida per risolvere i
principali problemi politici, economici e sociali del XXI, integrando
in maniera armonica i principi democratici con quelli basati sulle
competenze e le capacità reali, che evidentemente democratici non
possono essere ma sono fondati sul naturale principio di gerarchia.
Il distributismo ritiene anche comunque
che il principio corporativo, pur essendo necessario non è tuttavia
sufficiente. Ad esso vanno aggiunti altri tre punti essenziali:
- la centralità economico-sociale della famiglia tradizionale
- l'unione tra capitale e lavoro e la massima possibile diffusione della proprietà produttiva
- un denaro libero da debito e che nasca di proprietà diretta dei cittadini.
Per informazioni ed adesioni:
distributismomovimento.blogspot.com
sabato 7 aprile 2018
LA FALSA DEMOCRAZIA DEL SISTEMA POLITICO ATTUALE
Le elezioni sono un farsa della democrazia. I cittadini si recano a mettere un pezzo di carta in un’urna ogni 5 anni e poi affidano a qualcun altro, che nella maggior parte dei casi non conoscono e la cui competenza è molto opinabile, la gestione di praticamente tutte le questioni concrete che riguardano la loro vita socio-lavorativa. Il cittadino si trova così in uno stato di sostanziale passività e privato di qualsiasi possibilità di partecipare attivamente alle decisioni importanti, privato cioè di ogni potere reale. In più va fatto notare che si può candidare solo chi dispone di sufficienti mezzi economici per finanziare la propria campagna elettorale o, come è consuetudine, peggio ancora, chi riceve tali finanziamenti da altri, che condizionano poi ogni aspetto del programma e dell’attività politica. Avviene quindi indubitatamente un’iniziale selezione basata non sul merito o la preparazione ma sul censo e la disponibilità di denaro, viziando così all’origine tutto il processo. Il bello è che veniamo indotti a chiamare tutto ciò democrazia e continuiamo ad illuderci che questo sia il miglior sistema politico possibile!
Qual’è l’alternativa? Il senso comune, cioè aggregare le persone per comparto lavorativo e ridare a loro il potere di discutere e decidere quante più cose possibili riguardano la loro vita. Tutto ciò si chiama distributismo.
Per ulteriori informazioni
distributismomovimento.blogspot.com
domenica 1 aprile 2018
Buona Pasqua a tutti!
Il Movimento Distributista Italiano augura buona Pasqua a tutti i soci e simpatizzanti!
http://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=5481
http://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=5481
sabato 10 marzo 2018
PILLOLE DISTRIBUTISTE: IL LAVORO
In Italia è stato dato per
disperso un elemento che, soprattutto dal medioevo in poi, ha contributo
a rendere grande la nostra civiltà: il lavoro. Nessuno infatti lo trova
più, tutti lo invocano disperatamente e lo richiedono con insistenza.
Quando ne sono privi molte persone, disperate, sono persino disposte a
spostarsi all'estero per ottenerlo. Nessun in realtà lo cerca per se
stesso, ma per quello che esso può dare: il denaro necessario per
sopravvivere.
Prendiamo atto quindi che non si può parlare di
lavoro senza parlare di denaro. Il lavoro è anche sforzo e fatica ed è
quindi giusto che venga remunerato ma siamo proprio sicuri che, se
magicamente potessimo far crescere il denaro sugli alberi, la gente non
andrebbe più a lavorare? Ne dubito fortemente. Oltre alla sopravvivenza
infatti, l'essere umano è fatto per dare senso alla propria vita e non
c'è niente come un'esistenza attiva e produttiva, fatta di scambi
costruttivi con i propri simili, che possa dare pienezza: la
soddisfazione di un lavoro ben fatto, con le proprie mani o la propria
intelligenza, è una gratificazione che ha un valore non commensurabile.
Non solo: il lavoro consente anche di entrare in contatto con il reale,
con tutti i suoi limiti, rischi, delusioni e soddisfazioni e di
trasformarlo in senso positivo; consente di misurare le proprie
capacità. Senza lavoro l'uomo rischierebbe di perdere la propria
identità e di non riuscire a sviluppare tutte le sue potenzialità.
E' innegabile che negli ultimi secoli questa dimensione “umana” del lavoro sia andata progressivamente scomparendo ed esso sia tornato ad essere percepito come durante l'antichità: nell'antichità il lavoro era considerato come un'attività indegna da relegare prevalentemente agli schiavi ed ai servi. L'uomo vero, se può, non lavora ma si dedica all'”otium”, cioè a svolgere solo attività piacevoli senza nessun particolare fine “produttivo”.
Questa concezione venne scalzata solo a partire dall'alto medioevo, con l'avvento definito del cristianesimo e l'opera dei monaci benedettini, i quali, con il famoso “ora et labora” riscattarono il lavoro come compartecipazione all'attività creatrice di Dio ed il corpo umano, che nel lavoro è protagonista, come tempio dello Spirito Santo.
Le progressiva perdita della dimensione spirituale del lavoro – iniziato con la progressiva perdità di incidenza del cattolicesimo sulla vita economico-sociale avvenuta a partire dal rinascimento – ha quindi aperto la strada alla sua successiva disumanizzazione. Il lavoro non è stato più infatti concepito come importante momento di condivisione con la potenza creatrice di Dio ma mera merce da utilizzare, nel “mercato” del lavoro, come un bene di scambio, soggetto agli alti e bassi che la “mano invisibile” produce nel mercato stesso. E' stato così possibile, nell'Inghilterra della fine del XVII sec., con la concentrazione del potere nelle mani di pochi possidenti seguita alla requisizione dei beni della Chiesa Cattolica e l'inizio dell'utilizzo capitalistico dei grandi possedimenti terrieri, prima lasciati all'utilizzo pubblico, mandare progressivamente in miseria milioni di persone, sottraendogli la piccola proprietà, strappandoli all'agricoltura, all'artigianato, alle piccole e grandi professioni e trasferendoli in massa, appunto come forza lavoro, nelle città, a compiere lavori del tutto disumani ma altamente lucrativi per chi possedeva la proprietà dei mezzi di produzione. Il passaggio centrale, che ha sancito la cosificazione del lavoro e la perdita della sua dignità, è stata quindi la separazione tra capitale e lavoro, che era presente nella società medioevale ma in misura decisamente ridotta.
Il social-comunismo, sopravvenuto apparentemente come reazione a questo stato di cose, in realtà ha perseguito sulla stessa strada: il lavoro rimane una merce, il capitale rimane separato dal lavoro, semplicemente esso viene attribuito allo Stato ed al Partito, invece che a pochi capitalisti. Tutte le evidenze storiche inoltre indicano che i principali finanziatori del social-comunismo e della sua filosofia materialistica furono quelli stessi esponenti della grande finanza apolide, che la vulgata storica accreditata dai mass-media vorrebbe invece far passare come suoi acerrimi nemici. Ciò spiega come sia possibile che i sindacati abbiano totalmente fallito nella loro missione di aiutare i lavoratori: essi condividevano e condividono la stessa visione del lavoro dei capitalisti che dicono di combattere!
E' innegabile che negli ultimi secoli questa dimensione “umana” del lavoro sia andata progressivamente scomparendo ed esso sia tornato ad essere percepito come durante l'antichità: nell'antichità il lavoro era considerato come un'attività indegna da relegare prevalentemente agli schiavi ed ai servi. L'uomo vero, se può, non lavora ma si dedica all'”otium”, cioè a svolgere solo attività piacevoli senza nessun particolare fine “produttivo”.
Questa concezione venne scalzata solo a partire dall'alto medioevo, con l'avvento definito del cristianesimo e l'opera dei monaci benedettini, i quali, con il famoso “ora et labora” riscattarono il lavoro come compartecipazione all'attività creatrice di Dio ed il corpo umano, che nel lavoro è protagonista, come tempio dello Spirito Santo.
Le progressiva perdita della dimensione spirituale del lavoro – iniziato con la progressiva perdità di incidenza del cattolicesimo sulla vita economico-sociale avvenuta a partire dal rinascimento – ha quindi aperto la strada alla sua successiva disumanizzazione. Il lavoro non è stato più infatti concepito come importante momento di condivisione con la potenza creatrice di Dio ma mera merce da utilizzare, nel “mercato” del lavoro, come un bene di scambio, soggetto agli alti e bassi che la “mano invisibile” produce nel mercato stesso. E' stato così possibile, nell'Inghilterra della fine del XVII sec., con la concentrazione del potere nelle mani di pochi possidenti seguita alla requisizione dei beni della Chiesa Cattolica e l'inizio dell'utilizzo capitalistico dei grandi possedimenti terrieri, prima lasciati all'utilizzo pubblico, mandare progressivamente in miseria milioni di persone, sottraendogli la piccola proprietà, strappandoli all'agricoltura, all'artigianato, alle piccole e grandi professioni e trasferendoli in massa, appunto come forza lavoro, nelle città, a compiere lavori del tutto disumani ma altamente lucrativi per chi possedeva la proprietà dei mezzi di produzione. Il passaggio centrale, che ha sancito la cosificazione del lavoro e la perdita della sua dignità, è stata quindi la separazione tra capitale e lavoro, che era presente nella società medioevale ma in misura decisamente ridotta.
Il social-comunismo, sopravvenuto apparentemente come reazione a questo stato di cose, in realtà ha perseguito sulla stessa strada: il lavoro rimane una merce, il capitale rimane separato dal lavoro, semplicemente esso viene attribuito allo Stato ed al Partito, invece che a pochi capitalisti. Tutte le evidenze storiche inoltre indicano che i principali finanziatori del social-comunismo e della sua filosofia materialistica furono quelli stessi esponenti della grande finanza apolide, che la vulgata storica accreditata dai mass-media vorrebbe invece far passare come suoi acerrimi nemici. Ciò spiega come sia possibile che i sindacati abbiano totalmente fallito nella loro missione di aiutare i lavoratori: essi condividevano e condividono la stessa visione del lavoro dei capitalisti che dicono di combattere!
Eccoci quindi nella situazione attuale in cui chi detiene il potere
economico-finanziario – quell'1% della popolazione che possiede il 90%
delle ricchezze – continua a trattare il lavoro – e quindi l'uomo – come
una merce. Tale merce continua inesorabilmente a perdere valore perchè,
per il capitale, esso fondamentalmente rappresenta solo un costo, ed i
costi devono essere al più possibile ridotti al minimo, nell'interesse
supremo del profitto. Il capitale inoltre ha tutto il vantaggio ad
eliminare il lavoro umano ed utilizzare al suo posto le macchine, perchè
i loro costi sono incomparabilmente minori. E' chiaro inoltre che il
capitale – orientato al profitto che viene dalla produzione di massa – è
poco interessato alla creazione di beni di alta qualità, il cui costo
di produzione è molto più alto. E' evidente a tutti come il capitalismo
sia fondamentalmente una teoria ed una prassi assurda in quanto, come
diceva Chesterton, il fondatore del distributismo, esso si basa sul
presupposto che i capitalisti vogliono nello tempo diminuire al massimo
lo stipendio dei loro dipendenti ed aumentare al massimo il potere di
acquisto dei consumatori, che però coincidono con i loro dipendenti: una
incongruenza insanabile.
Che fare quindi? Cosa rispondere alla massa di cittadini impoveriti che sono alla disperata ricerca di un'occupazione?
Il primo passo è aiutarli a prendere coscienza che rischiano molto seriamente di ricadere in quella condizione di servitù e schiavitù che esisteva nel mondo antico prima dell'avvento del cristianesimo. Il secondo passo è fargli capire che l'unico modo di creare lavoro vero – lavoro cioè che sia in grado di recuperare le sue principali connotazioni umane e positive di strumento di crescita per l'individuo e la società – è quello di puntare all'unione di capitale e lavoro, cioè alla fine della cosificazione del lavoro stesso. Chi infatti lavora ed è anche proprietario dei mezzi di produzione, non concepisce il lavoro, cioè la propria attività, come una mera merce ma percepisce sulla propria pelle che il lavoro è ben altro, che è un mezzo che lui ha a disposizione per migliorare la sua vita, quella della sua famiglia, che va regolato e limitato secondo i ritmi della vita umana ed è una realtà a cui va conferito un senso. Il terzo passo è fargli capire che puntare all'unione tra capitale e lavoro, cioè alla massima diffusione della proprietà produttiva, è l'unico modo per garantire la loro vera libertà, perchè non esiste alcuna libertà senza possesso dei mezzi di produzione e quindi anche dei prodotti del proprio lavoro. Il quarto passo, forse quello più importante, è fargli capire che il denaro – mera convenzione umana – può incominciare fin da ora ad essere messo al servizio del lavoro, facendo si che, messo da parte l'attuale denaro-debito bancario, la moneta venga emessa come proprietà dei cittadini e consenta da subito la produzione di beni e servizi – e quindi di lavoro – in funzione delle necessità reali delle varie comunità. In questo modo il problema della disoccupazione può essere risolto nel giro di sei mesi ed il limite alla creazione di lavoro non sarà più rappresentato dalla mancata disponibilità di pezzi di carta prodotti dal nulla dalle banche – le banconote – ma dalla presenza di risorse umane, professionali e materiali all'interno di una comunità: limiti naturali dunque e non artificiali e convenzionali, come il denaro.
Il primo passo è aiutarli a prendere coscienza che rischiano molto seriamente di ricadere in quella condizione di servitù e schiavitù che esisteva nel mondo antico prima dell'avvento del cristianesimo. Il secondo passo è fargli capire che l'unico modo di creare lavoro vero – lavoro cioè che sia in grado di recuperare le sue principali connotazioni umane e positive di strumento di crescita per l'individuo e la società – è quello di puntare all'unione di capitale e lavoro, cioè alla fine della cosificazione del lavoro stesso. Chi infatti lavora ed è anche proprietario dei mezzi di produzione, non concepisce il lavoro, cioè la propria attività, come una mera merce ma percepisce sulla propria pelle che il lavoro è ben altro, che è un mezzo che lui ha a disposizione per migliorare la sua vita, quella della sua famiglia, che va regolato e limitato secondo i ritmi della vita umana ed è una realtà a cui va conferito un senso. Il terzo passo è fargli capire che puntare all'unione tra capitale e lavoro, cioè alla massima diffusione della proprietà produttiva, è l'unico modo per garantire la loro vera libertà, perchè non esiste alcuna libertà senza possesso dei mezzi di produzione e quindi anche dei prodotti del proprio lavoro. Il quarto passo, forse quello più importante, è fargli capire che il denaro – mera convenzione umana – può incominciare fin da ora ad essere messo al servizio del lavoro, facendo si che, messo da parte l'attuale denaro-debito bancario, la moneta venga emessa come proprietà dei cittadini e consenta da subito la produzione di beni e servizi – e quindi di lavoro – in funzione delle necessità reali delle varie comunità. In questo modo il problema della disoccupazione può essere risolto nel giro di sei mesi ed il limite alla creazione di lavoro non sarà più rappresentato dalla mancata disponibilità di pezzi di carta prodotti dal nulla dalle banche – le banconote – ma dalla presenza di risorse umane, professionali e materiali all'interno di una comunità: limiti naturali dunque e non artificiali e convenzionali, come il denaro.
Queste sono solo alcune pillole circa il significato del lavoro secondo la visione distributista.
lunedì 5 marzo 2018
COMMENTO POST-ELETTORALE: DISTRIBUTISMO E POTERI FORTI
Commento post-elettorale: distributismo e poteri forti
Noi italiani siamo un popolo che ama parlare ed adesso, un po' come dopo una partita di calcio, ognuno si sta sbizzarrendo a fare analisi politiche del post voto ed a prospettare possibili sviluppi di uno scenario alquanto incerto.
Desidero pertanto prodigarmi anch'io in questo sport nazioale, esponendo il punto di vista distributista.
Osservando quanto accaduto con animo il più possibile oggettivo e distaccato, è possibile notare che il messaggio prevalente giunto con queste elezioni è piuttosto semplice:
no alle ideologie (di destra, di sinistra o di centro), si al tentativo di risolvere i problemi concreti.
Questo infatti ha rappresentato in sostanza la vittoria di Lega e 5Stelle.
Berlusconi ha avuto già troppe chances per essere ancora presentabile, come pure Renzi ed il centro-sinistra, mentre tutti coloro che hanno cercato di rispolverare ideologie già sepolte dalla storia (Liberi ed Uguali, Casa Pound) sono stati abbandonati a se stessi.
Ciò che è accaduto risponde pertanto perfettamente al piano che i poteri forti – cioè il sistema bancario-finanziario oggi imperante sull'economia reale – hanno pianificato per le grandi nazioni sviluppate e per l'Italia ormai da secoli: cambiare tutto per non cambiare niente.
Il meccanismo funziona così: si concede a chiunque proponga un programma di presunto rinnovamento di presentarsi all'opinione pubblica. Se quanto proposto non mette in crisi i presupposti di fondo del potere economico-finanziario (sistema del denaro-debito, sistema dei partiti, separazione tra capitale e lavoro) viene concesso di acquisire l'effimero potere politico (vincere le elezioni, formare il governo), dando così l'impressione all'opinione pubblica dell'esistenza di una reale alternanza. Poichè chiunque giunga a detenere il potere politico nazionale in tal modo si ritroverà nell'impossibilità matematica di risolvere davvero le cose - come possibile realizzare un minimo di equità, giustizia sociale e prosperità economica lasciando in essere denaro-debito, sistema dei partiti e separazione tra capitale e lavoro? - queste stesse formazioni saranno ineluttabilmente destinate a fallire (vedi i governi della I , II e III Repubblica). I poteri forti si troveranno allora nella necessità disperata di trovare altre false alternative, che vengano incontro all'esigenza di rinnovamento dell'opinione pubblica. A tali poteri forti in fondo non importa poi tanto chi di volta in volta vinca, l'importante è che nessuno schieramento osi mettere in dubbio la gabbia entro cui tale falsa alternanza prende corpo. Qualora ciò accadesse tutti i mezzi, dalla corruzione, il ricatto, alla guerra, verrebbero immediatamente messi in atto per mettere fine a tale sconveniente incidente di percorso. Il gioco è ormai collaudato da secoli negli Stati Uniti e subisce solo modeste variazioni a secondo dei vari contesti geografici-culturali-nazionali in cui viene attuato.
Tale analisi è basata sulla radicata consapevolezza, frutto dell'acquisizione di una miriade di dati ed evidenze, che il potere reale oggi non risieda nella mani nelle mani dei nostri politici ma di coloro – una sparuta minoranza rappresentata dall'1% della popolazione - che detengono il possesso della maggior parte delle risorse economico-finanziarie del pianeta – i poteri forti appunto.
Che fare dunque? E' possibile uscire da questa gabbia? Si, certo, uscire è possibile.
Il primo punto è quello di essere consapevoli della sua esistenza – non c'è peggior schiavo di chi non si rende conto di esserlo.
Il secondo è avere una direttiva di marcia chiara e semplice ma allo stesso tempo incisiva e potente da seguire per costruire un'alternativa realistica e praticabile. Questa alternativa si chiama distributismo.
Il distributismo infatti rappresenta una sorta di ribaltamento dei presupposti perversi su cui si basa la società gestita dai poteri forti (eliminazione della famiglia, denaro-debito, partitocrazia, separazione tra capitale e lavoro, immigrazione selvaggia). In realtà si tratta di un ribaltamento di un ribaltamento, cioè, in sintesi, di un ritorno al reale, intorno a 4 punti cardine:
centralità della famiglia tradizionale
unione tra capitale e lavoro e massima diffusione della proprietà produttiva
ritorno del principio corporativo (gilde ed aggregazioni per comparto lavorativo) e fine della partitocrazia
eliminazione del denaro-debito bancario ed emissione di una moneta al servizio del bene comune di proprietà dei cittadini.
Bisogna anche prendere atto che questi basilari punti chiave sarebbero in grado di raccogliere, senza ombra di dubbio, il consenso della stragrande maggioranza degli elettori, di quei milioni di cittadini italiani giustamente nauseati dall'inconcludenza della politica negli ultimi 70 anni e dal fallimento pratico di capitalismo e social-comunismo e dei loro tanti derivati. Si tratterebbe di un'epica battaglia di liberazione da una sorta di lavaggio del cervello collettivo che ha puntato a trasformare le minoranze in maggioranze, conculcando il buon senso e la ragionevolezza.
Sta a noi quindi farci portatori, al di la di ogni sterile personalismo, di tali idee vincenti, vincenti non perchè siano più sofisticate od appoggiate dalla forza del denaro, ma perchè in grado di intercettare il reale.
Per informazione ed adesioni
Noi italiani siamo un popolo che ama parlare ed adesso, un po' come dopo una partita di calcio, ognuno si sta sbizzarrendo a fare analisi politiche del post voto ed a prospettare possibili sviluppi di uno scenario alquanto incerto.
Desidero pertanto prodigarmi anch'io in questo sport nazioale, esponendo il punto di vista distributista.
Osservando quanto accaduto con animo il più possibile oggettivo e distaccato, è possibile notare che il messaggio prevalente giunto con queste elezioni è piuttosto semplice:
no alle ideologie (di destra, di sinistra o di centro), si al tentativo di risolvere i problemi concreti.
Questo infatti ha rappresentato in sostanza la vittoria di Lega e 5Stelle.
Berlusconi ha avuto già troppe chances per essere ancora presentabile, come pure Renzi ed il centro-sinistra, mentre tutti coloro che hanno cercato di rispolverare ideologie già sepolte dalla storia (Liberi ed Uguali, Casa Pound) sono stati abbandonati a se stessi.
Ciò che è accaduto risponde pertanto perfettamente al piano che i poteri forti – cioè il sistema bancario-finanziario oggi imperante sull'economia reale – hanno pianificato per le grandi nazioni sviluppate e per l'Italia ormai da secoli: cambiare tutto per non cambiare niente.
Il meccanismo funziona così: si concede a chiunque proponga un programma di presunto rinnovamento di presentarsi all'opinione pubblica. Se quanto proposto non mette in crisi i presupposti di fondo del potere economico-finanziario (sistema del denaro-debito, sistema dei partiti, separazione tra capitale e lavoro) viene concesso di acquisire l'effimero potere politico (vincere le elezioni, formare il governo), dando così l'impressione all'opinione pubblica dell'esistenza di una reale alternanza. Poichè chiunque giunga a detenere il potere politico nazionale in tal modo si ritroverà nell'impossibilità matematica di risolvere davvero le cose - come possibile realizzare un minimo di equità, giustizia sociale e prosperità economica lasciando in essere denaro-debito, sistema dei partiti e separazione tra capitale e lavoro? - queste stesse formazioni saranno ineluttabilmente destinate a fallire (vedi i governi della I , II e III Repubblica). I poteri forti si troveranno allora nella necessità disperata di trovare altre false alternative, che vengano incontro all'esigenza di rinnovamento dell'opinione pubblica. A tali poteri forti in fondo non importa poi tanto chi di volta in volta vinca, l'importante è che nessuno schieramento osi mettere in dubbio la gabbia entro cui tale falsa alternanza prende corpo. Qualora ciò accadesse tutti i mezzi, dalla corruzione, il ricatto, alla guerra, verrebbero immediatamente messi in atto per mettere fine a tale sconveniente incidente di percorso. Il gioco è ormai collaudato da secoli negli Stati Uniti e subisce solo modeste variazioni a secondo dei vari contesti geografici-culturali-nazionali in cui viene attuato.
Tale analisi è basata sulla radicata consapevolezza, frutto dell'acquisizione di una miriade di dati ed evidenze, che il potere reale oggi non risieda nella mani nelle mani dei nostri politici ma di coloro – una sparuta minoranza rappresentata dall'1% della popolazione - che detengono il possesso della maggior parte delle risorse economico-finanziarie del pianeta – i poteri forti appunto.
Che fare dunque? E' possibile uscire da questa gabbia? Si, certo, uscire è possibile.
Il primo punto è quello di essere consapevoli della sua esistenza – non c'è peggior schiavo di chi non si rende conto di esserlo.
Il secondo è avere una direttiva di marcia chiara e semplice ma allo stesso tempo incisiva e potente da seguire per costruire un'alternativa realistica e praticabile. Questa alternativa si chiama distributismo.
Il distributismo infatti rappresenta una sorta di ribaltamento dei presupposti perversi su cui si basa la società gestita dai poteri forti (eliminazione della famiglia, denaro-debito, partitocrazia, separazione tra capitale e lavoro, immigrazione selvaggia). In realtà si tratta di un ribaltamento di un ribaltamento, cioè, in sintesi, di un ritorno al reale, intorno a 4 punti cardine:
centralità della famiglia tradizionale
unione tra capitale e lavoro e massima diffusione della proprietà produttiva
ritorno del principio corporativo (gilde ed aggregazioni per comparto lavorativo) e fine della partitocrazia
eliminazione del denaro-debito bancario ed emissione di una moneta al servizio del bene comune di proprietà dei cittadini.
Bisogna anche prendere atto che questi basilari punti chiave sarebbero in grado di raccogliere, senza ombra di dubbio, il consenso della stragrande maggioranza degli elettori, di quei milioni di cittadini italiani giustamente nauseati dall'inconcludenza della politica negli ultimi 70 anni e dal fallimento pratico di capitalismo e social-comunismo e dei loro tanti derivati. Si tratterebbe di un'epica battaglia di liberazione da una sorta di lavaggio del cervello collettivo che ha puntato a trasformare le minoranze in maggioranze, conculcando il buon senso e la ragionevolezza.
Sta a noi quindi farci portatori, al di la di ogni sterile personalismo, di tali idee vincenti, vincenti non perchè siano più sofisticate od appoggiate dalla forza del denaro, ma perchè in grado di intercettare il reale.
Per informazione ed adesioni
sabato 3 marzo 2018
IL DENARO-DEBITO: LA TRUFFA LEGALIZZATA CHE PRODUCE LA MAGGIOR PARTE DEI PROBLEMI ECONOMICI-SOCIALI
Siamo alla vigilia delle
elezioni politiche ed i vari partiti si stanno sforzando di
intercettare il consenso della gente proponendo soluzioni ai gravi
problemi che ci attanagliano. Allo stesso tempo la gente sembra aver
perso fiducia nelle promesse dei partiti e si profila sempre più la
vittoria dell'astensione e del non voto.
Che cosa sta succedendo?
Nulla di particolarmente strano, semplicemente la realtà si sta
imponendo sulla sterile retorica e sulla cronica incapacità dei
nostri politici di cogliere il reale.
Di Maio ha annunciato che
i provvedimenti urgenti del suo ipotetico governo saranno quelli di
tagliare a metà gli stipendi dei parlamentari e togliere i vitalizi
ai politici, facendo intendere che la vera causa della crisi sono gli
sprechi e la corruttela dei politici stessi; Salvini propone la flat
tax al 15%, facendo intendere che la vera causa della crisi sia la
tassazione eccessiva che affossa l'economia; Renzi propone uno
statalismo alleato al capitalismo; il centro-sinistra propone più
statalismo, facendo intendere che la vera causa della crisi sia il
liberalismo selvaggio.
In tutte queste posizioni
c'è una parte di verità ma una parte molto limitata e parziale e
nessuna è in grado di individuare la realtà così com'è: per
questo sono tutte destinate a fallire.
Tali proposte colgono
solo aspetti collaterali e quantitativamente insignificanti (spreco e
corruttela dei politici indicati dai 5 Stelle), altre colgono solo le
conseguenze senza indicare le vere cause della crisi (tassazione
eccessiva indicata della Lega), altre individuano una possibile causa
(liberismo esasperato), suggerendo come soluzione un male peggiore e
già sepolto dalla storia (statalismo).
Che fare dunque?
Semplicissimo! Rimanere
adesi al reale! Cosa ci dice la realtà?
Ci dice che oggi esiste
un tipo di denaro che viene prodotto dal nulla esclusivamente come
debito di Stati e cittadini verso il sistema bancario. Tutti possono
avere la conferma di questo dato inoppugnabile, semplicemente
prendendo in mano una qualsiasi banconota di euro e leggendo la firma
del suo proprietario: troverete Mario Draghi, governatore della Banca
Centrale Europea e non Repubblica della Stato Italiano.
Benissimo. Vediamo quali
sono le conseguenze, inevitabili ed ineluttabili, di questo fatto.
Se tutta la moneta è
prodotta come debito di Stati e cittadini verso il sistema bancario,
con tanto di interesse, si deduce che Stati e cittadini saranno
obbligati ad indebitarsi verso il sistema bancario.
Ciò vuol dire che quando
lo Stato ha bisogni di soldi per opere pubbliche o singoli cittadini
vogliono intraprendere iniziative economiche, potranno farlo in un
solo modo: appunto indebitandosi verso il sistema bancario! Dal punto
di vista dello Stato ciò vuol dire due cose: incrementare il debito
pubblico od incrementare le tasse, tertium non datur. Dal punto di
vista del cittadini vuol dire invece aumentare i debiti privati ed
essere soggetti a sempre più privazione di servizi pubblici od ad
una tassazione sempre più esosa. Si instaura così una spirale
perversa da cui è impossibile uscire. Questo scenario vi ricorda
qualcosa?
Tutto questo
ragionamento, ma meglio sarebbe dire questa lucida ed obiettiva
analisi dei fatti, richiede un chiarimento di fondo. Bisogna
innanzitutto capire che cosa sia la moneta, quale siano le sue
funzioni e soprattutto chi ne deve essere il proprietario al momento
dell'emissione.
La moneta è
essenzialmente una convenzione umana – esisterebbe forse la
funzione monetaria in assenza di persone?– finalizzata alla
misurazione del valore delle cose ed alla facilitazione degli scambi.
La moneta è quindi uno strumento di misura e di scambio ma allo
tempo è anche un valore, in quanto possedendo la moneta ottengo il
potere di effettuare acquisti.
Si pone allora il
problema centrale: chi può produrre denaro e, soprattutto, chi deve
esserne il proprietario al momento dell'emissione?
Essendo il denaro una
convenzione che, per funzionare, deve essere universalmente
accettata, in qualunque contesto geografico e temporale l'umanità ha
sempre avvertito l'importanza di associare la gestione della moneta
all'autorità competente per l'amministrazione del bene comune.
Storicamente inoltre le varie comunità, a secondo del loro livello
di organizzazione interna, hanno deciso convenzionalmente di
attribuire valore monetario a diverse entità, materiali, simboliche
o numeriche. La differenza fondamentale sta nel fatto se tali entità
debbano o no avere un valore intrinseco. Per esempio, per molti
secoli la civiltà occidentale decise di conferire valore monetario
all'oro, per cui solo l'autorità pubblica che possedeva oro era in
grado di produrre moneta e possederla all'atto dell'emissione. Ciò
poteva andare bene in una economia basata essenzialmente
sull'agricoltura, in cui gli scambi monetari erano ridotti e la
maggior parte della gente poteva anche adattarsi a scambi in natura
ma divenne un problema nel momento in cui il rapporto tra quantità
di oro esistente e quantità di moneta richiesta divenne
insostenibile. Con l'affermarsi del prestito ad interesse e della
riserva frazionaria, a partire dal XIV secolo, i banchieri trovarono
il modo di ovviare a questo problema, utilizzando l'oro come riserva
ma non in un rapporto 1 a 1, bensì in un rapporto molto più basso,
1 a 10, 100, 1000. Il passaggio è molto semplice e basato
sostanzialmente su una truffa: quando la gente depositava oro nelle
banche, riceveva in cambio una “nota di banco” in cui veniva
“annotato” l'importo di oro depositato. Poichè tali “note di
banco” o banconote erano pià facili da trasportare e scambiare, la
gente incominciò ad utilizzare tali “note” come monete,
lasciando l'oro nelle banche. I banchieri, scaltri e furbi, si
accorsero che solo una minima percentuale di persone veniva a
richiedere l'oro depositato e così penso bene di emettere altre
“note di banco”, coperte dall'oro che in realtà le banche non
possedevano, quindi sostanzialmente non coperte, questa volta come
prestito verso terzi. Il rapporto tra “banconote” ed oro
incominciò così a crescere ed i banchieri ad arricchirsi senza fare
niente. Da notare che tale pratica perversa non si sviluppò finchè
la cristianità rimase fedele al mandato di non praticare usura, cioè
prestito ad interesse, e che all'inizio prese piede soprattutto in
ambienti culturali-religiosi ebraici perchè il giudaismo era l'unica
religione che permetteva la pratica del prestito ad interesse, anche
se limitata a non correligionari. Nel 1694, con la fondazione della
Banca d'Inghilterra, la gestione della moneta, per una serie di
passaggi storico-economici che sarebbe troppo lungo descrivere qui,
passò poi definitivamente in mano ai privati, e le banconote emesse
da tali banchieri privati divennero moneta a corso legale.
Nel 1971 infine il
presidente americano Nixon dichiarò definitivamente decaduta ogni
corrispondenza tra l'oro e il denaro e da allora ogni moneta è
diventata “fiat money”, cioè una realtà creata dal nulla.
Oggi quindi il denaro è
privo di qualsiasi valore intrinseco, eccettuato quello irrisorio
legato alla produzione di carta, assegni od input elettronici.
Diventa quindi essenziale
stabilire a chi spetti la proprietà della massa monetaria al momento
della sua creazione e qui non possiamo altro che rifarci alla
ragionevolezza, al senso comune ed ai minimi principi di equità e
giustizia sociale.
Il ragionamento è
semplice: poiché la moneta è una convenzione ed il suo valore le
viene conferito dalla gente nel momento in cui la accetta, l'unico
proprietario legittimo della moneta stessa quando questa viene
prodotta può e deve essere uno ed uno solo: il popolo. Nessun altro
settoriale corpo sociale o entità statale è titolata a possedere la
moneta al momento della sua emissione. Il nuovo denaro, quando si
riscontrasse la necessità della sua emissione in relazione alla
quantità di beni presenti sul territorio, andrebbe quindi
accreditato a ciascun cittadino su un conto personale. Unica
eccezione sarebbe quella dell'accreditamento diretto a manodopera o
lavoratori per lo svolgimento di un numero essenziale e rigidamente
controllato di opere o servizi pubblici. Per mantenere l'euflazione –
cioè il giusto rapporto tra beni e denaro e quindi la stanbilità
del potere di acquisto della moneta, senza inflazione o deflazione –
sarebbe sufficiente condizionare l'emissione di nuova moneta alla
quantità di beni presenti, incentivando la circolazione monetaria
stessa e sfavorendo il suo accumulo improduttivo. Il prestito ad
interessi, pretestuoso tentativo di rendere fecondo ciò che per
natura non lo è – il denaro -, andrebbe abolito. Chi volesse
prestare denaro potrebbe richiedere in cambio, oltre alla somma
originaria, soltanto un minimo rimborso spese per i costi della
pratica e/o un minima percentuale sui profitti eventualmente ottenuti
dall'investimento. Ciò è quello che accade oggi con la finanza
islamica, che considera usura il prestito ad interesse, come
d'altronde avveniva anche nel cattolicesimo fino ad un molto
discutibile aggiornamento, avvenuto quasi impercettibilmente a
partire dal XIV secolo.
Quanto questo principio
sia aderente ai basilari valori di giustizia sociale, emerge in
maniera eclatante se facciamo riferimento al gioco del monopoli. In
questo gioco al tempo zero, all'inizio della varie attività di
scambio, la moneta viene equamente divisa tra tutti i partecipanti
perchè si conviene implicitamente che essa rappresenti appunto
quello che è, cioè uno strumento convenzionale finalizzato allo
scambio, alla misura del valore delle cose ma anche al tempo stesso
dotato di un suo valore, il potere di acquisto. Se all'inizio del
gioco un partecipante dicesse: “bene signori, possiamo
incominciare; però ho deciso che il denaro lo tengo tutto io e
quando voi ne avrete bisogno me lo chiederete ed io valuterò di
volta in volta, a mio insondabile giudizio, quanto crearne dal nulla
ed a chi imprestarlo. Sia chiaro che poi voi me lo dovrete restituire
con tanto di interesse e se non lo farete io verrò a requisirvi i
beni che nel frattempo voi avrete prodotto o scambiato”. La
reazione di qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso non
potrebbe altro che essere quella di considerare tale offerta come una
battuta di spirito o la manifestazione di un manifesto disagio
mentale.
Eppure questo è
esattamente, ed incredibilmente, quello che accade oggi.
Il denaro che noi
utilizziamo – sia banconote sia denaro virtuale elettronico –
nasce dal nulla solo ed esclusivamente come proprietà del sistema
bancario privato che ce lo impresta con tanto di interesse.
Capite bene le
conseguenze di questa situazione. Paradossalmente ogni ripresa
economica, basata sull'espansione monetaria, non è altro che
un'espansione di debito, il quale prima o poi dovrà essere
restituito con gli interessi alle banche. Se tutto il debito venisse
restituito non ci sarebbe più denaro, rendendo la cosa impossibile!
Ecco quindi la perenne instabilità economica ed il ripetersi
ineluttabile di crisi e false riprese. Lo stesso accade per lo Stato:
se si deve costruire un ponte od un ospedale, i soldi necessari
costituiscono un debito verso le banche, anche qui con tanto di
interessi, che lo Stato potrà restituire solo attraverso le tasse o
la riduzione di altri servizi. E' una gabbia da cui non si può
uscire. Stato e cittadini sono quindi condannati ad una disastrosa
quanto artificiale sottomissione al debito bancario, che costituisce
la vera e principale cause di tutti i nostri gravi problemi
economico-sociali, i quali sono a loro volta tutti collegati tra di
loro: disoccupazione, precarietà lavorativa, emigrazione forzata,
pensioni basse, calo della natività, chiusura delle piccole aziende,
assenza di validi servizi pubblici, perdita del potere di acquisto.
Risulta patetico,
rivoltante, grottesco e quasi insultante l'atteggiamento di coloro
che, soprattutto se responsabili del bene comune, di fronte a questa
eclatante perversione monetaria, insistono nel sostenere che le cause
della crisi siano prevalentemente altre. Il loro fallimento, il
fallimento di tutti politici nel corso degli ultimi 70 anno, non
dipende solo e principalmente dal fatto che non abbiano buona volontà
ma dal fatto non colgano nel segno quale sia il vero problema,
ingannando se stessi e la gente. Eppure non ci vorrebbe tanto,
basterebbe applicare la propria ragione al reale, mantenersi fedeli
al principio di identità e non contraddizione, che Aristotele aveva
indicato un paio di millenni fa come il fondamento di ogni civiltà
che voglia definirsi veramente tale.
Ritornando al discorso
iniziale delle elezioni, chi votare dunque?
Penso che, alla luce di
quanto sopra esposto, ogni cittadino abbia gli strumenti per decidere
nel migliore dei modi.
Siamo inoltre consapevoli
che la questione monetaria vada inserita all'interno di una cornice
più ampia, che tenga presente anche di altri punti ugualmente
essenziali, i quali però rischiano di non poter essere mai essere
attuati finchè il sistema bancario continuerà a mantenere la
proprietà della moneta e con esso il potere reale di condizionare
ogni aspetto della realtà. Si tratta della tutela della famiglia
tradizionale, dell'unione tra capitale e lavoro (superamento di
capitalismo e social-comunismo) e della restituzione del potere ai
cittadini attraverso l'aggregazione in associazioni per comparto
lavorativo (superamento del sistema dei partiti).
Il Movimento
Distributista Italiano, che appoggia convintamente questa linea, non
si presenta a questa tornata elettorale e ritiene il non voto come la
scelta più opportuna ma allo stesso invita tutti i cittadini di
buona volontà ad aderire numerosi alle sua fila ed a creare gruppi
sui vari territori, in modo che si possano valutare insieme le
modalità ed i tempi per riuscire ad incidere al più presto in
maniera costruttiva sul reale.
Per informazioni ed
adesioni
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